01.08.2018 – 11.22 – «Il carbone ha un ruolo importante nel nostro mix energetico e non ho dubbi che ce l’avrà per molto molto tempo a venire, forse per sempre». La dichiarazione del primo ministro australiano Malcom Turnbull riporta, dal punto di vista delle politiche climatiche, indietro l’orologio della storia. L’Australia vuole costruire più centrali a carbone. Ed è in buona compagnia: Cina – all’avanguardia sì nelle rinnovabili, ma divoratrice di energia. India. Negli Stati Uniti, nonostante Donald Trump, per ora, meno, ma questo perché lo Shale Gas, da loro – tecnica di produzione che ha comunque anch’essa ripercussioni ambientali – è più conveniente. Avendo il presidente Trump cancellato le riforme di Obama, il carbone può tornare a sostituire tutto, se e quando si vuole.
Per quanto possa sembrare incredibile, e nonostante le tematiche della de-carbonizzazione siano all’ordine del giorno già da molto tempo, la scomparsa del ‘Re Nero’ come fonte energetica per la produzione principalmente di energia elettrica appare più che mai lontana. Il fabbisogno mondiale di elettricità, mentre aumenta la dominanza della parte tecnologica sulle nostre vite, non smette di crescere. Dietro allo schermo del nostro Smartphone si cela una rete di comunicazione ingorda divoratrice di corrente elettrica, e le ventole del climatizzatore che mantiene il nostro soggiorno a venti gradi non si muovono da sole.
I progressi nello sviluppo e sfruttamento di energie rinnovabili sono una tangibile realtà: l’utilizzo dell’energia solare e di quella eolica non sono più argomenti per un racconto di fantascienza. Ma, in ambito industriale – ed è proprio il fabbisogno industriale quello più alto – l’apporto delle rinnovabili è ancora poco più di una goccia nel mare e fare passi avanti è costoso e non facile. L’automobile elettrica richiede corrente; per generare quella corrente e farla arrivare fino alla piazzola di carica, occorre un impianto, e questo impianto non è un impianto a pannelli solari, né è facile o realistico che, per l’utilizzo nel mondo dei trasporti su gomma per esempio, lo diventi a breve. Occorre potenza.
Per ogni Megawatt generato ogni ora, le centrali a carbone immettono nell’atmosfera quasi un quintale di anidride – appunto – carbonica. CO2. 30 miliardi di tonnellate di CO2 vengono aggiunti ogni anno all’atmosfera; lo sforamento dell’obiettivo massimo di aumento della temperatura globale di 2 gradi – oggetto dell’accordo di Parigi sul clima – è difficile da evitare. Se non si fa qualcosa, il rischio di un riscaldamento globale irreversibile e devastante è alle porte ed è reale. C’è chi dice: “Applichiamo una Carbon Tax e il consumo del carbone scenderà a zero”. Attenzione alle “Tax”, perché l’energia è già, forse, quello che ogni mese incide di più sul nostro portafogli dopo le spese per il mutuo per la casa, e le “Taxes” hanno una tendenza a scivolare tutte, sempre e comunque, verso il consumatore – l’utilizzatore finale – sotto forma di “leggero aumento del prezzo per unità”. O del canone di abbonamento.
E da noi, che cosa succede? La centrale A2A di Monfalcone, che garantisce il 20% del fabbisogno regionale, è composta da due – non recenti – gruppi a carbone degli anni Sessanta e da due gruppi a olio combustibile degli anni Ottanta. Nel 2008 sono stati installati i de-solforatori ai gruppi carbone, mentre nel 2016 sono entrati in funzione i de-nitrificatori. I gruppi a olio combustibile sono stati messi fuori servizio; per quanto riguardo i gruppi a carbone, A2A aveva valutato la possibile riconversione a un impianto di ultima generazione, abbandonando poi il progetto. L’utilizzo del carbone nella centrale di Monfalcone è previsto sino al 2025, o in alternativa 2030. La centrale termoelettrica di Monfalcone, come la quasi totalità di quelle italiane, dovrebbe cessare l’utilizzo del carbone a seguito della prescrizione contenuta all’interno della Strategia Energetica Nazionale (Sen), con specifico riferimento al concetto di de-carbonizzazione dell’economia e di transizione energetica con il graduale abbandono delle fonti fossili.
Sempre che le decisioni internazionali sulle politiche energetiche, che sembrano portare in direzione opposta, non causino un ripensamento. La spaccatura su questo tema, all’interno dell’Unione Europea e in particolare su quanto veloce debba essere l’uscita dal carbone, è molto forte: ciascun paese vuole bilanciare la lotta al cambiamento climatico con le esigenze di sicurezza energetica. Le centrali a carbone, infatti, sono la spina dorsale del sistema elettrico in molti paesi europei. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che la quota del carbone sul mix energetico mondiale calerà dal 27% del 2015 al 22% del 2040: se si tiene conto che si tratta di un periodo di 25 anni, il 5 per cento in meno diventa un valore irrilevante, e nella sola Cina, nel 2017, i consumi di carbone anziché calare sono cresciuti del 3 per cento, in controtendenza.
L’impatto ambientale della centrale di Monfalcone è monitorato con attenzione. Gli studi più recenti, molto sofisticati e frutto di più campagne di rilevazione basate su mezzi e misure sperimentali e non dedotte – compresa l’introduzione di verifiche all’avanguardia come quelle sulla grafite sottile, sul cadmio e sull’arsenico – non hanno evidenziato valori fuori dalle normative vigenti. Gli studi hanno però escluso la presenza dell’effetto ombrello, ovvero una sorta di protezione per chi vive più vicino al camino dell’impianto rispetto a chi è esposto alle polveri portate lontano dal vento in quota.
Già pronunciare le parole cadmio e arsenico mentre si legge fa alzare le sopracciglia. Tornano alla memoria gli allarmi sollevati sulla presenza, nell’ambiente in cui viviamo, di sostanze altamente pericolose: un picco anomalo di cadmio, senza che se ne comprendesse la motivazione, era stato rilevato nel monfalconese nel 2016. Se è vero che il maggior numero di tumori registrato nella zona del basso isontino non trova corrispondenze dirette con la quantità di polveri sottili presenti nell’aria, spingendo alla ricerca di altre sostanze inquinanti come metalli pesanti e sorgenti di radioattività, la guardia non può essere tenuta bassa. Radioattività non vuol dire solo centrali nucleari, e un limite degli studi fatti è stata la mancanza di misurazione proprio di elementi radioattivi: il carbone minerale è in ogni caso più o meno ricco di numerosi elementi radioattivi come Uranio, Torio, Radio, Radon, potenzialmente responsabili di leucemie, linfomi e tumori del polmone. Perniciosa è la loro presenza nelle ceneri di combustione, perché queste polveri si respirano e si ingeriscono, entrano nel nostro organismo – che non può smaltirle – e vi si accumulano.
Vivere nella nuova era del carbone è quindi come vivere nell’era del nucleare che pensavamo, dopo i referendum, di esserci lasciati alle spalle?
A meno di duecento chilometri da Trieste c’è una centrale nucleare costruita sul Carso, in prossimità del fiume Sava e della cittadina di Krško. Krško-1, il suo impianto nucleare, progettato dalla Westinghouse statunitense, ha iniziato a funzionare nella prima metà degli anni Ottanta. Nel 1987 – poco dopo quindi – nell’onda dell’impatto emotivo originatosi dopo il disastro del reattore RBMK-1000 di Cernobyl, l’Italia decretava con un referendum l’annullamento del suo programma nucleare. L’esplosione del reattore 4 di Cernobyl fu causata da un errore critico di progettazione dell’impianto, unita a una cattiva condotta nella sua conduzione, a sua volta motivata dalla poca trasparenza nella diffusione delle informazioni, anche tecniche, che connotava l’era sovietica. A Krško, dal 1983, si sono verificate diverse anomalie di natura tecnica, e sulla centrale slovena la Regione Friuli Venezia Giulia ha sempre posto la massima attenzione: Krško risponde agli standard di sicurezza internazionali per quanto riguarda il rischio sismico e per gli interventi di manutenzione, e le verifiche eseguite hanno sempre trovato spiegazione per le anomalie riportandole all’interno di un quadro di normale vita di un impianto di produzione d’energia. Ciò che desta comunque preoccupazione tuttora è proprio il rischio sismico insito nella zona rapportato a un possibile evento di dimensioni superiori al previsto – come successe a Fukushima – mentre il rischio radiologico non è ritenuto rilevante. Un evento sismico come quello giapponese, nella nostra zona, è comunque estremamente, estremamente improbabile.
Una centrale nucleare è una struttura chiusa al centro di una o più gabbie di cemento armato, completamente separata dall’esterno, e alimentata da materiale solido che non produce polveri. Una centrale a carbone richiede la movimentazione di milioni e milioni di tonnellate di combustibile spesso immagazzinato all’aria aperta e trasportato via nave. L’impatto che un incidente nucleare può avere è ben noto; il rischio radiologico di una centrale a carbone, però, come più studi hanno dimostrato, è superiore a quello di una centrale nucleare.
Quale energia vogliamo? La risposta alla domanda, per ora, e noti i dati, sta nella coscienza di ciascuno. La bellezza è nell’occhio di chi guarda.


