6.11.16 | 16.10 – Nell’ambito della Trieste Science+Fiction si è tenuta la conferenza stampa con il premiato di questa stagione, l’attore olandese Rutger Hauer. Il festival triestino considera un grande onore poter ospitare e premiare l’attore simbolo di tanta fantascienza dagli anni ’80 in poi, immortalata dal discorso sotto la pioggia del replicante Roy Batty nel Blade Runner di Ridley Scott. Con il premio Urania d’Argento gli si riconosce infatti di aver simboleggiato un capitolo fondamentale nella storia della fantascienza, accanto a tanti altri epigoni dal 2002 in poi, da Terry Gilliam, a Enki Bilal, a George A. Romero, ad Alejandro Jodorowsky e altri.
Nel corso della conferenza stampa è stata ripercorsa la storia attoriale di Hauer, i diversi registi con cui ha collaborato, senza dimenticare il suo forte impegno per la società e l’ambiente.
“Il mio lavoro come attore” ha esordito “è sempre lo stesso, che sia in Europa o in America, è il regista a essere diverso, a determinare il mio ruolo”. La locazione, ha spiegato Hauer, non è decisiva: a contare sono budget e direttore. “Preferisco i film di nicchia, perchè sono più audaci, più un film è grande, più deve giocare sul sicuro, stay safe. E mi piace sempre prendere un rischio.”
Sviluppando questo punto, Hauer ha soggiunto che fin dall’inizio ha lavorato come un attore commerciale, anche se tutt’oggi ancora non ha capito cosa davvero si intenda per un film commerciale, di consumo. Blade Runner, ad esempio, non è nato come un film commerciale e non è mai riuscito a sbarcare il botteghino, nonostante gli sforzi della prima uscita nel 1982 e della Director’s Cut nel 1992 non ha mai avuto successo, a livello di vendite.
Inevitabilmente, si è giunti a parlare dei rapporti con Ridley Scott sul set: l’offerta per interpretare il replicante Roy Batty (foto in basso) è stata senza provini, un’offerta prendere o lasciare. Il suo obiettivo era di rendere Roy “più umano degli umani stessi, better than people”. Non a caso è stata la prima cosa di cui hanno discusso a Parigi, durante un primo, monumentale, incontro di 3 ore: come parlassero, camminassero, agissero i replicanti di questa Los Angeles ispirata ai fumetti cyberpunk di Enki Bilal (un altro privilegiato per il premio Urania d’Argento, nel 2006).
Dalla supervisione sotto Ridley Scott, le domande si sono concentrate sulle sue esperienze con gli altri registi, in particolare Ermanno Olmi (La leggenda del santo bevitore) e Paul Verhoeven (Fiore di carne, Keetje Tippel, Soldato d’Orange). Olmi l’aveva colpito come un direttore di grande sensibilità artistica, “a very gentle, sensible director”. Sceglieva con calma cosa inserire in ogni scena, cosa dovesse entrare nella singola inquadratura, rendendo un piacere guardarlo lavorare. Rispetto ai ritmi calmi del regista italiano, Paul Verhoeven era invece un regista indiavolato, con un punto di vista forte su ogni scelta all’interno del film: scherzando, uno scienziato pazzo, “a insane scientist”.
Il ricordo del regista italiano ha offerto l’occasione per una divagazione sul cinema in Olanda, che prima dell’uscita della serie tv Floris, in cui Rutger Hauer aveva recitato, praticamente non esisteva. Il suo primo giorno davanti alla cinepresa comprese che quello era il suo destino, la consapevolezza “mi ha colpito come una spada”. Il giorno dopo, ha raccontato, si licenziava dal gruppo teatrale dove aveva lavorato per oltre cinque anni.
“I try to play characters” aggiunge qualche secondo dopo, in risposta a un fan che gli chiedeva se predilige il fantasy, “recito solo dei personaggi, per me il genere non è importante”. La parte che un attore deve recitare è solo uno sketch, un abbozzo: non sarà mai possibile interpretare quel protagonista al cento per cento. Dev’essere il pubblico a proiettare le sue aspettative sull’attore e il risultato sullo schermo deriva dall’incontro tra attore e spettatore. Chi afferma di saper recitare fino in fondo quel dato personaggio “is full of shit”, sta mentendo. Persino con i protagonisti migliori, come Roy Batty, si tratta sempre di “un’insalata di idee”, il cui successo dipenderà da cosa ci vedrà il pubblico.
Al termine della conferenza stampa è stato anche ricordato l’impegno dell’attore nel campo della filantropia: con la Starfish Association, Hauer opera infatti da anni a sostegno delle donne e e dei bambini afflitti da Aids nei paesi più disagiati. “E’ un’attività piccola” – constata – ma dove agisco in prima persona e senza intermediari. Quello che faccio, lo faccio essendo presente sul posto, in prima linea”. A questo proposito l’attore ha ricordato e ringraziato l’attività in Romania a sostegno degli orfani malati di Aids, occasione dove ha conosciuto il giornalista Mino Damato, impegnato sullo stesso fronte.
“La mia vita è come l’ancora di una barca, una punta è l’attività d’attore, l’altra è l’attività filantropica”, ha concluso.
Zeno Saracino



