20.08.2019 – 17.50 – Sono passati ormai dodici giorni da quando il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha dato il ‘la’ ad un’inusuale, seppur non troppo inaspettata, crisi di governo estiva. Nonostante le tensioni tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega fossero ormai da molto tempo palpabili, si può dire che, dopo l’iniziale luna di miele fatta di promesse e buoni propositi, i due partiti di governo stessero da un paio di mesi conducendo una relazione da “separati in casa”. Il colpo di grazia di questa peculiare unione tenuta assieme da un contratto di governo fonte di discussioni più che di accordi, è arrivato concretizzandosi ufficialmente con la mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte, depositata in senato dal partito di Matteo Salvini, che ha portato nella decisiva giornata di oggi il Presidente del Consiglio in Senato per riferire sull’attuale situazione di governo. Un agosto quindi bollente sotto ogni aspetto, che nel corso di queste afose giornate estive ha portato il paese a prospettarsi scenari fino a qualche giorno fa assolutamente impensabili: dalla possibilità di ritornare alle urne, ad una possibile alleanza tra PD e M5S, alla creazione di una coalizione di destra che vedrebbe protagonisti Lega e Fratelli d’Italia, fino agli ultimi e timidi tentativi di retromarcia con dichiarazioni di telefoni “sempre aperti”: incertezza, confusione e caos dominano quindi ancora una volta la scena del Bel Paese.
“Va sottolineato che questa crisi è il fallimento di un’alleanza di governo che ha giurato e spergiurato fino a due settimane fa”, spiega il vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Russo, del Partito Democratico. “Salvini e Di Maio hanno votato insieme la fiducia sul Decreto Sicurezza, giurando che questo era un governo di legislatura e che nonostante le difficoltà era un governo che avrebbe mantenuto le promesse. Non si è in una fase nuova finché non si giudica quella che si sta chiudendo, e Salvini e Di Maio sono le due facce di una crisi con la quale bisogna fare i conti”, aggiunge. “Gli italiani devono capire quali sono i reali motivi per cui si apre questa crisi e che non è soltanto un problema di bisticcio politico: per la prima volta Salvini comincia ad avere paura, è un leader che si è sempre raccontato come un capitano coraggioso e intravedeva la difficoltà di aprire una fase politica con una Legge di Bilancio che non era possibile gestire da parte di questo governo sia per incompetenza sia perché le cose che prometteva non sono sostenibili”.
Possiamo dire quindi che l’avvio della crisi di governo da parte di Matteo Salvini è legata anche ad un “timore” di prendersi le responsabilità dell’insostenibilità, sotto l’aspetto prevalentemente economico, delle promesse fatte. Ma si può davvero attribuire la causa solamente alla paura di affrontare una Legge di Bilancio che si prospetta essere durissima per l’Italia e gli italiani, o si può sostenere invece che vi sia stata da parte del leader della Lega anche una sorta di “strategia politica” legata ad una volontà di andare all’incasso, visti gli attuali consensi del partito?
“Le due cose sono assolutamente parallele: Salvini prova ad andare all’incasso adesso perché oggettivamente i sondaggi a suo favore sono alti come non lo erano mai, anche se credo che già in questi dieci giorni qualcosa si sia perso, perché gli elettori leghisti iniziano a rendersi conto che parla solo di immigrazione, quando poi nel concreto c’è ben altro a cui pensare. Il timore vero e proprio infatti è che si stesse avvicinando un passaggio molto difficile, che non era possibile gestire senza chiedere agli italiani lacrime e sangue e che gli avrebbe quindi fatto perdere consenso”.
Una mossa quindi forse un po’ azzardata? Sotto alcuni aspetti, agli occhi dell’elettorato leghista, questa volontà di aprire una crisi di governo gettando discredito sul partito con il quale, fino a ieri, si proclamava artefice del cambiamento del paese, potrebbe apparire come un forte segnale di incoerenza politica. In questo scenario, qual è il ruolo del PD, e come il partito potrebbe “trarre vantaggio” da una situazione di questo tipo?
“In questo momento io cerco di ragionare chiedendomi cosa fa bene o male all’Italia, perché il più grande limite che potrebbe avere il PD in questa fase è quella di dare l’idea di
voler approfittare per ottenere magari soltanto una piccola percentuale elettorale in più, per sistemare delle beghe interne o per provare a ritornare immediatamente al governo. Il tema non è quello; il tema è fare qualcosa per l’Italia: ognuno di noi dovrebbe fare lo sforzo, e i leader del PD in primis, per chiarire che questo è un momento per ragionare su che cosa serva al paese: ad esempio, un governo che non porti l’IVA al 25% o fuori dall’Europa. Il PD non deve cadere nella trappola di pensare che ci siano scorciatoie; se ci sono condizioni per offrire un governo migliore dovrà essere chiaro il fallimento di Salvini e Di Maio, e dovrà esserci un altro gruppo dirigente del M5S. Il nuovo governo non potrà essere un governo con le stesse facce che hanno salvato la poltrona, se il M5S ha altre facce le tiri fuori, magari recuperando lo spirito di un tempo, quello più ambientalista, aperto alla tecnologia, che guarda al futuro, un ragionamento di cambiamento profondo della società italiana e anche di svecchiamento. Se ci sono queste condizioni il PD può ragionare eventualmente mettendo i propri uomini, sennò si andrà al voto”.
Negli ultimi giorni, forse uno dei principali colpi di scena è stata proprio la possibilità di un’eventuale alleanza tra il PD di Nicola Zingaretti ed il M5S. Ma un’unione di questo tipo non rischierebbe di dare un segnale di incoerenza agli elettori del PD stesso, andando a rappresentare un serio rischio per il partito?
“Oggi gli elettori italiani, giustamente, hanno un’idea pessima di una politica che sembra cambiare idea con la rapidità della luce soltanto per le proprie convenienze. Io dico che se c’è una persona che non ha da rimproverarsi nessun voltafaccia è proprio il segretario del PD: Zingaretti, che apparentemente sembra il meno visibile in questa partita, è l’unico che sta mantenendo il profilo che ogni leader dovrebbe mantenere, e cioè l’attesa che la crisi si formalizzi aspettando che il Presidente della Repubblica individui il percorso. Nicola Zingaretti ha detto che il PD è pronto per le elezioni, e che se ci sono condizioni che servono all’Italia si può fare una cosa diversa con condizioni però molto chiare, quali una netta discontinuità con la delegazione di governo del M5S, un programma per il Paese comprensibile che parli dei bisogni delle famiglie delle imprese e dei cittadini, e la capacità anche da parte del PD di non sistemare alcuni leader ma di scegliere invece le persone che siano più credibili, più autorevoli e più funzionali. Se si fa questa cosa si può ragionare, provando a fare tabula rasa e chiudendo soprattutto la fallimentare stagione del governo Lega – M5S”
Nicola Zingaretti presenta quindi ai suoi elettori un partito unito e pronto per andare alle urne o eventualmente a governare; ma, anche a fronte delle ultime vicissitudini con Matteo Renzi, c’è realmente nel partito questa unità di cui tanto si parla?
“Il PD è l’unico partito, assieme alla Lega, che ha dimostrato una capacità di crescere nelle preferenze: i segnali sono quelli di una ripresa. È normale, dopo una sconfitta elettorale leccarsi le ferite, ora con la nuova segreteria si sta ricominciando ad organizzarsi sul territorio e questa vicenda ha inoltre unito la leadership del partito: siamo tutti allineati dietro al segretario, anche lo stesso Matteo Renzi, e credo che questo sia il momento di unire le forze democratiche.”
Cosa rappresenta Matteo Renzi per il Partito Democratico? Non si può negare che la figura dell’ex Premier in questi anni, oltre che a godere di una forte impopolarità, abbia in parte anche allontanato una fetta di elettorato dal partito. È un bene, la sua permanenza nel partito? L’aver avanzato un’ipotesi di alleanza con il M5S non è stata una mossa che mette in difficoltà l’unità e lo stesso Nicola Zingaretti?
“La mia opinione su Renzi è che ha sbagliato nei modi e nei tempi, anche se è una decisione che comunque ha avuto il pregio di mettere in difficoltà Salvini; è chiaro che il modo in cui è stato fatto potrebbe dare ad alcuni l’idea che ci sia un interesse personale e di gruppo, però io credo che Renzi non abbia futuro al di fuori del PD. È comunque una persona di qualità che purtroppo ha giocato male alcune partite e ha fatto alcuni errori che oggi lo mettono in cattiva luce, e forse il suo errore più grande è quello di non capire che un cambio di atteggiamento farebbe tornare utili molte sue capacità. Il PD ha bisogno di tutti, un PD che abbia l’ambizione di tornare a parlare al 40% degli italiani, come è stato e come potrebbe tornare ad essere, magari in un’alleanza più ampia e diversa, ha bisogno di Renzi, di Calenda e di persone che ragionano più a sinistra”.
Nel contesto comunicativo, è ormai appurato che a dominare la scena sia proprio Matteo Salvini: il suo modo di parlare in maniera particolarmente diretta con i suoi elettori gli ha consentito infatti di raddoppiare i consensi in solo un anno di governo. Cosa serve al PD per poter essere più efficace nella comunicazione con il suo elettorato?
“Salvini non fa comunicazione, ma propaganda, al limite della manipolazione; la macchina di Salvini è lo strumento di manipolazione più forte e pericoloso che sia mai stato realizzato nella storia di questo Paese. Dopodiché, ci sono i cicli: cinque anni fa il PD aveva il 40% e Renzi sembrava imbattibile sul piano della comunicazione, quindi possiamo dire che ci sono leader che con abilità diverse cavalcano gli strumenti che ci sono oggi. Ma quando la comunicazione diventa solamente propaganda e manipolazione, e diventa semplicemente un creare nemici, non fa un servizio ma è un grave rischio.
La politica di oggi deve iniziare a smontare il mito dell’uomo solo al comando, in quanto fine di un modello di partecipazione reale diffusa e democratica. Le leadership solitarie anche molto carismatiche e di successo durano poco, e quale democrazia e quale paese è in grado di costruire progetti di medio e lungo periodo se le sue leadership sono così fragili e così veloci? L’alternativa è quella di tornare ad un modello in cui i leader e le persone autorevoli certo ci sono ma fanno squadra. Zingaretti in questo momento ha detto da subito che vuole giocare al plurale: magari sta andando controcorrente, però sta dando una risposta. Punterei quindi ad un PD che sappia raccontare e comunicare meglio il suo essere comunità e non un partito personale”.
Quali sono i potenziali elettori verso cui guarda oggi il PD e che cosa offre loro il partito?
“Il PD ha bisogno di riconnettersi con alcuni pezzi di società, realtà che oggi devono riprovare a trovare casa dentro la politica: parte del mondo cattolico sta elaborando nuove proposte sulla spinta di quello che ad esempio dice Papa Francesco, ci sono movimenti ambientalisti, c’è un movimento di giovani che oggi abbiamo visto comparire nelle piazze e che la politica non è riuscita a valorizzare e a coinvolgere ed il PD ha la capacità di organizzare una coalizione ampia. Bisogna inoltre ritornare a parlare di programmi, le persone sono molto più interessate quando capiscono che si sta parlando del loro futuro e non ci si sta perdendo negli scontri o nelle ambizioni personali. L’abbiamo visto anche con le primarie e io sono convinto che qualunque sia la scelta del PD nelle prossime settimane sarà opportuno e necessario fare delle primarie: una grande consultazione popolare per il nuovo governo o per la scelta di andare alle urne. Gli elettori di centrosinistra verrebbero a fare questa scelta perché avrebbero l’idea che stanno decidendo qualcosa di importante e perché stiamo chiedendo a loro di esprimersi e non per finta”.
[n.p.]









