30.04.2019 -15.49 – Settantaquattro anni fa, il 30 aprile 1945, Trieste insorse contro l’invasore tedesco: uno degli ultimi atti di liberazione della città dal dominio nazifascista. I tedeschi avevano ormai rinunciato a contrattaccare, confidando nella forza dei cannoni ancora presenti nelle poche fortificazioni rimaste: San Giusto, il Palazzo di Giustizia, il castelletto Geiringer, il Porto Vecchio e una manciata di altre postazioni. Una situazione di stallo, perché il corpo dei Volontari della Libertà e i partigiani jugoslavi non avevano ancora modo di affrontare l’artiglieria. L’insurrezione del 30 aprile 1945, su esortazione di don Edoardo Marzari e Fonda Savio, sbloccò la tregua: a prendere l’iniziativa furono il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e soprattutto la Guardia Civica, guidata dal podestà di Trieste, Cesare Pagnini, fino al giorno prima attivo collaboratore dei nazisti. Gli scontri furono convulsi e brutali, con 31 morti e 60 feriti. I tedeschi, nella notte tra il 29 e il 30 aprile, avevano inoltre demolito con la dinamite l’edificio del forno crematorio e la ciminiera della Risiera di San Sabba.
L’insurrezione è stata commemorata oggi, nel Parco della Rimembranza, con la presenza del vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori. Solenne cerimonia, a cura della Federazione Grigioverde, presso il “Cippo della Resistenza“.
Merita ricordare come Trieste e il Litorale fossero l’ultima conquista dell’imperialismo nazista, la cerniera perfetta tra il cuore nero della Germania hitleriana e il fronte dei Balcani, dove infuriava la guerra partigiana del maresciallo Tito. Contemporaneamente il Litorale rappresentava anche la piattaforma dalla quale controllare l’area mediterranea e il Sud Europa. Uno snodo fondamentale. Non a caso, anche quando scoppiò l’insurrezione di Trieste, i tedeschi rifiutarono di arrendersi, con l’idea di cedere poi le armi agli Alleati. L’azione dei “Volontari della Libertà” non fu però superflua, perché permise di salvaguardare parte delle infrastrutture triestine, delle quali si temeva la distruzione. Il Porto era invece già salvo, perché il comandante tedesco della Marina, Loyke, aveva domandato egli stesso ai suoi superiori se davvero fosse necessario distruggerlo, non avendo funzione bellica. Il diario di De Henriquez riporta la risposta: “Nicht zu vernichten”, ovvero “non distruggere niente”. Se il coraggio dei Volontari della Libertà è indubbio, va ridimensionato dunque il ruolo dell'”insurrezione” quale “tutela” della città.


