Cronache di un artista emergente nel terzo millennio. L’intervista a Igor Longhi.

14.05.2019 – 10.00 – Viviamo in un’epoca nella quale essere un artista non è, sotto alcuni aspetti, mai stato così semplice. Grazie ai nuovi mezzi finalizzati alla pubblicazione nonché all’autopubblicazione della propria musica infatti, chiunque al giorno d’oggi ha la possibilità di emergere. Ma è proprio quest’ultimo aspetto, “l’emergere”, che, se da un lato viene reso più accessibile rispetto ai tempi in cui era difficile farsi strada senza il supporto di un’etichetta discografica, dall’altro ha contribuito alla creazione di una competizione quasi spietata, dove non basta più essere solamente “bravi”. Al giorno d’oggi infatti, un artista che si rispetti, non deve solo eccellere in quella che è la sua scena musicale, ma deve operare anche un grande lavoro di promozione rispetto a quello che è il proprio lavoro, elemento ormai del tutto indispensabile per chi desidera intraprendere la carriera musicale. 
Igor Longhi pianista e compositore triestino, ex membro della band ska/reggae “Makako Jump”, ha avviato la sua carriera da solista, nel filone musicale neoclassico-minimalista, proprio confrontandosi con quella che potremmo definire come una “nuova realtà musicale”; un percorso che lo ha portato nel corso degli anni a pubblicare l’album “The flow” e diversi singoli tra i quali “Il mare a nord est”, brano che sta attualmente avendo molto successo, proprio grazie a quelli che sono i canali di distribuzione musicale odierni. 

Igor, come inizia e qual è il tuo percorso musicale? 

“La mia formazione musicale inizia prestissimo, all’età di 5 anni quando, grazie ai miei genitori, venni introdotto allo studio del pianoforte. Successivamente proseguii i miei studi al Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste, studi che tuttavia interruppi all’età di 17 anni a causa di una sorta di rifiuto adolescenziale verso la musica.
Fortunatamente però, a qualche anno di distanza, la riscoperta di un rinnovato bisogno di esprimermi, mi riportò su quella strada che avevo precedentemente abbandonato e ricominciai quindi a suonare alla tastiera con diverse formazioni rock. Nel 2002 prese ufficialmente avvio la mia esperienza con il gruppo “Makako Jump”, che continuerà attivamente fino al 2013 circa, con la pubblicazione di sette dischi e la partecipazione a molteplici tournée internazionali; esperienza questa, che mi permise di migliorarmi notevolmente, nonché di affrontare l’esperienza di palco, fondamentale per qualunque artista musicale.
Una volta conclusasi l’esperienza con il gruppo tuttavia, risultava ancora particolarmente vivo il mio bisogno di suonare e di esprimermi attraverso la musica: il pianoforte divenne quindi per me in quel periodo una sorta di confidente, uno strumento che utilizzavo da solo per riuscire ad elaborare alcune situazioni senza che vi fosse l’idea di comporre effettivamente un brano, in quello che potrei definire un vero e proprio flusso di coscienza, qualcosa di intimo e personale che mi faceva stare bene.
Al contempo però, tra gli obiettivi che mi ero prefissato, vi era anche l’intento di comporre e pubblicare un album da solista, obiettivo che mi portò nel 2015 alla realizzazione dell’album “The flow“, un EP composto da 6 brani intimi e personali e pubblicato da “Epops Music”, etichetta del batterista triestino Moreno Buttinar. L’album è quindi il frutto della rielaborazione in chiave musicale delle emozioni che sono scaturite in seguito ad eventi con i quali mi ero personalmente scontrato o che avevo comunque vissuto da vicino. Ogni brano quindi è la trascrizione musicale di sentimenti ed eventi reali, che convergono nel titolo “The flow” in quella che è un po’ la sintesi di ciò che è la mia personale interpretazione della vita maturata nel corso degli anni: noi, in quanto persone, siamo totalmente in balia del flusso degli eventi e, come delle foglie trasportate da un fiume, andiamo dove questo flusso ci trasporta.
Successivamente alla pubblicazione dell’EP, scoprii un altro lato della composizione, ovvero la composizione per immagini; la costruzione di una colonna sonora su un video già realizzato, che cerchi di risaltare e sottolineare le immagini al suo interno. Nacque così il video “Il fedele“, un progetto realizzato in occasione dell’Epifania ortodossa da Jorge Muchut, videomaker e Luciana Faino, producer e fotografa, di “Oh my doc!“, studio dedicato alla produzione creativa di contenuto audiovisivo, con i quali ho svolto anche altri lavori. Un’esperienza estremamente interessante ed innovativa per me, perché creare della musica finalizzata alla messa in luce di determinate immagini seguendo dei ritmi già imposti è stato sicuramente qualcosa di molto diverso e di stimolante.”

Il tuo ultimo singolo “Il mare a nord est”, uscito il 12 aprile 2019, ha riscosso particolare successo. Come nasce?

Il mare a nord est” è un brano che nasce in realtà per caso: mi trovavo a passeggiare sul lungomare di Barcola, in una tersa giornata invernale in cui soffiava la Bora e in quel momento mi colpì particolarmente il movimento del mare e di come, da totalmente liscio e calmo, una volta alzatosi il vento, avesse iniziato ad incresparsi scompostamente. A quel punto mi sedetti ed iniziai ad osservare ciò che stava accadendo, lasciando scorrere il flusso di pensieri: da lì iniziò a suonarmi in testa la melodia, come se ci fosse sempre stata, pronta e in attesa. Questo è infatti il pezzo che ho impiegato meno tempo a scrivere.
Il caso poi volle che, pochissimo tempo dopo, venissi contattato da una label inglese, la “Ameritz”, che mi propose un contratto di esclusiva per la distribuzione digitale di un singolo, attraverso la loro affiliata “Mellotron”, etichetta specializzata in musica neoclassica-minimalista; pensai così di inviare loro il brano che avevo appena finito di registrare. “Il mare a nord est”, che trovò un riscontro molto positivo da parte loro e pianificammo la data di uscita.
Attualmente il singolo sta andando molto bene, in venti giorni ha raggiunto una media di 2000 ascolti al giorno su Spotify, per un totale di 50 mila riproduzioni; un successo che è molto probabilmente legato, oltre che alla promozione da parte dell’etichetta discografica, al fatto che il giorno della release venne selezionato dagli editori di Spotify e inserito tra le cinquanta migliori uscite della settimana, fatto che permise di dare al brano un buon sprint iniziale, che da lì è finito in ben altre 250 playlist, alcune delle quali molto seguite a livello internazionale.”

Dopo la pubblicazione di un album, un contratto con un’etichetta discografica ed il successo che ha avuto il tuo singolo, quali sono attualmente i tuoi futuri progetti musicali?

“Attualmente sono impegnato con la progettazione di Piano City Trieste, di cui io, assieme a Luca Delle Donne, rispettivamente per la parte moderna e per la parte classica, siamo direttori artistici. Si tratta di un format internazionale nato a Berlino nel 2010, ad opera del pianista tedesco Andreas Kern, con l’obiettivo di avvicinare più persone possibili alla musica del pianoforte; l’idea in origine era quindi quella di un festival diffuso, all’interno del quale chiunque avesse a disposizione nella propria casa un pianoforte, potesse dare la propria disponibilità perché un pianista venisse a suonarlo, aprendo così le porte al pubblico, in un concerto intimo e al contempo inedito. A Berlino il festival ha avuto una serie di ospiti illustrissimi come Ludovico Einaudi, al quale è talmente piaciuto questo format che ha deciso di organizzarlo due anni dopo nella sua città dando vita a Piano City Milano, attraverso il quale ha voluto coinvolgere non solo le abitazioni private, ma anche teatri, chiese, musei, insomma qualunque luogo in cui vi fosse la presenza di un pianoforte. Il festival successivamente si è diffuso anche in altre città, come Napoli, Palermo, Novi Sad e ora raggiungerà anche Trieste, dal 13 al 15 settembre 2019, e Grado, dal 16 al 19 agosto, con tre giorni interamente dedicati alla musica da pianoforte, che vedrà la partecipazione di artisti nazionali ed internazionali.
Nel progetto inoltre, verrà coinvolta anche tutta l’area formativa, andando ad inglobare le scuole di musica della città e delineando Piano City come un festival inclusivo, dedicato a tutte le fasce d’età, con eventi pensati ad hoc per i più piccoli, e tutti i gusti, in quanto si spazierà su un’ampia gamma di generi musicali. Attualmente le candidature, sia per pianisti che per segnalare la disponibilità ad aprire la propria casa, sono ancora aperte fino al 31 maggio.
Per quanto riguarda poi le mie attività personali, oltre al singolo appena uscito, sono in lavoro altri brani che tuttavia definirei ancora working progress.

In quanto artista emergente ti sei spesso confrontato con quella che può essere definita come una fase di autoproduzione e di autopromozione, divenuta ai giorni nostri “più semplice” grazie a strumenti come Spotify. Come si concretizza questo passaggio e quali sono i consigli che daresti a chi per la prima volta si avventura in questo contesto?

“Il consiglio che più mi sento di dare è di lavorare sodo e di collaborare con altri artisti, fare rete: ad oggi, purtroppo o per fortuna, chiunque ha la possibilità di creare e di pubblicare la propria musica, grazie agli strumenti che si hanno a disposizione come per l’appunto Spotify. Questo elemento tuttavia, può avere anche alcuni risvolti negativi; la competizione è divenuta infatti spietatissima, gli artisti sono moltissimi e per emergere bisogna impegnarsi notevolmente soprattutto per quanto riguarda l’aspetto promozionale. Questo non significa solo condividere e far conoscere i propri brani, ma anche studiare a fondo come funziona la propria nicchia di mercato, cercare di capire qual è il proprio pubblico e quali sono i canali più adatti da utilizzare per veicolare il proprio messaggio.
Per quanto riguarda quest’ultimo punto, il canale migliore per la diffusione e la promozione di un brano, è sicuramente Spotify. Si tratta però di un mezzo del quale si deve costantemente seguire la repentina evoluzione ed il continuo aggiornamento. Questo, ovviamente, va ad influenzare sotto un certo aspetto, anche la pubblicazione della propria musica: si tratta di un mercato drasticamente cambiato nella sua forma, all’interno del quale si deve continuamente operare una promozione del proprio lavoro, tramite quello che si potrebbe definire un vero e proprio studio di settore.
Molti pensano che il lavoro finisca quando si pubblica il pezzo, io mi sento di poter affermare che è invece da lì che inizia la parte difficile.”

Che significato ha per te la musica e cosa cerchi di trasmettere a chi la ascolta?

“Per me la musica è sempre stata un qualcosa di molto introspettivo e che ho sempre usato per me stesso, per risolvere i miei problemi interiori, per esorcizzare anche alcune cose; la considero quindi una specie di terapia per l’anima. La musica è quindi per me semplicemente emozione, magari un sentimento a cui devo ancora dare forma in quel momento, o che magari non sto vivendo io personalmente ma che mi ha comunque colpito di rimbalzo.
Per quanto riguarda poi l’aspetto della musica live, in quel caso cerco sempre di trasmettere agli altri ciò che provo io, quindi uno stesso brano può essere riproposto con sfumature diverse, perché talvolta è proprio durante il live che nasce la variazione, scaturita magari dal mio stato d’animo in quel preciso istante o dal dialogo emotivo che si instaura tra il pubblico e me, e quindi dall’energia che mi arriva da esso. La musica, anche in questo caso è emozione, non potrei definirla altrimenti.”