Il termometro (poco) affidabile: la politica nel tempo di Facebook. L’opinione.

07.05.2019 – 07.58 – “Oggi il clima politico è molto diverso rispetto a 20 anni fa. Ci sono 28 paesi, 24 lingue ufficiali e tensioni mai viste. Dobbiamo contrastare avversari molto aggressivi e lavorare costantemente per essere all’avanguardia”. Che il clima sia cambiato, lo dice Facebook, che si è già preparato ad affrontare e ‘moderare’ – e iniziamo, da subito, con un termine inquietante – l’arena politica delle Elezioni Europee del 23-26 maggio 2019 prossimi. Che il clima sia cambiato, lo dice il modo, massiccio, rapido, in cui i partiti e i candidati hanno iniziato a trasferire campagne e messaggi elettorali proprio su Facebook, allontanandosi dai canali tradizionali. Lo dicono anche le società di consulenza, rapide e pronte a proporsi a candidati e partiti come partner di comunicazione che, di Facebook e dei Social, ‘ne sa’, perché il Social, ormai, è il termometro di tutto. Vediamo. Che cosa offre, ai protagonisti della politica, la galassia Social Media, peraltro costituita solamente da 2 o 3 stelle?

Il contatto diretto con chi vota. I Social Media che hanno influenza in politica sono fondamentalmente tre: Facebook con Mark Zuckerberg, Twitter di Jack Dorsey, YouTube di Google. Si tratta di tre società private, statunitensi, con sede in California, nessuna delle quali ha, attualmente una vera e propria politica, pubblica e condivisa, di gestione dei contenuti o di trasparenza sulla loro gestione. Tutto ciò che viene veicolato attraverso questi tre Social Media è potenzialmente noto e conosciuto ai Social Media stessi, intercettabile, modificabile, e può venir memorizzato per essere successivamente analizzato per qualsiasi scopo. I Social Media come Twitter e Facebook, ma non dimentichiamo l’impatto dei video di YouTube, permettono al politico di parlare direttamente alla persona senza spendere un euro. Si tratta di un vero e proprio cortocircuito, che chiude il sipario sul tradizionale metodo della pubblicità attraverso i giornali, i media, le tribune elettorali. E che mette il messaggio politico, già prima che esso sia reso pubblico, nelle mani di tre società private che non hanno una politica pubblica e trasparente di gestione dei contenuti. Per essere campionato, analizzato, memorizzato, utilizzato. Non si sa come.

Pubblicità elettorale senza pagare per la pubblicità. È (sembra) la nuova frontiera. È (sembra essere) diventato assolutamente normale, per le campagne politiche, veder produrre video e contenuti pubblicati poi gratuitamente su YouTube al posto di, o in aggiunta a (ma l’ “al posto di” sta aumentando tantissimo di peso) pagare per il tempo a disposizione in televisione o in radio. Spessissimo, i giornalisti, a questo punto neppure più dipendenti dalle agenzie di stampa, riprendono poi direttamente quanto è stato pubblicato dal politico su Facebook o su Twitter per condividerlo senza una riga di commento o di analisi con un pubblico più ampio. Senza alcun costo o impegno di tempo per il politico stesso. Meglio, no? Un contatto più diretto, e non servono i giornalisti. Quanto entri in un Social Media, non sei il cliente, perché non compri niente. Ma, quando entri in un Social, non sei neanche il venditore, perché non vendi niente. Ti rimane un ruolo: quello dell’oggetto. Qualcun altro – Facebook, Twitter, YouTube – ti vende.

Le campagne virali. In particolare Facebook, ma anche altri strumenti – stanno prendendo quota rapidissimamente le foto, come nuovo linguaggio e modo di comunicare, e assieme alle foto Instagram, che viene seguito di più dai giovani, e che è di proprietà di Facebook – è diventato la chiave di volta delle campagne elettorali. I Social Media permettono a bacini, o insiemi, di utenti e di attivisti di partito o di comunità, di condividere notizie, informazioni, eventi. Ormai le riunioni di segreteria di partito si fanno via WhatsApp; che, a proposito, è di proprietà di Facebook. Donald Trump ha notoriamente utilizzato pesantemente i Social Network nella sua campagna elettorale del 2016: “Mi piace molto perché posso dare direttamente il mio punto di vista, e il mio punto di vista è molto importante per molte persone che mi guardano”. Personalizzazione della politica. Niente più strutture e nomenklatura; dal produttore (del messaggio) al consumatore. Poi, però, si è parlato delle interferenze russe.

Confezionare un messaggio fatto proprio per chi ascolta. Le campagne politiche che sfruttano i Social Media attingono a un vero e proprio tesoro, immenso, di informazioni personali e di analisi fatte in modo mirato e approfondito su quelle stesse informazioni; queste analisi riguardano le persone, le loro abitudini, i loro contatti, le loro preferenze di qualsiasi tipo da quelle sessuali a quelle religiose a quelle alimentari. In altre parole, una società di consulenza che lavori per un politico, con i giusti mezzi economici, con il giusto software – si chiami “La Bestia” o come vogliamo – è in grado di confezionare un messaggio specifico e istantaneo per ciascun bacino d’utenti che voglia raggiungere. Messaggi che possono anche essere segmentati e diversificati per età, estrazione sociale, etnia, genere, residenza, e riflettersi poco (o per nulla) nel manifesto elettorale del candidato o del partito, perché sono orientati allo scopo: lo spostamento delle masse critiche e dei voti. Bombardamento di precisione.

Le bombe fatte di soldi. Si è verificato negli Stati Uniti il fenomeno di quelle che sono state chiamate “Money Bombs”: campagne Social realizzate con lo scopo specifico di raccogliere grandi quantità di denaro attraverso in un ristretto spazio di tempo, tipicamente 24 ore o pochi giorni. Sono quelle occasioni in cui i candidati politici, per l’uno o l’altro motivo, chiedono ai loro sostenitori di donare del denaro attraverso un bottone ‘paga’. Questo denaro viene utilizzato, dopo il pagamento della percentuale al raccoglitore (la commissione di Facebook o di Paypal), direttamente dal politico, e la tracciabilità dell’uso rispetto alla ragione per cui il denaro è stato chiesto non è sempre immediata. Ad esempio, potrebbe venir chiesto di pagare del denaro per finanziare l’uscita di un libro scritto da un certo candidato, che viene poi regolarmente inviato a chi ha effettuato la donazione; ma il surplus monetario, normalmente di una certa entità, viene poi destinato ad altro, e dell’uso non si sa niente. È il meccanismo dei cosiddetti ‘deliverables’, ben conosciuto nelle campagne di Crowdfunding: pagami 5, ti mando il libro che mi costa 2. Se mi paghi 7, ti mando anche la medaglietta.

Controversie. L’accesso diretto agli elettori ha un lato fortemente oscuro. Normalmente l’immagine di un candidato politico è gestita da un ufficio preposto e da professionisti, e per buone ragioni; concedere al politico di mandare via Social Media messaggi non filtrati, mediati o verificati può far cadere il candidato stesso in trappole e contraddizioni molto pesanti, come quelle rappresentate da dati manipolati o manipolabili che lo inducono in errore (manipolati anche da terzi, non dal politico stesso), e generare odio o conflitto, scatenando gli Haters, i Troll e i poeti delle Fake News. Ci sono molti, troppi buoni esempi, alcuni dei quali vicini a noi e accaduti di recente; è quello che ha detto, recentemente, proprio Zuckerberg, chiedendo aiuto ai governi nazionali. E la soluzione al problema delle Fake News non passa per una censura centrale della comunicazione o per l’eliminazione dei quotidiani, dei telegiornali, dei giornalisti e di Radio Radicale.

Feedback. Chiedere opinioni e feedback direttamente agli elettori via Social Media può essere, per un politico e per gli elettori stessi, una cosa molto positiva. E può essere molto negativo, a seconda del tipo di risposta e di rapporto che si costruisce. Le società di consulenza alle quali i partiti e i candidati si rivolgono controllano e monitorano tutti i gruppi Social e i canali di comunicazione in modo da rimuovere o far rimuovere commenti negativi nei confronti del candidato o che possono danneggiarlo, fino ad arrivare a togliere qualsiasi cosa che possa essere non ‘Politically Correct’ o non gradita. Spesso, se non lo fanno direttamente, lo fanno indirettamente, attraverso il moderatore o l’amministratore del gruppo di discussione stesso. Non è una condizione ideale di democrazia nella quale si possa sviluppare un reale confronto; tutto diventa molto ‘virtuale’, costruito, distante dalla realtà. Come i Social stessi, del resto, che tutto fanno tranne che rappresentare il mondo in cui viviamo. E quella di rimuovere le cose che rispettano le regole e le leggi ma non sono gradite e non sono positive dai Social è una mentalità da bunker di Berlino; così facendo, il gruppo politico si trincera su se stesso e diventa autoreferenziale. E, dal bunker, si prendono decisioni sbagliate; la’ fuori, il pubblico, poi non se ne dimenticherà.

Pesare l’opinione pubblica via Social. Il valore – l’unico valore – dei Social Media sta nella loro velocità, semplicità e immediatezza. Che non è, in particolare, nell’opinione di chi scrive, per la politica sempre una buona cosa, anzi lo è poco spesso. Il ‘termometro politico’ dei Social: lo spioncino immediato su che cosa fa la gente oltre quella porta, e che cosa pensa di te, o del personaggio che ti sei costruito. Ad altro, il Social non serve. I politici tendono a non fare assolutamente niente senza prima aver valutato come le loro dichiarazioni e mosse si rifletteranno sul potenziale lettore e sugli insiemi di persone che sono per loro interessanti; comprensibile e normale. E lo spioncino, quindi è utilissimo. È abbastanza facile, per una società di consulenza che sappia come muoversi – magari gettando un’esca, buttando la’ un Meme – fare dei campionamenti su gruppi di persone, leggendo i commenti, contandone quanti e di che tipo, e capire come una certa dichiarazione fatta da un politico o un suo nuovo ‘look’ sposteranno le preferenze. Magari per un tempo molto molto breve, ma basta che sia il momento giusto, quel tempo e momento giusto che serve per guadagnare voti. Aggiustamento delle campagne elettorali in tempo reale, senza più il costo di grandi macchine di propaganda: senza più comizi, senza più sondaggi. Anche in questo caso, ciò che si realizza però con grande rapidità è un allontanamento sempre più marcato della politica dal mondo reale e dai problemi reali, perché quelli visti via Social Media son problemi mediati da un media.

“Il Social Media è giovane!”. Una delle ragioni per le quali i Social Media sono interessanti per i politici è la loro capacità, forse più supposta che reale o meglio forse più (ben) venduta dai consulenti di marketing che efficace, di attrarre i voti dei più giovani, sulla quale si potrà consolidare poi una base di sostegno per il futuro. “Ormai si fa tutto via Facebook”; “Facebook è di moda, fa tendenza”. Questo ha, in effetti, avuto un profondo effetto su campagne elettorali del passato recente: Obama (il primo) e Trump, Macron e Salvini. Se continuerà a essere così anche in un futuro immediato, è dubbio, perché per i giovani Facebook e i Social Media tornano a essere un mezzo, non un fine, e quel mezzo risente più dell’interesse per l’ultima puntata di “Game of Thrones” che della propaganda elettorale. Il “politico che è anche Influencer”, vestito in stile Fashion Blogger, può interessare, incuriosire, rappresentare un piacevole cambiamento dal gessato o dal tailleur e anche attrarre all’inizio: è difficile però che resti una figura solida nel firmamento. E in particolare nel nostro paese, del look Social ci si stufa presto, la giacca di pelle è passata di moda in un attimo.

Il Potere dei Molti rispetto a quello di Uno. I Social Media hanno permesso e stanno permettendo alle persone di far gruppo con facilità per porre domande e petizioni al governo e ai politici, utilizzando quindi – e questo è stato molto sentito nei paesi di cultura anglosassone – la forza del numero contro l’influenza delle Lobby e dei poteri forti. Attenzione, non facciamo questo errore: le Lobby e i poteri forti stessi hanno ancora le leve del potere saldamente in mano: i loro interessi restano tuttora primari, ben definiti e da loro direttamente controllabili. C’è chi auspica che il potere dei Social Media faccia cambiare faccia alla politica, e che la stessa possa finalmente raggiungere la gente: finora non è stato per niente così (basterebbero ‘Cambridge Analytica’ e la Brexit per ricordarlo), o meglio è stato così ma a discapito della gente, a causa delle manipolazioni delle preferenze e dell’analisi perniciosa dei dati già menzionata. Difficile pensare che possa arrivare a essere veramente uno strumento di libera espressione, visti i passi indietro da gigante fatti dalle nazioni dove gli apparati statali controllano di più che cosa succede in rete (Cina, Russia e… Stati Uniti). Più facile che ciò che la politica ottenga dall’attuale quasi sudditanza nei confronti del Social Media, e di fronte all’atomizzazione delle preferenze, sia un caos ancora meno comprensibile e un’instabilità perenne. Causato anche dal conseguente rifiuto di credere a qualsiasi notizia, visto che c’è talmente tanto di finto, in termini di quantità di roba che gira, e talmente tanto di strumentale sui Social, che vien voglia di non credere più a nessuno; c’è persino chi dice che, se passi Gibilterra, caschi di sotto. E c’è chi dice che alla fine Internet non ha cambiato niente, è solo uno strumento, e la politica è e resterà quella di sempre. E allora per chi si vota il 26 maggio? Per quello che sui Social, come look, è più trendy? Può essere. Lotta all’ultimo “Like” (che, naturalmente, si può comprare). Oggi per l’uno, domani per l’altro, e dopodomani forse più per nessuno.

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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