28.09.2019 – 08.45 – Come in tante città medievali e moderne, Trieste ebbe il suo primo cimitero sul colle di san Giusto. Un quartiere per ogni nazionalità; una tomba per ogni religione; come in vita, così in morte la città replicava il suo assetto multietnico e plurinazionale.
Verso i primi anni del nuovo secolo, il governo decise di spostare il cimitero lontano dalle zone abitate, tanto per motivi di igiene pubblica, quanto per garantire uno spazio maggiore alla città in forte crescita. Non solo si spostarono le tombe, quanto i cadaveri stessi; un’impresa difficile, perché molte religioni di quella che era la Trieste di un tempo rifiutavano di riesumare i propri cari.
La comunità ebraica, che seppelliva i propri morti a due metri di profondità, era tra le più contrarie.
Eppure, partendo dal cimitero cattolico e proseguendo con tutti gli altri, la necropoli di Trieste trovò una nuova collocazione presso Sant’Anna, incastonata tra il rione di Valmaura e di Servola.
Il cimitero cattolico venne ufficialmente spostato nel 1825, mentre nel 1842 il Magistrato assegnò i diversi lotti di terra di Sant’Anna alle diverse nazionalità (e religioni) della città.
E proprio in quest’occasione, come osserva Elisabetta Lo Giudice, compare una menzione del cimitero ottomano: una delle “nazioni” previste dal magistrato è quella “mussulmana”.
Il cimitero, costruito nel 1849, ha la forma di un ferro di cavallo: le mura e il cancello recintano un’area di settemila metri quadri dove gli elementi più caratteristici sono una cappella mortuaria e un pozzo. Il primo è un edificio piccolo, ma elegante: una cupola di rame sormonta il tetto, con una mezzaluna alla sommità, orientata verso la quibla, la sacra città della Mecca.
È il luogo dove pulire il defunto, utilizzando l’acqua del vicino pozzo.
Le tombe, in obbedienza al Corano, sono orientate nella direzione della Mecca, seguendo la mezzaluna. I documenti del Magistrato in realtà non parlano mai di musulmani o maomettani, preferendo esclusivamente il termine “ottomano”. La nazionalità rimpiazza dunque la religione; tuttora le chiavi del cimitero spettano all’Ambasciata Onoraria della Turchia residente a Trieste.

Il cimitero ottomano di Trieste rimane tuttavia un punto interrogativo nella storia della città, perchè non esiste un archivio cimiteriale per i musulmani. I nominativi, all’epoca, venivano semplicemente spediti a casa e in alcuni casi le salme stesse viaggiavano via mare. Le lapidi, a loro volta, sono illeggibili, consumate dal tempo: difficile comprendere quali risalgano all’ottocento o siano tra quelle spostate dal colle di san Giusto, magari settecentesche.
Tocca allora ricorrere alle fonti letterarie. È rimasta famosa la descrizione del cimitero del 1869, ad opera di Vincenzo Drago, che scambia (come tanti altri), la cappella mortuaria per una moschea.
E cosa possiamo dire del Cimitero Turco di Trieste?
Ma come potremo chiamare Cimitero un piccolo campo di terra, sul quale non s’innalza né pietra, né monumento, né segno alcuno? Un basso muricciolo lo cinge, e s’eleva nel mezzo un modesto edificio coi muri bianchi, su cui scintilla dorata la mezza luna, è una moschea; tutto nudo, triste come gli esuli confinati in estraneo paese.
La descrizione risente del pessimismo dell’autore, ma dimostra come le sepolture all’epoca non esibissero lapidi di sorta; o almeno che Drago non le aveva viste, guardando dal fuori il cimitero.
Ettore Generini, autore famosissimo per la sua opera “Trieste antica e moderna” (1884), conferma come non vi fossero monumenti o lapidi, almeno negli anni centrali del secolo:
nel 1849 fu assegnato cimitero ai Musulmani ed alzata cappella a dispendio del Comune. Uno solo vi era sepolto sino al 1862, un soldato di marina del Vicerè d’Egitto.
La terza fonte letteraria proviene invece dalle annotazioni di un francese, Carlo Yriarte, che visita Trieste nel 1875. Il turista, nell’opera “Le rive adriatiche e il Montenegro”, descrive l’ingresso del cimitero. È una delle rare occasioni dove si menziona un custode.
Ben presto, oltrepasso il cimitero, immensa necropoli dove, separati da semplici cancellate, e distinti dalle forme diverse delle tombe, riposano i morti di tutti i culti, dal cattolico al maomettano. All’ingresso del cimitero, in un chiosco arredato alla turca, un custode, con una testa da bascì bozuk, coperta col tarbuch, sorveglia il suo caffè, fumando lo scibuc.
Stanco di camminar fra due muri, senza scoprir nuovi orizzonti, presi la prima strada che mi si offriva.
Il tarbuch è un altro nome per fez, mentre “bascì bozuk”, letteralmente “testa vuota”, era il nomignolo per le truppe irregolari musulmane. Potrebbe essere il custode del cimitero ottomano, così come di quello greco orientale (o di entrambi). Il chiosco è una casetta tuttora esistente presso la cappella mortuaria.

Sappiamo d’altronde, da un rapporto del podestà del 1863, come il cimitero fosse oggetto di atti vandalici; proprio per questo motivo il Comune aveva deciso di rimettere mano al camposanto, annotando la presenza di undici tombe. Chissà, forse l’idea di un custode risale a quel periodo.
Tra le lapidi più interessanti c’è senza dubbio quella di Abdallah Ben. Salih, un albanese morto nell’anno 1262 dell’era islamica, corrispondente al nostro 1845-46.
Il cippo esibisce alla sommità un turbante piatto, che lo identifica quale un mercante, mentre la rosa scolpita sul copricapo lo qualifica come un fedele di una scuola mistica islamica, la tariqa.
Merita infine una menzione la targa bronzea all’ingresso, che recita:
Ogni anima gusterà la morte; quindi a noi sarete fatti ritornare.
Scritto da Husam.
È stato fatto appendere dal Bas Sehbender Yusuf Zeki Beg.
Incisore Fahimazade, Anno 211.
La citazione proviene dalla ventinovesima Sura del Corano, versetto 57.
Husam era il nome del calligrafo, mentre Bas Sehbender era il Console Generale Ottomano di Trieste. 211 è un’abbreviazione di 1211, a sua volta anno dell’egira, che corrisponde a un periodo tra il 1796 e il 1797. Rimane però altamente improbabile che si tratti di una targa della Trieste giuseppina. Yusufi Zeki Beg infatti era il Console in carica tra il 1893-94 e se alteriamo quel 2 in un 3, l’anno diventa il periodo tra il 1893-94. Non a caso la grafia araba per il 2 e per il 3 sono molto simili, specie quando si tratta di compiere un’incisione nel bronzo.
Rimane, al di là dell’errore, uno squisito manufatto che completa quant’è un altro tassello di una Trieste multinazionale e plurireligiosa ancora molto viva.
[Fonti: Vincenza Grassi, Il cimitero ottomano di Trieste, Oriente Moderno
Nuova serie, Anno 4 (65), Nr. 10/12 (Ottobre-Dicembre 1985), pp. 223-238, JSTOR, Elisabetta Lo Giudice, Musulmani a Trieste: la presenza islamica nella Trieste dell’Ottocento: tesi di laurea triennale, Università degli studi di Trieste, 2009]


