Eutanasia: una questione di libertà di scelta e diritti civili

Nell’immaginario mondiale l’Italia è il paese del sole e del mare, del buon cibo, dell’arte e dell’amore; gli italiani vengono spesso dipinti come inguaribili romantici e simpatici chiacchieroni, oltre che amanti della bella vita. C’è un rovescio della medaglia, purtroppo: il nostro stivale viene visto anche come la culla della sguaiataggine e della furbizia, dell’inaffidabilità e del pressapochismo, talvolta dell’arretratezza culturale. Ovviamente tutto ciò non fa che rientrare tra gli stereotipi cui ogni luogo viene sottoposto a partire dalle proprie usanze e dal proprio folclore, e non bisognerà soffermarvici troppo sopra. D’altra parte alcuni stereotipi, talmente masticati nelle bocche di tutti e passati attraverso un’infinità di orecchi, rischiano di diventare fronzoli che vanno ad abbellire la cruda realtà.

È questo il caso dell’eutanasia per esempio, a proposito della quale purtroppo si tende a parlarne per sentito dire o unicamente secondo le proprie personali convinzioni sulla vita e sulla morte, ma a proposito della quale non c’è ancora nessuna legge completa che vada a regolarla né a tutelarne al cento per cento le diverse volontà dei singoli. Che cosa significa questo? Che sull’importante argomento del fine vita, dagli specialisti oramai riconosciuto non meno importante di quello della nascita, comanda ancora uno dei temibili stereotipi sopracitati: il pressapochismo. Vuoi per ‘italianità’, vuoi perché la morte rimane uno dei tabù più duri ‘a morire’ nel nostro presente, ancora non possiamo dire di avere la certezza di essere tutelati secondo le nostre più profonde ultime volontà.

Lisa Gardini
Lisa Gardini

La prima proposta di legge sul fine vita in Italia risale al 1984 e da allora sono stati più di dieci gli abbozzi che però per molti anni non hanno portato a nessuna definitiva norma. Nel 2013 l’Associazione Coscioni, tramite un’iniziativa popolare firmata da più di centomila persone, ha depositato una proposta alla Camera. Il punto chiave era la depenalizzazione dal reato di eutanasia volontaria. Infine nel gennaio del 2018 è entrato in vigore il testamento biologico, che stabilisce la possibilità di “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi”; fino a qui l’eutanasia in Italia era crimine. Il 20 febbraio di quest’anno, giorno in cui ricorreva l’anniversario della scomparsa di Luca Coscioni, il presidente della Camera Roberto Fico ha avuto un incontro con Beppino Englaro, padre di Eluana (qui la sua storia). Fico ha sostenuto l’importanza di un’eventuale sollecitazione da parte della Corte Costituzionale ad aggiornare le disposizioni in materia di fine vita.

Nell’ottobre del 2018 poi, la Corte Costituzionale ha deciso di rinviare al 2019 il proprio responso sull’aiuto al suicidio, in relazione alla vicenda di Dj Fabo (qui la sua storia), domandando un appoggio del Parlamento per riempire quello che è stato descritto come un ‘vuoto legislativo’. Per portare un po’ di esempi, in Europa si comincia a depenalizzare l’eutanasia diretta già nel 2002 a partire dall’Olanda, seguita dal Belgio che addirittura estende la legge ai minori (non senza far discutere, n.d.r.); nel 2005 è il turno della Francia con la legge Leonetti e nel 2009 quello del Lussemburgo che la legalizza per adulti e pazienti senza via d’uscita.

Una legge più chiara e definitiva e senza buchi legislativi sull’eutanasiapermetterebbe a ognuno di noi di decidere il modo in cui vogliamo ‘andarcene’ e nessuno sarebbe più obbligato a terminare la propria esistenza come mai avrebbe desiderato. I promotori di una migliore legge sul fine vita non vorrebbero altro che poter dare a tutti la possibilità di garantirsi una dolce morte, ed è un discorso che ha senz’altro a che vedere con la libertà di scelta e con i diritti civili. Ci si auspica che presto anche in Italia la questione venga affrontata in maniera responsabile e coerente coi tempi, così da toglierci l’antipatica etichetta di ‘paese arretrato’, data troppo spesso alla nostra bella terra.

A chi appartiene la tua vita? A Dio, risponderà qualcuno, ma è una risposta che non può avere forza di legge: può governare le scelte del credente, non del cittadino scettico e dell’ateo. E a quale Dio, del resto? Il Dio cristiano dei valdesi, in determinate circostanze, ammette l’eutanasia. A parlare in nome di un Dio è sempre un uomo, infatti. Dunque, la tua vita appartiene a te, oppure a un altro uomo. Ma in questo caso sarebbe schiavitù. Poiché la tua vita appartiene a te, solo a te spetta decidere quando e come porvi fine. È un diritto personale inalienabile, che fonda ogni altro diritto e senza il quale ogni altro diritto può essere revocato in dubbio.“ — Paolo Flores d’Arcais filosofo e pubblicista italiano 1944