24.8.17 | 18.00 – Quattro triestine: Annalisa Cozzarini e Alice Sansa della Società Ginnastica Triestina nautica, Agnese Gabrielli e Giorgia Maltese del Circolo Marina Mercantile N.Sauro, assieme ad un nutrito gruppo di atlete provenienti da tutta la Penisola, sono state protagoniste di una competizione remiera, riservata ad equipaggi universitari, che nelle scorse settimane le ha portate, con i colori del CUS Trieste, in Cina.

Per le ragazze questa fantastica avventura ha avuto inizio con una telefonata: “Ciao, sono Antonio Bassi, sto organizzando l’equipaggio femminile italiano che si recherà quest’estate in Cina per un’internazionale universitaria. Saliresti in barca con noi? Non esistono “forse” entro domani mi serve una risposta”.
Antonio Bassi, un passato come presidente della Federcanottaggio della Lombardia ed in più occasioni chiamato a ricoprire ruoli significativi nell’organizzazione di grandi eventi, da più di 10 anni offre l’opportunità a ragazzi e ragazze di vivere un canottaggio “diverso”, differente da quello al quale sono abituati in Italia. All’estero infatti lo sport universitario è molto più sentito; studiare e allenarsi non solo è più facile, ma è motivo di lode, tanto che molti atenei prevedono anche borse di studio e agevolazioni per chi entra a far parte della squadra agonistica universitaria.
L’International University Rowing Regatta (IURR), è una manifestazione organizzata dai corpi sportivi del governo provinciale cinese che invitano le squadre di canottaggio delle università più importanti di tutto il mondo. Tutte le spese, compresi i voli, gli alloggi, le attività turistiche e il prestito delle imbarcazioni sono stati coperte dall’Associazione di Canottaggio Cinese con l’obiettivo non solo di ospitare una regata di alto livello tecnico, ma anche di promuovere lo sport e i suoi vantaggi, dando soprattutto valore al lavoro di squadra ed alle comunità cinesi di ciascuna città ospitante.
Al fine di dare maggior spettacolarità dell’evento le regate vengono disputate su distanze più brevi rispetto a quelle tradizionali (in questo caso 1000 metri).
Molte le attività per le squadre ospiti – salutate in ogni città con spettacolari cerimonie – nel programma sportivo-culturale; oltre alle due gare ufficiali nelle città di Hangzhou e Changsha: competizioni indoor con team misti, visite culturali e incontri gastronomici e speciali momenti dedicati a domande, aneddoti e curiosità sulle proprie università.
Sul piano agonistico, soddisfazione per il CUS Trieste, che nelle regate nelle due città principali (Hangzhou e Changsha) ha conquistato il secondo posto dietro all’Otago University (Nuova Zelanda).
E’ stata tra l’altro organizzata un’amichevole presso Baiyang Lake nella città di Cixi, antica città a circa 3 ore da Hangzhou.
Senza pubblicazione di classifica, né l’attribuzione di medaglie, nell’ottica dello spirito di cooperazione, le ragazze del CUS Trieste hanno deciso di mescolarsi con quelle dell’Otago (il timoniere e i primi 3 carrelli di ogni equipaggio sono saliti sulla barca “avversaria”).
La mattina della regata il colpo d’occhio poteva ricordare quello di un evento del calibro della “Boat race”, la storica regata fra Oxford e Cambridge, che si svolge ogni anno ad aprile sul Tamigi.
Centinaia le persone assiepate lungo tutti i mille metri di gara, foto e interviste, alcuni spettatori cedevano entusiasti il proprio ombrello para sole ai vogatori in attesa di scendere in acqua.
Pur non essendo una competizione ufficiale, questa esperienza è stata per le partecipanti una delle tappe fondamentali del viaggio: è infatti estremamente rara l’opportunità di condividere l’imbarcazione con atleti di altre nazionalità, con tecniche e modi diversi di gestire la competizione che si amalgamano in spumeggianti mille metri; non è mancato il divertimento, ma nemmeno la voglia di tagliare il traguardo in prima posizione. Resterà sicuramente nella memoria la timoniera dell’Otago che, abbandonando la disciplina “kiwi”, continuava a gridare un italianissimo “VIA” a ripetizione lungo tutti i 250 metri finali.
Le ragazze portano quindi a casa un bagaglio di ricordi e emozioni che va al di là della semplice prestazione sportiva. Capita molto di rado avere la possibilità di stare a contatto ravvicinato con persone che condividono la stessa passione, vivendola però in un contesto culturale diverso. Il confronto tra culture offre l’opportunità di vedere le cose da un altro punto di vista. Non esiste infatti un unico metodo di allenarsi, una sola tecnica di voga, né una maniera univoca di affrontare la vita in generale.
Questo prezioso momento è stato inserito tra l’altro in un contesto ambientale differente dal nostro; nelle prime due città in particolare (Changsha è molto più “occidentalizzata”) le ragazze si sono trovate davanti a un’atmosfera quasi onirica in cui improvvisamente ed inconsapevolmente erano diventate delle VIP.
Il turismo in quelle zone è infatti poco diffuso e l’occidentale è visto come qualcosa di raro e bellissimo. Fin dai primi giorni le partecipanti si sono divertite a posare nella classica posa ‘cinese’ (dita a ‘V’) e a sorridere ripetendo ‘ni hao’ (“ciao”) alle centinaia di persone che, parlando esclusivamente in cinese (l’inglese è infatti conosciuto solo da chi l’ha studiato privatamente), si accostavano a loro per fare delle foto. C’era chi era interessato a immortalarle singolarmente, chi posava con loro e chi chiedeva di prendere in braccio i propri figli; sembrava quasi che il tocco di queste persone ‘diverse’ portasse fortuna.
In campo gara questa cosa era naturalmente più accentuata: al di là della polizia e delle transenne, che separavano la popolazione dai vogatori, le persone si ammassavano in un fitto muro fatto di occhi a mandorla e flash. Gli stessi agenti della polizia, più discretamente, si lasciavano andare a qualche scatto. Durante le passeggiate in città l’impatto era di portata minore, ma i piccoli gruppetti (anche se formati da 3 o 4 persone) riuscivano comunque ad attirare l’attenzione dei locali: fra le espressioni incredule c’era chi salutava, chi saltava di gioia e chi si fermava abbandonando lo scooter – rigorosamente elettrico – a bordo strada per potersi assicurare una foto.
Riassumere i cinesi in due parole? Rigore ed ospitalità, non senza qualche contraddizione. Gli orari rispettati al secondo, le persone disponibili e pronte sempre in anticipo. In un paese dai grandi numeri quale è la Cina sarebbe probabilmente impossibile far funzionare le cose altrimenti.
Ma la puntualità non è sempre stata sinonimo di organizzazione: le giornate, con punti fissi i pasti (6.00, 11.30, 17.30), fitte di impegni minuziosamente programmati, ma comunicati dalle guide all’ultimo momento, giri di shopping organizzati in centri commerciali (con all’interno marchi occidentali) a più di un’ora di distanza dall’albergo (probabilmente considerati ‘vicini’ se si tiene conto dell’immensità del continente).
Tra le contraddizioni, la difficoltà estrema nel poter utilizzare Google e i Social network, che in Cina sono vietati.
Il paese del Grande dragone si apre quindi verso l’Occidente, rendendo però non facile ai suoi cittadini il contatto con esso.
Annalisa Cozzarini – M.B.


