Forze dell’ordine: campagna di Amnesty International

08.11.2018 – 10.18 – Sabato 3 novembre Trieste si è trovata a superare con dignità una situazione che avrebbe potuto facilmente sfuggirle di mano: in città, in occasione della festa del patrono e della vigilia della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, si sono svolte due manifestazioni per le quali le autorità hanno dovuto scomodare un servizio di sicurezza imponente. Da una parte CasaPound in arrivo da tutta Italia, per un totale ufficiale di 2000 presenze, si univa in corteo per commemorare il centenario della fine della prima guerra mondiale, dall’altra 5000 persone o più contromanifestavano per rivendicare l’antifascismo come valore fondante della nostra Costituzione. Contemporaneamente in zona Piazza Unità d’Italia si svolgeva l’ammaina bandiera solenne con a seguire l’usuale. concerto di fanfare. La città era blindata come non mai e le forze dell’odine messe in campo (con annessi e connessi, vedi: tenute antisommossa, barriere a chiudere e isolare alcune zone della città, idranti pronti a scattare e macchine della polizia sparse sul territorio) hanno sorpreso per numero e severità.

Un’immagine dalla contromanifestazione di sabato 3 novembre

Vista la complessità della giornata e le variabili che avrebbero potuto presentarsi, si potrebbe tirare un bilancio finale positivo: non ci sono stati scontri (escludendo un paio di episodi da isolare e da imputare al singolo) e i due cortei hanno potuto passeggiare sui percorsi previsti senza problemi, concludendo la giornata pacificamente, come da migliori previsioni.

Particolare effetto, a leggersi un po’ i commenti alle notizie del 3 novembre on line e a sentire le chiacchiere delle persone qui e là, hanno sortito le sopracitate tenute antisommossa della Polizia, per l’occasione indossate in grande numero. Per chi si trovava a partecipare alle due ‘processioni’ e a passare a fianco alle ‘barricate’, risultava davvero arduo riconoscere i volti delle persone sotto ai caschi blu della Polizia; era proprio questa impossibilità di riconoscimento dei visi a creare un effetto di suggestione non necessariamente per tutti rassicurante.

A questo proposito in Italia sta venendo promossa una campagna di sensibilizzazione e di raccolta firme ad opera di Amnesty International, che promuove l’uso di codici identificativi -chiaramente visibili- da apporsi alle uniformi delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa impiegate in operazioni di ordine pubblico. Ma perché Amnesty ha ritenuto di doversi impegnare proprio su questo fronte e proprio nel nostro paese? Purtroppo la questione in Italia è delicata e controversa, in parte tuttora tabù: parliamo delle situazioni in cui vengono violati i fondamentali diritti umani del cittadino da parte di singoli individui appartenenti alle forze dell’ordine; il vero problema però sorge nel momento in cui l’istituzione va a peggiorare ulteriormente i soprusi commessi, coprendoli e cercando di nasconderli all’opinione pubblica. Già dieci anni dopo i fatti di Genova, Amnesty International chiese ai vertici della polizia di prevedere misure di identificazione per gli agenti impegnati nella difesa dell’ordine pubblico.

Immagine della campagna di Amnesty International

Il video (qui) di Amnesty che promuove tale iniziativa è intitolato “Forza Polizia, mettici la faccia”: è breve ma incisivo, andando a chiederci se siamo disposti a riporre la nostra fiducia e sicurezza nelle mani di chi non possiamo vedere in viso, e paragonando il mestiere di agente di polizia a quello di insegnante o medico. Sottintende che inserendo queste misure di identificazione, le forze dell’ordine andrebbero a migliorare non solo la sicurezza del cittadino, ma anche quella dell’istituzione stessa che, attraverso un’operazione di trasparenza, andrebbe a isolare i singoli casi di violenze, soprusi e violazioni eventualmente commessi. Amnesty fa presente che in Europa sono 15 i paesi che hanno già adottato queste misure preventive.

Per chi si stia chiedendo la portata dell’argomento, consiglio la visione della dura ma necessaria puntata di Presa Diretta andata in onda il 6 gennaio 2014 su Rai Tre, intitolata Morti di Stato” (qui) e nella quale si affronta anche un caso avvenuto nella nostra città qualche anno fa.

A Trieste il 3 novembre di quest’anno è andato tutto bene anche grazie all’intervento massiccio e accurato delle forze dell’ordine spiegate per l’occasione, e il tutto sarebbe stato di certo ancora più rassicurante se avessimo potuto avere quell’ulteriore garanzia di trasparenza, veicolata attraverso il messaggio che i codici identificativi sulle divise della polizia avrebbero apportato.

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[Ndr: “Il numero identificativo e’ un metodo molto vecchio e poco efficace che presta la spalla a false denunce strumentali mentre cio’ che puo’ mostrare una telecamera e’ incontrovertibile” . Sul tema del numero identificativo, che a dire di Amnesty molto spesso si presterebbe a violazioni dei diritti umani, il SAP, Sindacato Autonomo di Polizia, ha replicato questa settimana con una sua controproposta: l’utilizzo di telecamere sulle divise e sulle auto di servizio, teso a documentare con video e audio ciò che succede durante gli interventi. La telecamera, oltre a riprendere l’operato degli agenti, documenta infatti anche le reazioni e quanto succede durante cortei, eventi sportivi e manifestazioni. “L’identificativo”, ha dichiarato il SAP, “è una vera e propria azione di schedatura che presta facilmente l’agente a strumentalizzazioni gogna nonché pericolo per la sua incolumità, come avvenuto di recente con la pubblicazione di foto e dati personali sul sito posto nel Deep Web ‘Caccia allo sbirro’. Andrebbero schedati i delinquenti, non i poliziotti. Se Amnesty chiede alla Polizia di metterci la faccia, noi non ci pensiamo due volte. Ci mettiamo faccia e voce. Con le telecamere che riprendono sia noi sia chi non rispetta le elementari regole di civile e pacifica convivenza.”