Chi ha paura delle urne? A volte, le elezioni ritornano

15.08.2019 – 15.07 – Matteo Renzi, oggi: Le istituzioni sono a rischio; chi non ferma le urne è un disertore”. Matteo Renzi, febbraio 2014: “Non voglio andare al governo senza passare dal voto popolare. Sono tantissimi i nostri che dicono: ma perché dobbiamo andare? Ma chi ce lo fa fare?”. La politica, da sempre, è anche l’arte del dire più che del fare: e capitò che Renzi, al governo, ci andasse proprio senza elezioni. Del resto, nello stesso anno ebbe modo di dire: “O facciamo le riforme o non ha senso che io stia al governo. Se non passa la riforma del Senato, finisce la mia storia politica”. Eppure, in questa estate 2019 è tornato, e da protagonista, per invocare il governo con il Movimento 5 Stelle e scongiurare l’incubo delle elezioni. Si può, in una democrazia, dire che scongiurare le urne è un bene?

Sorvolando sulle altre promesse del suo governo, come lo sblocco di tutti i debiti della pubblica amministrazione, l’abbassamento immediato dell’Irap per le aziende, una riduzione del dieci per cento del costo dell’energia per le piccole e medie imprese e molto altro, è fattuale che Matteo Renzi sia ancora uno dei protagonisti sulla scena e che stia portando, dopo la ripresa, che qualcuno aveva definito miracolosa, del Partito Democratico alle elezioni europee, di nuovo la sinistra a una tremenda frattura, proprio mentre Zingaretti stava lavorando per recuperare l’unità. ‘Dopo di me, il nulla’; non l’ha detto Renzi. Eppure. Matteo Renzi ha espresso in più occasioni un’opinione che, oltre a quella del dire più che fare – perché fare è poi meno facile di quello che sembra, e dell’aumento dell’IVA ad esempio sappiamo da tempo – è una verità politica eterna: per governare un paese bisogna prendere i voti anche di chi non te li ha dati fino alle elezioni precedenti, andando quindi un po’ incontro a tutti, cercando di conciliare posizioni distanti. Non sembra, oggi, che la strada presa sia quella giusta: non si vedono i giovani, e se è vero che la ricerca del compromesso in politica è fondamentale, tener fuori da questa ricerca gli elettori, iniziando a dire sottovoce: ‘gli italiani non capiscono’, ‘non sono in grado e quindi meglio non farli votare’, per la democrazia è estremamente pericoloso. Più dell’invocare ‘pieni poteri’ nel momento in cui un parlamento saldamente in carica e un presidente della Repubblica pienamente capace di intendere e di volere esistono ancora, non ci si spara nelle piazze come negli Anni di Piombo e non ci sono, giù di sotto, squadristi in gran numero: i ‘pieni poteri’ chiesti a gran voce suonano come una boutade, il ‘non sono pronti per votare’, sussurrato, molto meno.

La platea di Facebook ripropone con frequenza l’immagine, fotografica e morale, di Enrico Berlinguer: parliamo di lui perché lo si è visto molto, di recente, e non sappiamo se ne sarebbe felice, sui Social. Dalla giornata in spiaggia con i figli in quasi giacca e cravatta, alla questione morale con il dovere della sinistra di coltivare e difendere la propria diversità dagli altri. Quello dipinto nelle vignette Social è però il Berlinguer del ‘dopo’: quello del PCI che, dopo la morte di Moro e il fallimento del progetto di governo con la DC, aveva iniziato a ripiegarsi su sé stesso, a mettere in casseforti dalle pareti troppo spesse i suoi valori. Quel ripiegamento è giunto fin qui e nell’assenza, desolante, di idee di centro dopo la degenerazione politica introdotta da Craxi e quello che per vent’anni e più ne è seguito, chi non si ritrova nella destra, o perlomeno se non nella destra non si ritrova nell’inno nazionale suonato alla consolle del DJ, sbatte comunque contro il muro di una sinistra che ha costruito posti di blocco contro il suo cambiamento e contro il futuro. E ci si dimentica, cullandosi nell’idea di essere ‘i migliori’, ‘la cultura’ e di poter tener fuori tutto il resto, dell’Enrico Berlinguer del ‘prima’, ovvero del compromesso storico, del lavoro fatto con Aldo Moro fino al suo sacrificio: la prospettiva politica più forte e più nuova di quei tremendi anni. Enrico Berlinguer leader di un partito comunista pronto a partecipare al governo. Dopo la morte di Berlinguer, la diversità e il non essere come gli altri è stata la parola d’ordine, fino ad allontanarsi via via dalla gente, fino ad arrivare a oggi, perché: ‘la gente non capisce e non può capire e quindi si merita Salvini’

È la presunzione della superiorità morale, ad allontanare dal dialogo con chi vota: e se temi che qualcuno non ti voti allora meglio non votare affatto, perderesti. Una malattia che coglie ora anche il Movimento 5 Stelle, nuovo, giovane, il più votato forse dai trentenni, che dell’essere diverso dagli altri ha fatto il suo emblema: l’idea di restare puri a qualsiasi costo e portare avanti solo le proprie idee, senza nessun compromesso, in democrazia è altrettanto destabilizzante della mancanza di idee, e se questa convinzione parte dalla base più che dai vertici di un movimento che di politica reale si è fatto ormai un po’ d’esperienza, capendo che per realizzare concretamente qualcosa devi parlare con voce diversa, continuare ad avere sostegno diventa complicato. Ma un’alleanza fra Renzi e il Movimento 5 Stelle fatta solo per restare lì il più possibile potrebbe essere la fine del Movimento stesso, fra il riassorbimento di una sua parte, rilevante, proprio nel PD e la disaffezione degli altri. “Adesso tocca a una nuova generazione. Ai teorici dell’inciucio vogliamo dire che vi è andata male”: Matteo Renzi, febbraio 2014.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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