6.1 C
Trieste
martedì, 29 Novembre 2022

Massimiliano Fedriga: uno sguardo sul futuro del Friuli Venezia Giulia

04.10.2019 – 08.30 – Il Friuli Venezia Giulia, storicamente e geograficamente terra di confine, è stato protagonista nel corso degli ultimi anni di un suo progressivo sviluppo sotto molteplici aspetti. La regione, favorita dalla sua posizione centrale tra due mondi, quello dell’Europa dell’est e dell’ovest, e affacciandosi sul mar Mediterraneo, è infatti naturalmente orientata a divenire, sotto l’aspetto logistico, un potenziale punto nevralgico per il collegamento tra queste due realtà. In particolare, il territorio risulta avere specifica rilevanza per quei paesi del centro-est Europa che ne compongono il suo entroterra naturale, andando oltretutto a ricoprire un fondamentale ruolo di “porta d’ingresso” per l’Oriente in Occidente. Il Friuli Venezia Giulia inoltre, in particolare con Trieste, si è distinto anche nel campo della ricerca scientifica, ottenendo riconoscimento internazionale quale polo d’eccellenza del settore.
Logistica e ricerca sono quindi i due aspetti su cui la regione, presieduta dal governatore Massimiliano Fedriga, in carica dal 3 maggio 2018, ha deciso di investire maggiormente in un’ottica di crescita che comporta ricadute positive in molteplici settori. Gli strumenti messi in campo sono quindi vari e numerosi; allo stesso tempo l’attenzione della Giunta è rivolta anche verso tematiche di valenza sociale, come ad esempio l’immigrazione, con la questione della Nuova Rotta Balcanica dell’est Europa, e la famiglia, tema, quest’ultimo, su cui si è deciso di investire consistenti risorse economiche e progettuali. Ne parliamo proprio con il governatore Massimiliano Fedriga.

Si è da poco conclusa l’ottava edizione di Trieste Next, attraverso la quale Trieste e il Friuli Venezia Giulia si riconfermano come polo scientifico d’eccellenza a livello internazionale. Come è andata secondo lei nel complesso la manifestazione?

“Mi sembra che sia andata molto bene. In particolare la manifestazione va a integrarsi con ESOF 2020, che vedrà l’anno prossimo Trieste come capitale europea della scienza, e credo quindi si tratti di un percorso naturale, che non ha soltanto una valenza dal punto di vista culturale: è importante secondo me riuscire a divulgare la ricerca scientifica che c’è a Trieste, ma al contempo è anche fondamentale riuscire a declinarla da un punto di vista economico ed imprenditoriale.”

Lei ha infatti parlato di ricerca come uno degli elementi cardine per lo sviluppo del Friuli Venezia Giulia. Qual è quindi il requisito chiave affinché questo settore diventi effettivamente una risorsa, anche dal punto di vista economico e occupazionale?

“Noi abbiamo una grandissima attenzione alla ricerca ma in questo momento, non solo a Trieste, più in generale in tutta la regione Friuli Venezia Giulia, abbiamo un problema riguardante le startup, nuove aziende delle quali abbiamo iniziato a favorire lo sviluppo negli ultimi anni. Ciò che manca è tutto quello che viene dopo: ci sono moltissime startup che nascono e muoiono o vengono comprate, magari da qualche società all’estero, e manca il passaggio fondamentale, ovvero farle entrare sul mercato trasformandole in aziende vere e proprie. Su questo punto stiamo lavorando attualmente con una fondazione regionale, in cui saranno presenti anche l’Area Science Park e alcune realtà private di carattere nazionale e, mi auguro, anche internazionale. La funzione di questa fondazione sarebbe quindi quella di stare al fianco delle aziende innovative e delle startup per immetterle nel mercato e far loro conoscere la realtà lavorativa al suo interno, creando inoltre i contatti per entrarne a far parte. A me piacerebbe che quest’esperienza non si limitasse alla sola regione, ma che partisse da qui per poi riguardare il centro e l’est Europa, entroterra naturale del Friuli Venezia Giulia”.

Lo scorso venerdì si è svolto il terzo sciopero globale di Fridays For Future. Qual è la sua opinione in merito alle manifestazioni e più in generale al tema ambientale? 

“A me fa piacere che i ragazzi vogliano diventare protagonisti e penso che Fridays For Future sia un’iniziativa lodevole. Per quanto concerne il discorso della tutela ambientale e della sostenibilità, credo però sia fondamentale essere molto concreti: non ritengo sia ambientalismo sostenere di essere contrari a qualsiasi tipo d’intervento perché danneggia l’ambiente, e il non curare quest’ultimo perché si vuole lasciarlo così com’è. L’ambiente lo si tutela razionalmente, e non semplicemente dicendo che non debba essere toccato nulla. Nel caso degli inceneritori, ad esempio, i termo-valorizzatori di ultima generazione risultano essere comunque meno inquinanti e, inoltre, l’alternativa sarebbe lasciare l’immondizia per strada. Lo stesso discorso vale per le infrastrutture: è stata inaugurata a Dignano la nuova variante stradale e c’era chi protestava in merito, ma l’alternativa era quella di lasciare il traffico pesante all’interno di un centro abitato, dove i cittadini avrebbero dovuto respirare i fumi degli scarichi. Anche per quanto riguarda i fiumi, c’è chi protesta quando viene portata via la ghiaia: il risultato è che l’alluvione ad ottobre dello scorso anno ha danneggiato prima di tutto l’ambiente stesso, devastando i boschi”.

Il fabbisogno energetico cresce e crescerà ancora: sarà quindi necessario trovare delle soluzioni alternative che siano però al contempo sostenibili. Si è parlato recentemente di un possibile partenariato con la Slovenia in merito alla centrale nucleare di Krško. Il nucleare è secondo lei una valida alternativa

“In questo momento, con Arpa, abbiamo incentivato gli incontri con le autorità slovene, per capire cosa vogliono fare di quella centrale nucleare, avvalorando inoltre anche gli studi sul dove è costruita, per capire di conseguenza dove e come muoverci. Krško va monitorata attentamente e va inoltre fatta una profonda riflessione. Io però parto da un dato di fatto: quella centrale c’è, e se succede qualcosa noi ne pagheremo le conseguenze, indipendentemente che si sia o meno favorevoli al nucleare. Bisogna quindi cercare di essere protagonisti in modo intelligente, perlomeno per fare delle scelte che possano garantire il più possibile la sicurezza dei cittadini. Il nucleare, quello di quarta generazione che oggi non c’è, sarebbe in realtà una fornitura energetica estremamente sicura e molto meno impattante ed inquinante rispetto a molti altri tipi approvvigionamenti energetici. Ad oggi il problema reale non è la sicurezza, tranne nel caso delle centrali vetuste, ma lo smaltimento delle scorie nucleari e questo penso sia una sfida mondiale a cui dobbiamo rivolgerci cercando di dare una risposta”.

E per quanto riguarda le fonti energetiche rinnovabili? 

“Sulle altre fonti credo sia necessario fare una riflessione: ad esempio, nel caso dell’energia solare, io posso considerarmi favorevole in merito, ma i pannelli solari come verrebbero poi smaltiti? È un problema che bisogna porsi. Lo stesso discorso vale per l’eolico, perché in questo caso si parla di deturpazione dell’ambiente. Penso quindi che anche in questo si debba usare un minimo di razionalità e capire dove intervenire”.

Logistica come altro punto cardine. Con il potenziamento degli interporti e dei porti, la regione è ora orientata a diventare l’hub logistico del centro europa. Dal punto di vista delle infrastrutture, quale può essere la chiave di volta che permetterebbe al Friuli Venezia Giulia di diventare effettivamente efficiente sotto questo aspetto?

“Innanzitutto dobbiamo intervenire su tutta la viabilità secondaria, al fine di collegare soprattutto i nostri impianti produttivi e le nostre realtà imprenditoriali alla rete autostradale su cui stiamo lavorando. E su cui siamo un caso nazionale, avendo terminato il lotto attuale con un anno di anticipo. Si tratta, oltretutto, di un corridoio tra est e ovest europeo che riguarda quindi l’ambito internazionale e non solamente quello regionale e nazionale. Dall’altro lato, per quanto riguarda il trasporto su ferro io ho rilanciato la possibilità di ragionare sull’Alta Velocità: non possiamo pensare che Piemonte, Lombardia e Veneto siano protagonisti dell’Alta Velocità e che da noi non si possa invece fare”.

Quindi non solo un potenziamento della linea, ma la costruzione di un tracciato ad alta velocità vero e proprio?

“Per il potenziamento c’è già il progetto attuale, con cui intendiamo proseguire; per quanto riguarda l’Alta Velocità si tratta di un fattore che cambierebbe le prospettive logistiche della nostra regione, rendendola inoltre l’unica ad avere un aeroporto in Italia che è direttamente collegato con essa. Va poi considerato che vicino all’aeroporto di Trieste c’è Cervignano, centro logistico molto importante, un interporto che è entrato a far parte del progetto che stiamo portando avanti con Trieste stessa, Gorizia e, forse, anche Pordenone. Stiamo inoltre lavorando anche con gli interporti ungheresi e della Carinzia per cercare di creare quel sistema centro europeo di cui si parlava. A me piacerebbe che il Friuli Venezia Giulia diventasse un’attrattiva dal punto di vista della logistica europea, in cui possano arrivare le merci sia dal Far East che dall’ovest. Penso che questa sia un’opportunità per tutta l’Europa.”

Immigrazione e rotta balcanica: recentemente ha evidenziato la necessità di rinnovare e potenziare gli accordi con la Slovenia.

“In un’ottica di collaborazione europea è fondamentale per la Slovenia garantire che i suoi confini siano sicuri anche verso l’Italia, perché altrimenti quest’ultima, a mio parere, dovrebbe prevedere delle reazioni affinché il confine in questione venga tutelato, e il risultato potrebbe essere negativo per entrambi i paesi. Ovviamente non lo possiamo imporre, ma devo dire che la Slovenia in questi ultimi anni e nel periodo recente è stata molto collaborativa. Se pensiamo ad esempio che le riammissioni avvengono nell’arco di 24 ore, sotto questo aspetto la collaborazione ha quindi funzionato bene. Dall’altro lato, noi abbiamo degli strumenti finalizzati al controllo del confine, che possono essere barriere, fisiche o tecnologiche, o, ipoteticamente, la sospensione di Schengen, come sta facendo l’Austria in questo momento con la stessa Slovenia. Sono quindi convinto che i controlli bilaterali in un regime di buona collaborazione possano proseguire con un potenziamento in termini di personale, anche italiano, sul confine. Inoltre, per affrontare la questione migratoria non bastano misure univoche, bisogna creare un’insieme di azioni che possano dare risposte concrete: dai controlli bilaterali a, per esempio, l’utilizzo di nuove tecnologie per individuare i passaggi ed intercettare i migranti, fino alla sensibilizzazione verso l’aumento degli sforzi che già stanno facendo Croazia e Slovenia sul confine esterno all’Unione Europea”.

Qual è o quale dovrebbe essere in questo contesto il ruolo dell’Europa? Al di là degli arrivi, come già più volte si è discusso, il fenomeno non andrebbe gestito in primo luogo a partire dai paesi d’origine?

“In questo momento c’è una forte irresponsabilità da parte dell’Europa: da un lato stiamo impoverendo i paesi d’origine, togliendo loro la forza lavoro e le capacità di crescita, mentre dall’altro ci laviamo la coscienza parlando di accoglienza. In realtà chi rimane in quei paesi sono gli individui più poveri, cioè chi non ha la forza di spostarsi, coloro i quali vengono abbandonati mentre noi ci giriamo dall’altra parte pensando che il problema sia quella minima parte che arriva da noi. Nei confronti di chi rimane lì, che è la grande maggioranza, popolazioni devastate non soltanto dalla guerra ma anche dalla fame, c’è un disinteressamento. Inoltre, bisogna anche considerare le responsabilità che hanno i paesi europei nel merito: il problema ora è chi arriva, ma che responsabilità ha chi ha destabilizzato la Libia? Il problema va affrontato dalla testa e non dalla coda, dando le dovute responsabilità. A me sembra che ci sia una pesantissima distorsione della realtà  data dal fatto che forse ci sono in ballo interessi molto ampi e non sicuramente di carattere umanitario”.

Data la complessità, il fenomeno migratorio è incontrollabile? C’è questo rischio? Inoltre, come andrebbero gestiti i migranti che già si trovano in Europa? L’integrazione potrebbe essere una soluzione?

“Innanzitutto, il fatto che si tratti di un fenomeno incontrollabile è stato smentito da Matteo Salvini, dimostrando, quand’era al governo, che gli sbarchi sono diminuiti più del 90 per cento rispetto al 2017. Non credo sia quindi impossibile controllare i confini; lo stanno facendo paesi con democrazie avanzate, come gli Stati Uniti e l’Australia, non vedo perché non potremmo farlo anche noi. Per chi invece è già qui, da un lato sono convinto che l’Europa dovrebbe impegnarsi sul fronte degli accordi per i rimpatri nei paesi d’origine, avendo una forza economico-politica che le consentirebbe d’imporsi; al contempo però, credo siano necessari anche i rimpatri forzosi perché altrimenti significherebbe che le norme possono venir violate completamente e che chiunque può entrare. Dall’altro lato, sul tema dell’integrazione, sono stati fatti degli esperimenti che si sono tuttavia rivelati essere in molti casi fallimentari: dai lavori socialmente utili ai corsi di lingua che finivano per non essere frequentati. L’integrazione funziona se è biunivoca, mentre se è univoca diventa un’imposizione. È evidente che ci sono dei problemi di integrazione, ma la responsabilità non può essere data solamente allo stato ospitante, è anche di chi si deve integrare”.

Qualche settimana fa sono stati presentati i dati relativi al sostegno da parte della Regione alle famiglie con figli e gli asili nido. In quell’occasione lei ha parlato di un crollo demografico dovuto, in parte, ad un cambiamento del modello sociale, che deve essere affrontato anche attraverso un processo culturale. Cosa significa?

“Non si può affrontare il tema della famiglia soltanto dal punto di vista economico, e lo dico da una giunta che ha triplicato le risorse in merito, come nel caso degli asili nido. Volendo estremizzare: anche se il pubblico, inteso come istituzioni, fosse, economicamente parlando, in grado di provvedere totalmente ai figli, non penso che questo potrebbe condizionare una coppia a farne, a meno che non sia già intenzionata a farlo. Nell’Occidente, in generale, esiste un processo di cambiamento culturale a seguito del quale la famiglia viene considerata come un impedimento alla propria realizzazione personale; cosa che, oggettivamente e drammaticamente, è vera. Bisogna allora introdurre, attraverso il coinvolgimento di tutte le realtà, anche sussidiarie, un processo culturale all’interno del nostro modello sociale che permetta di riaffermare il valore della famiglia, che è un valore pubblico, intesa come base della nostra società. È un problema che va affrontato da più punti di vista: non si può abbandonare la famiglia economicamente, però dobbiamo anche incentivare un processo di cambiamento culturale in cui la famiglia sia considerata un valore riconosciuto dalla società.”

Si è parlato di una legge quadro sulla famiglia nel prossimo anno. In cosa consisterà?

“Raggrupperà tutte le misure che abbiamo messo in campo fino ad ora, dagli asili nido al trasporto pubblico per gli studenti, che spero riusciremo ad implementare sia a livello extraurbano che urbano. Noi ci abbiamo investito moltissimo e penso che questa amministrazione stia dimostrando l’impegno sul tema della famiglia attraverso i fatti e le risorse, anche economiche, messe a disposizione. Inoltre, si dovrebbero andare a raggruppare tutte le misure sul tema, in quanto la famiglia non vuol dire soltanto genitori, ma anche anziani: per esempio, riconoscendo il valore dell’anziano che rimane in famiglia. Deve quindi essere un processo complessivo nel quale noi diamo, o cerchiamo, di dare risposte al completo del nucleo famigliare, oggi drasticamente cambiato”.

Alla Conferenza delle Regioni a Roma lei ha dichiarato che il Friuli Venezia Giulia richiederà maggiori quote di autonomia. In quali ambiti?

“Sicuramente nella scuola: noi abbiamo già avviato il processo in paritetica per quanto riguarda l’ufficio scolastico regionale, in un’ottica estremamente collaborativa con lo Stato, per garantire personale ed un’organizzazione più efficiente. Stiamo inoltre lavorando per una maggiore autonomia anche per quanto riguarda gli appalti pubblici, guardando il percorso che hanno fatto Bolzano e Trento, per riportare anche il Friuli Venezia Giulia in queste norme. Ci aiuterebbero a garantire in modo più semplice gli appalti cosiddetti a ‘chilometro zero’, e quindi anche lo sviluppo per le imprese del territorio. Dopodiché, sono disponibile a ragionare su qualsiasi settore, come ad esempio quello delle camere di commercio, già richiesto nel programma, e finalizzato ad aiutare tutta l’organizzazione all’interno delle realtà produttive. Penso che il Friuli Venezia Giulia oggi sia in grado di ampliare moltissimo la propria autonomia, ovviamente con le risorse necessarie per farlo. Noi non chiediamo soldi in più a prescindere; ma, se abbiamo delle competenze in sostituzione dello Stato, quello che paga quest’ultimo deve essere riconosciuto alla regione stessa, per poterle esercitare”.

In occasione del secondo seminario italo-russo di Trieste svoltosi qualche giorno fa, lei aveva indicato il Friuli Venezia Giulia quale entroterra naturalmente rivolto verso il centro ed est Europa. Crede che anche quest’ultima sia rivolta verso la città e la regione?

“In Italia abbiamo grandi regioni con enormi capacità produttive e di espansione verso altre aree europee o straniere. Tuttavia, noi siamo la porta verso l’europa occidentale ed il mare, lo siamo stati storicamente, economicamente e logisticamente, ed è normale che l’est Europa abbia quindi tutto l’interesse a farlo. Da parte nostra, noi abbiamo l’interesse a rivolgerci verso un entroterra ampio, che ha oltretutto una crescita enorme: nel caso dell’Ungheria, il tasso di crescita è del 4, 4 e mezzo per cento annuo. Inoltre, bisogna diversificare l’export: come regione siamo forti esportatori verso la Germania, ma se quest’ultima va in crisi ne risentiremmo moltissimo anche noi. Si devono andare quindi a diversificare il più possibile anche i rapporti con gli altri paesi, per non dipendere fortemente da un’unica o poche economie”.

Il Friuli Venezia Giulia e nello specifico Trieste potrebbero avere uno sviluppo dal punto di vista del settore industriale?

“Oggettivamente, l’asset di Trieste, se pensiamo alla grande industria, non avrà mai percentuali enormi. Siamo attorno al 10 per cento. Abbiamo però molto terziario che funziona e che dà grandi risultati, come ad esempio nel caso del mondo assicurativo, che riguarda tutta la regione grazie al PIL che porta. Questo non significa che a Trieste non possa esserci l’industria, però è chiaro che sarà sempre limitata percentualmente. Ma è sempre stato così, storicamente, tranne nel caso di qualche singola realtà importante. Il Friuli può essere invece molto concentrato proprio sul settore industriale”.

Logistica e ricerca sono un buon punto di partenza per lo sviluppo della regione. Ma ci sono altri settori su cui il Friuli Venezia Giulia dovrebbe puntare?

“Dobbiamo intanto concentrarci su questi due aspetti e portare avanti delle attività strategiche di crescita in merito. Fare uno sviluppo generalizzato rischia di comportare il non raggiungimento di certi obiettivi. Facciamo ‘poco’, quindi, ma bene, decidendo dove intervenire. Dopodiché è chiaro che vi è anche l’impresa: il turismo è sicuramente una risorsa importante sulla quale stiamo investendo moltissimo, con PromoTurismoFVG; abbiamo l’agroalimentare, che è un enorme valore aggiunto dell’export e che va integrato proprio alla promozione turistica del territorio, avendo una grande diversificazione della produzione. Però ripeto, io penso che la logistica e la ricerca, che poi si svilupperebbe nell’industria se declinata nella parte produttiva, siano le attività fondamentali: abbiamo fatto un’analisi di quali sono le potenzialità della nostra regione e quelle dobbiamo essere in grado di sviluppare”.

[n.p]

[Massimiliano Fedriga, nato a Verona nel 1980, è cresciuto e ha studiato a Trieste, dove dopo la maturità scientifica si è laureato nel 2005 in Scienze della Comunicazione, conseguendo successivamente un Master proprio in Analisi e gestione della Comunicazione. Conclusa una importante esperienza professionale in AcegasAps, si è dedicato all’attività politica con la Lega Nord, alla quale è iscritto dal 1995: prima come consigliere del Comune di Trieste, poi alla Camera dei Deputati dal 2008 al 2018 come parlamentare di due legislature con incarico, nel 2014, di capogruppo, e poi ancora come presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, eletto nell’aprile 2018. Nel 2011, è stato candidato sindaco al Comune di Trieste. Nell’aprile di quest’anno è risultato secondo come indice di gradimento fra i governatori regionali con il 51.1 per cento di fiducia dei cittadini.]

spot_img
Nicole Petrucci
Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore