Il regista Calenda e il grande attore creano la magia e infuocano la speranza

10.2.2012 | 00.36 – Federico Garcia Lorca durante una conferenza affermò: “Questi suoni oscuri sono il mistero, le radici che si impiantano nel fango che tutti conosciamo ed ignoriamo allo stesso tempo, da cui nasce però la sostanza dell’arte. Dunque il duende è un dono, non una costruzione; una lotta, non un pensiero. Ho udito dire un vecchio maestro di chitarra: – “II duende non sta in gola, viene dal profondo, comincia a salire dalla pianta dei piedi”.
Frase che lo stesso Albertazzi cita durante lo spettacolo. Ed è proprio questa forza misteriosa, propulsione dell’arte, el duende a dare alla rappresentazione “Cercando Picasso” quella passione che è riuscita ad ipnotizzare gli spettatori per quasi due ore. Nessun schema preciso, una scenografia bianca al pari di una tela dove lo spettacolo viene passo passo “dipinto”; come scriveva Picasso “È evidente che non si sa mai quel che si va a disegnare, ma quando si comincia a farlo, nasce una storia, un’idea, e così è. In seguito la storia si ingrandisce come a teatro, nella vita…”
Un excursus nell’interiorità e nell’arte del pittore spagnolo tra l’Eros e la Tauromachia, ricreato dai movimenti fluidi e variopinti delle nove ballerine della Martha Graham Dance Company che sembrano fluire come in un sogno dalle parole di Albertazzi e paiono appoggiarsi sulla tela trasformando le coreografie in veri e propri sentimenti “in movimento”. Gli scritti recitati da un sempre illuminato Albertazzi sono quelli dello stesso Picasso accompagnati da citazioni di Apollinaire e Garcia Lorca.
La donna, centro dell’immaginario del pittore è la protagonista della prima parte dello spettacolo; donna in quanto immagine del desiderio, in quanto musa in quanto ponte tra la realtà e l’arte come fonte di passione e bellezza assoluta. Attraverso la danza, la poesia, la musica e i giochi di luce si passa poi a riflessioni sul teatro e sull’arte e tutto ciò avviene con una forza emotiva capace di trasportare gli spettatori entro una dimensione onirica, entro la passione come concetto puro, in sé e per sé, al di là delle singole tematiche discusse nel particolare.
Il secondo nucleo della rappresentazione è dedicato alla Tauromachia con richiami alla corrida e al toro, elementi preponderanti nell’arte di Picasso. Un momento estremamente emotivo quando una delle nove danzatrici propone una coreografia in “rosso e nero” (Spectre 1914) che introduce sinuosamente le considerazioni sul “Duende”.
Sull’onda di queste emozionanti riflessioni Albertazzi procede con la recitazione di un passo tratto da Sogno e menzogna di Franco di Picasso mentre sullo sfondo si vedono proiettate immagini di sezioni del Guernica “Gridi di bambini gridi di donne gridi di uccelli gridii fiori gridi di pietre gridi di lontananze gridi di piacere gridi d’orgasmi gridi di dolore gridi di odori”(cit.)
È il momento ora de Il desiderio preso per la coda. Le voci dei vari personaggi sono recitate “fuori campo” da attori di non poco prestigio. Parigi 1941, la guerra, la fame ma anche la volontà di un gruppo di artisti (Dora Maar, Camus, Sartre, Beauvoir, Aubier, Bost, Hugnet e Picasso) di continuare ad incontrarsi per mantenere l’arte in vita, lontana, almeno per pochi momenti dai bombardamenti. È in questa cornice che si inserisce l’assolo della Graham Lamentation eseguito magistralmente dalla solista del corpo di ballo durante un monologo di denuncia sulle conseguenze disastrose della guerra.
Dopo questa tempesta emotiva lo spettacolo si chiude con l’immagine della Colomba della Pace di Picasso proiettata sullo sfondo, lasciando assieme alle parole di Albertazzi la speranza di una luce alla fine del tunnel: “La giovinezza non ha età”.
La sospensione creata nel pubblico è palpabile e servono alcuni secondi per sentire il divampare dell’applauso. Ancora una volta la regia di Antonio Calenda ha creato “la magia”, soprattutto adesso, in un situazione storica dove la passione in quanto tale sembra essersi allontanata dall’animo delle persone le quali, come viandanti dispersi nella nebbia, vagano umide di una passività creata dal vuoto che sovrasta la consistenza sociale. Un unico appunto al corpo di ballo che seppur carico di grande espressività ed emotività ha dato l’impressione di esser poco sincronizzato in alcuni momenti della rappresentazione, creando degli attimi di risveglio nel sogno di “Cercando Picasso”.
Alice Gerin


