Federico Fiumani, il cantautore fiorentino innamorato dei libri di Italo Svevo

20.08.2019 – 09.05 – Con Federico Fiumani, leader dei Diaframma con cui solca i palchi di tutta Italia da quasi quarant’anni, abbiamo parlato di depressione esorcizzata con la musica, del suo amore per gli autori triestini e dell’amicizia che lo lega a Piero Pelù.

Andiamo con ordine, un rapido riassunto per chi non conoscesse la storia della band toscana. Nati nella florida scena fiorentina degli anni ’80, la stessa che lanciò i più noti Litfiba, i Diaframma ai primordi furono influenzati principalmente sul piano musicale dalla scena new wave internazionale (Joy Division e Television su tutti) e sul piano delle liriche dai poeti maledetti come Baudelaire e Rimbaud. Su questo solco si situano le prime produzioni di singoli ed EP sino all’esordio in Long Playing con “Siberia” del 1984, pietra miliare della new wave italiana; assorbono successivamente influenze anche dal beat italiano degli anni ’60 e dal cantautorato d’autore (su tutti De Andrè). Poi la svolta nel 1989 quando Federico Fiumani, chitarrista ed autore di testi e musiche, diventa leader assoluto della band passando anche alla voce dopo l’abbandono del cantante Miro Sassolini. Il nuovo corso dei Diaframma parte con “In perfetta solitudine” del 1990, che vale da parte di Dischi Ricordi la chiamata per San Remo, declinata però da Fiumani che si rifiuta di ri-arrangiare il brano scelto in chiave più commerciale. Nonostante il mancato approdo al mercato mainstream di tv e radio generaliste, i Diaframma nei molti anni di carriera hanno costruito un nutrito seguito di fan ed hanno influenzato autori delle generazioni successive come ad esempio Marlene Kuntz, Dente o Cristina Donà.
In occasione del trentacinquennale, il loro esordio “Siberia” è stato ristampato quest’anno in versione deluxe a tiratura limitata ed è proprio da quel disco che parte la nostra intervista.

Federico, ho letto nel tuo libro autobiografico “Brindando coi demoni” che hai sempre avuto un legame un po’ ambivalente con “Siberia” perchè ci hai riversato tutte le tue paranoie più intime ma alla fine è stato il disco tuo che ha avuto più successo nel corso degli anni e la cosa ti ha lasciato sempre un po’ stranito. Che rapporto hai con questo disco a distanza di tanti anni dall’uscita?

Alla fine ho un bel rapporto: sono molto riconoscente a questo disco perché mi ha rivelato ad un pubblico che non fosse solo quello fiorentino e ci ha fatto uscire da Firenze e anche dall’Italia. È un disco che ha segnato in qualche modo un’epoca e quindi per me ha un valore molto affettivo, e poi perché ha avuto a distanza di tempo un riconoscimento postumo e dopo molti anni è stato riscoperto ed è diventato un po’ un classico del rock italiano; chiaramente non ce lo saremmo mai aspettato quando l’abbiamo registrato. È il disco della mia giovinezza, e allora quando lo risuono mi riaffiorano i ricordi perché la musica ha un enorme potere catartico su di me e dunque suonare questi pezzi mi riporta in una dimensione fatta di tanta nostalgia e tanta tenerezza. Poi c’è l’orgoglio di aver fatto qualcosa di importante, la consapevolezza di aver lasciato una traccia, di aver fatto qualche cosa che per me chiaramente significava molto ma a cui si è aggiunta anche l’enorme soddisfazione nello scoprire che altre persone mie coetanee dell’epoca vi si sono riconosciute. Poi la musica serve anche a tirare fuori le proprie paranoie perché bisogna parlare anche e sopratutto di queste cose, l’arte serve a questo: tirare fuori la parte più intima e più profonda di noi stessi, in qualche modo renderla pubblica e liberarsene anche, quindi mi ha aiutato da un punto di vista anche psicologico proprio. E re-interpretarlo oggi, Siberia, mi fa stare bene e sono molto contento di vedere facce contente ai concerti.

Restando in tema psicanalitico, dalla tua biografia si direbbe che sei ossessionato dalla “Coscienza di Zeno” di Svevo.

Attualmente no, lo ero maggiormente quando scrissi il libro (2008, ndr) perchè proprio in quel periodo me lo stavo rileggendo per l’ennesima volta. Sicuramente Trieste con Svevo, Saba, Joyce è stata all’avanguardia nella psicanalisi e dunque nella scoperta del male oscuro del nostro tempo: la depressione. Io sono stato molto depresso nella mia vita e tuttora lo sono spesso quindi è una scrittura, quella di Svevo, che sento molto vicina alla mia, molto affine a me, mi ci riconosco molto. Io Svevo l’ho letto tutto, riletto, sono andato a scoprire tutto quello che ha scritto e pubblicato ma anche le lettere private e tutte le informazioni biografiche disponibili. È un autore che amo moltissimo e che sento molto vicino.

Tornando invece alla Firenze degli anni ’80, la scena musicale di quell’epoca fu straordinaria: i Litifba registrarono grandi dischi e poi negli anni ’90 ebbero una consacrazione commerciale su larga scala, i Rinf furono prodotti dal leggendario Adrian Sherwood e i Moda addirittura da Mick Ronson, chitarrista storico di David Bowie. Tu pensi che quello spirito creativo sarebbe ripetibile oggigiorno?

Secondo me ripetibile come quella volta no, e giustamente anche, perché sarebbe una minestra riscaldata.
Io ho questa visione: l’arte è qualcosa di sempre pericoloso per la società, per i valori imposti, i valori consueti, quindi tutto quello che si muove in direzione opposta all’omologazione è comunque un rinascimento dell’uomo, delle persone. Quando qualcuno fa qualcosa di rivoluzionario che non c’è mai stato prima, è un atto sempre molto vitale. Noi usavamo il rock come mezzo di espressione perché il rock in quegli anni aveva una funzione e un significato diverso da quello che ha adesso. Negli anni ’60, ’70 e ’80 il rock aveva una carica eversiva molto forte e devo dire che ultimamente non ce l’ha più; per me l’equivalente dei musicisti degli anni ’60 sono gli hacker tecnologici. È un qualcosa di pericoloso, una sorta di terroristi che usano le armi dell’arte e della comunicazione, una cosa molto eccitante e destabilizzante: gente in rivolta come nella Firenze degli anni ’80. Parlo di una rivolta personale che finisce col coinvolgere anche altre persone ma parte sempre da dentro però.

Nell’ambito di quella rivolta artistica nacque qualche rivalità ma anche tante amicizie e sodalizi artistici di lungo corso: nel 1985 il vinile “Amsterdam” vide la collaborazione tra Litfiba e Diaframma e trent’anni dopo tu e Piero Pelù avete registrato nuovamente un disco assieme. Che rapporto hai con Piero?

Molto buono, però sono passati tanti anni e le strade si sono separate, loro – i Litfiba – hanno avuto un grande successo, io invece me ne sono andato dal giro della IRA Records perchè non andavo d’accordo col discografico Alberto Pirelli. Non ci si vede più però quando lo rivedo, Piero, lo incontro sempre molto volentieri e ci vogliamo sempre molto bene. Tra l’altro, è la persona che sogno più spesso.

[s.c.]

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