“Quota 100” e reddito di cittadinanza “se ne vanno più in là”. Molti i dubbi.

02.11.2018 – 12.50 – L’Europa vince una prima manche, e il reddito di cittadinanza e ‘Quota 100’ per le pensioni escono dalle misure di immediata attuazione legati al Def, documento di economia e finanza, e slittano, prendendo la strada di due provvedimenti a sé stante che dovrebbero avere la forma di due disegni di legge a parte, con tempi decisamente più lunghi. Le due bandiere di Lega e Movimento 5 Stelle si allontanano dal campo: i tempi richiesti per la messa a punto dei disegni di legge, infatti, non sono collegati a quelli della sessione di bilancio. La realtà risulta più solida della politica, per il momento, e i lavoratori che speravano già di poter salutare l’azienda a sessantadue anni devono aspettare ancora, sostenendo il peso della Fornero sulle spalle. Chi si era messo già in coda per chiedere la misura di sostegno al reddito può, per il momento, tornare a casa. Del superamento della Legge Fornero, promesso da Matteo Salvini, e delle relative scuole di pensiero si è già parlato tanto; il tutto si riduce a una questione di numeri.

È invece proprio la misura di sostegno al reddito, vessillo del M5S, che, da più parti, fa discutere. Misure di sostegno universale al reddito sono, in realtà, già presenti in tutta Europa a eccezione di Italia e Grecia: l’iniziativa legislativa da tempo diventata bandiera del Movimento andrebbe quindi a riempire una lacuna importante. Il viceministro all’Economia, Laura Castelli, ha recentemente dichiarato che: “Non sarà il cittadino che dovrà vagare chiedendo ‘Scusa, io ho diritto al reddito?’, ma sarà lo Stato a venire da voi e dire voi avete diritto al reddito di cittadinanza”. In caso di conclusione positiva del percorso avviato dal Movimento, quindi, lo Stato si muoverà in favore di chi ha bisogno di sostegno senza necessità di trafile di domande e sportelli: senza far nemmeno compilare un modulo, o quasi. Funzionerebbe?

Una riflessione sulla sua formulazione ci spiega proprio perché le perplessità siano molte e coinvolgano più fronti. Razionalmente, e al di là di una etichetta di ‘giusto’ o ‘sbagliato’ di natura politica, la misura di sostegno ha possibilità di funzionare, però rimangono dubbi sui tempi di attuazione e, soprattutto, sul come metterla in pratica e renderla efficace. Se è veramente lo Stato a decidere chi, quanto e come spendere, si tratterebbe di un trasferimento diretto di risorse pubbliche di tutti i contribuenti – e quindi di tutti i cittadini – a favore di alcuni di essi, bene identificati, che potrebbero utilizzare questo contributo e quindi spendere denaro in modo rigidamente vincolato. Come verrebbe realizzata la misura di sostegno? Il ruolo chiave è quello dei centri per l’impiego, che vivono però, oggigiorno, la situazione oggettiva e molto difficile di essere strutture depotenziate, riportate come inefficaci e non in grado di assolvere il loro compito di intermediari fra domanda e offerta di lavoro. Immaginare i centri per l’impiego farsi carico anche di milioni di potenziali beneficiari del sostegno al reddito, offrendo loro concrete proposte di lavoro – che potrebbero, nel nostro contesto economico attuale, non esistere affatto – oppure offrire percorsi di qualificazione e formazione strutturati che possano rivolgersi ai settori nei quali il lavoro c’è, vorrebbe dire fare una scommessa importante.

Ipotizziamo ora che i centri dell’impiego non esistano, e che il reddito venga direttamente concesso a chi viene identificato, dallo Stato, come avente diritto, in base alle informazioni di cui il ministero competente è in possesso ovvero la situazione reddituale e patrimoniale del beneficiario. Chi dichiara le sue fonti di reddito sarebbe di fatto penalizzato rispetto a chi evade le tasse o lavora in nero: come già molti hanno evidenziato, la tentazione di nascondere il reddito proveniente da altre fonti continuando a lavorare in nero e allo stesso tempo percependo il sostegno al reddito può diventare forte. La misura rischia di agire anche, indirettamente, come una sorta di ‘salario minimo al contrario’, perché potrebbe spingere i datori di lavoro a impiegare personale non regolarizzato e sottopagato: tanto, avrebbero le misure di sostegno. Come scoraggiare queste situazioni e prevenire gli abusi?

I veri penalizzati, infine, diverrebbero coloro i quali dalle misure di sostegno al reddito sono esclusi, perché proprio a loro spetterebbe farsene carico attraverso le tasse; soprattutto chi ne ha davvero bisogno ma non può beneficiarne perché, ad esempio, lavora già part time, per ottocento Euro al mese. Questi lavoratori rischierebbero di essere licenziati e rimpiazzati da un lavoratore non regolare che ha diritto al reddito di cittadinanza e si accontenta di averne cinquecento, di euro al mese, che sommati ai settecento e ottanta di sostegno farebbero mille e trecento. Una bella differenza. Lo Stato andrebbe a corrispondere quindi all’azienda, indirettamente, un ‘sussidio’ di trecento euro, perdendo però i contributi versati dal lavoratore in regola e spendendo direttamente per il lavoratore in nero che beneficia della misura di sostegno al reddito. Dando il via a un circolo vizioso disoccupazione-reddito di cittadinanza-lavoratore in nero contro lavoratore in regola. L’azienda che non paga i contributi sarebbe in grado di competere sul mercato con, illegittimo ma reale, vantaggio rispetto alle altre aziende che viceversa seguono le regole. Porzioni via via crescenti di lavoratori e di aziende rischierebbero di essere indotte verso l’illegalità.

Gli aspetti, indubbiamente positivi, di una misura di sostegno che altri paesi adottano da tempo e che l’Italia non ha, non sono trascurabili. I dubbi in merito alla sostenibilità della forma attualmente in discussione e al fatto che essa rischia di risolvere in un intervento diretto da parte di chi lavora nei confronti chi invece non lo fa, non in forma di servizi o beni, ma in forma di denaro, rimangono. Chi paga tasse non ne sarà felice, soprattutto se si ritroverà una piccola addizionale di copertura da qualche parte: benzina, sigarette, canone di qualche tipo. E forse andrà a lavorare con il cuore ancora un poco più pesante. Per il momento, però, tutto si sposta più in là; attendiamo.

Roberto Srelz

 

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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