A volte un dettaglio che ci colpisce da bambini diventa talmente significativo da condizionare le nostre scelte di vita future. È quello che è successo ad Andrea, educatore di esperienza ventennale, socio dipendente di una delle più grandi e storiche cooperative sociali triestine, che alla domanda ‘com’è che sei arrivato a scegliere di lavorare nel campo dell’educazione?’ ha risposto così:
“È nato tutto da una foto che mia madre, insegnante, mi ha mostrato quando ero bambino; si tratta di una foto risalente al tempo in cui lavorava in una colonia estiva, un’immagine d’altri tempi in cui i bambini erano vestiti con grembiulini e pettinati alla vecchia maniera. Quel giorno vidi mia madre così felice mentre mi raccontava dei suoi ricordi che decisi di volerlo fare anche io. Iniziai dunque nelle colonie estive qualche anno più tardi e successivamente mi iscrissi persino a Lettere moderne con l’obiettivo di ottenere le carte per l’insegnamento. Nel giro di qualche tempo mi accorsi che quella strada non faceva per me e scelsi di abbandonare. Dopo aver lavorato in porto per un certo periodo, fui contattato da una cooperativa sociale alla quale avevo precedentemente portato il curriculum, e fui assunto per la prima volta come educatore.”
In due parole e per chi non l’ha mai fatto, cosa significa fare l’educatore?
“Aiutare la persona a trovare uno stile di vita consono al contesto sociale in cui vive, uno stile di vita che permetta a quella persona di esprimersi al massimo delle proprie capacità; farla stare bene, banalmente, aiutandola a usare le proprie risorse per raggiungere degli obiettivi, piccoli e grandi. Noi educatori siamo abituati a lavorare su quello che c’è, con quello che abbiamo e non a concentrarci su ciò che manca. Ho incontrato persone
diversamente abili, per esempio, che non si sono fermate davanti alle loro disabilità e costrizioni fisiche, ma che hanno saputo andare oltre e raggiungere i traguardi che si erano prefissate usando il poco che avevano; questo anche grazie alla rete costruita intorno a loro, formata da famiglia e servizi. Fare l’educatore è vivere e affrontare insieme alle persone con cui lavoriamo tutta una serie di situazioni di vita viste dal loro punto di vista; e da questo punto di vista capire in che modo agire. Se dovessimo entrare nel dettaglio sarebbe davvero difficile essere esaustivi, perché le situazioni in cui ci troviamo sono così varie e diverse tra loro… che non finiremmo mai.”
Ci fai qualche esempio di servizi in cui hai lavorato, per aiutarci a capire meglio?
“Ho lavorato in alcune comunità dove vivevano minorenni allontanati dalle famiglie per decreti del tribunale, aiutandoli a continuare ad avere una vita normale nonostante tutti i problemi. Per tanti anni sono stato nell’ambito scolastico ed extrascolastico al fianco di bambini e ragazzi con disturbi dell’apprendimento o disabilità anche gravi. Sul territorio sono stato educatore del Servizio Aiuto alla Persona (S.A.P.) con persone diversamente abili adulte.”
Che cosa ricordi dei primi anni da educatore?
“Ricordo di essermi sentito di star facendo una sorta di lavoro pionieristico, perché all’epoca non c’erano ancora delle linee guida precise che mi aiutassero a capire esattamente cosa fare o cosa non fare nelle varie circostanze. Questa particolare situazione da una parte rendeva le cose molto complicate, dall’altra invece era molto stimolante perché nel lavoro di rete si poteva avere grande libertà di movimento. Mi ricordo anche che avevo ben in testa che l’oggetto del mio lavoro erano le persone e non le macchine, i computer o i documenti e ovviamente agivo di conseguenza.”
Vi aspettiamo la prossima settimana per la seconda parte dell’intervista!


