Eleonora Duse - Diva della Belle Époque e ospite di prestigio del Filodrammatico

14.07.2018 – 09.25 – L’attuale Via degli Artisti, parallela a Corso Italia, ospitava tra fine Settecento e inizio Ottocento la cosiddetta Contrada degli Artisti: un gioco di parole tutto triestino basato sugli “artieri”, ovverosia, come ricorda Ettore Generini in “Trieste Antica e Moderna” (1884) “coloro che esercitavano mestieri rumorosi, come fabbri ferrai, battirame, calderai ecc”.
Sarebbe tuttavia ingiusto attribuire il nome della via al sarcasmo corrosivo dei triestini del tempo: effettivamente a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento fino al Novecento inoltrato, la Via fu (letteralmente) teatro di un istituto tra i più rinominati dell’epoca: il Filodrammatico.
Costruito dopo che un terribile incendio aveva divorato alcune catapecchie ai piedi del Colle di San Giusto, il Teatro Filodrammatico fu tra i più importanti teatri della Trieste asburgica, prima di venire convertito a cinema tra gli anni Venti e Trenta e proprio com’era nato, venire distrutto da un altro incendio a fine anni Ottanta, alla conclusione di un’era. Dopo una giovinezza sfolgorante sotto gli Asburgo e un’umiliante maturità quale cinematografo sotto l’Italia, il Teatro ora sopravvive nella forma di uno zombie, dopo la morte nel 1988: un rudere scarnificato, un nudo scheletro di cui rimane solo la targa ottocentesca, ricordo di tempi migliori.

La zona apparteneva a inizio Ottocento a un ricco mercante della comunità ebraica di Trieste, Isacco Guetta. Quando, per uno sfortunato incidente, le case del fondo andarono in cenere per un incendio, il mercante decise di finanziare di propria tasca la costruzione di un teatro: un progetto a lungo meditato, che si avvalse della progettazione di Giuseppe Fontana.

Il Teatro Filodrammatico si componeva di un basamento, con quattro piani e cinque portali a tutto sesto. Gli interni presentavano tutto il necessario per un teatro in grande stile: un ordine di palchi, una galleria, un loggione e una platea, quest’ultima divisa in due parti con sedici file di posti ciascuna. Le decorazioni erano nello stile del tempo: affreschi di putti, simbologie per le arti e la musica, festoni floreali e un Apollo affiancato dalle Muse, quest’ultimo dipinto sul sipario dall’esperta mano di Giuseppe Gatteri. Una pianta del 1828, dipinta ad acquerello da Bartolomeo Zucca, conferma come fin dalla sua inaugurazione il fabbricato venisse utilizzato come teatro.

L’inaugurazione (22 giugno 1829), segnò un primo periodo di attività per il Filodrammatico, appaltato in un primo momento a Israel Jacha, che vi svolgeva spettacoli di marionette. I triestini dovevano preferire attori umani ai pupazzi dello Jacha, perchè già nello stesso anno l’edificio passò alla Società Filarmonico-Drammatica, diretta da Francesco Hermet.

Sotto questa nuova direzione, il Teatro conobbe una larga fortuna con le produzioni della Società e delle Accademie musicali e in seguito con le maggiori compagnie di prosa in visita a Trieste. Il nome Filodrammatico non deve trarre in inganno: specialità del teatro erano le commedie, anche se i soci della Società passavano facilmente da un genere all’altro, improvvisando ad esempio le opere brevi di Bellini e Rossini. Negli anni di attività della Società si ricorda particolarmente l’opera in prima assoluta “Nicolò III Signor di Ferrara”, nel giugno 1833, con libretto di GV Savon e musica di Antonio Neumann. Il Teatro passò indenne La Primavera dei Popoli (1848) e nel 1853 ricevette un primo restauro su progetto degli architetti Giuseppe Bernardi e Antonio Botta .

Intanto, la continua concorrenza del Teatro Grande (oggi Verdi) e dell’Anfiteatro Mauroner obbligò la Società ad abbandonare nel 1839 il monopolio del Filodrammatico, che iniziò ad essere aperto a spettacoli pubblici. Dopo gli anni della commedia, i decenni centrali dell’ottocento trasformarono il Filodrammatico nel teatro per eccellenza degli spettacoli di prosa, uno dei luoghi più ambiti delle compagnie teatrali italiane e triestine. Nel 1879, il Filodrammatico fu completamente rinnovato per mantenerlo al passo con le ultime mode, grazie all’architetto Giovanni Rigetti e per la parte decorativa agli artisti Eugenio Scomparini e Giuseppe Fumis.

Ettore Generini, a proposito della Via degli Artisti, offre una descrizione particolareggiata dell’impianto teatrale dopo il sontuoso restauro del 1879:

“Consta di una platea a semicerchio, di un ordine di palchi (25) e di due gallerie sovrapostevi, sostenute da colonnini in ferro. È capace di 1800 spettatori. Sul soffitto, dipinto dal valente artista Fumis, si leggono i nomi di alcuni celebri attori ed autori drammatici.”

Riveste un certo interesse il riferimento stradale per trovare il Teatro, “Parte questa via dalla Piazza S. Catterina e sbocca nella via della Giazzera” che permette di ricollegarsi a un altro, grande teatro ottocentesco, l’Anfiteatro Mauroner.

Il 13 settembre 1879 il Filodrammatico registrò uno straordinario successo, rappresentando in scena il “bel lavoro del Ferrari”, come lo definisce Generini, “Cause ed effetti”, della compagnia drammatica Ciotti e Belli-Blanes. Dopo gli spettacoli di marionette, le commedie della Società e gli spettacoli di prosa, il Filodrammatico si apriva così alle opere liriche, a cavallo tra i due secoli. Non esisteva compositore che non venisse rappresentato al Filodrammatico: Rossini, Bellini, Ricci, Donizzetti, Paisiello, Mayr, Pedrotti, Flotow, Massenet… A comprovare il successo della nuova formula, nell’autunno del 1903 il Filodrammatico rappresentò la “Fedora” di Giordano. La nuova direzione del teatro richiedeva però una maggiore pompa, un maggior lusso rispetto agli spettacoli popolari degli esordi: si verificarono pertanto ulteriori operazioni di restauro, sotto la guida di Ulderico Ravallo e Mario Garlatti. Tanti gli attori di teatro, all’epoca arcistar dei giornali e delle chiacchiere nei caffè di tutta Europa, da Parigi a Vienna: la diva Eleonora Duse, l’ammaliante Sarah Bernhardt, idolo delle folle parigine, Ferruccio Busoni, Franz Lehar, Ruggero Ruggeri e tanti altri…

Cartolina, inizio ‘900

Il Filodrammatico sembrava essersi assicurato altri cinquant’anni di spettacoli, quando un’ispezione delle autorità austroungariche determinò la chiusura dell’impianto nel 1907, perchè l’edificio veniva considerato non a norma con le nuove regolamentazioni contro gli incendi. L’impresario, Vittorio Ulmann, preferì abbandonare il Filodrammatico e traslocare “baracca&burattini” in un nuovo edificio, che dapprima chiamato “Nuovo Filodrammatico”, diventerà poi l’“Eden”. Oggi i più lo conoscono come il Cinema Ambasciatori, a metà del Viale XX Settembre, non a caso in una zona “teatrale”, quale comprovano i numerosi teatri convertitosi a cinema e ovviamente la presenza del Politeama Rossetti.

A metà della Prima Guerra Mondiale (7 aprile 1916), si annunciò finalmente la ristrutturazione del Filodrammatico, su progetto dell’architetto Arnerrytsch. Il passaggio all’Italia rallentò il progetto, ma nel 1921 il Filodrammatico riapriva al pubblico, fresco di pittura grazie al pittore Agostini e il decoratore Novak-Novaretti, sotto la direzione dell’Impresa Sbrizzi e Grassi.

Il Cine Teatro venne nuovamente chiuso e riaperto nel 1930 e nel 1937 e avendo superato più o meno indenne la Seconda Guerra Mondiale, conobbe un certo successo come cinema fino agli anni Settanta. Nuove difficoltà economiche spinsero allora il coraggioso proprietario della sala, Giorgio Maggiola, a proporre a partire dal 1972 filmati di pornografia hardcore, all’epoca novità assoluta nel panorama italiano. Com’è caratteristico di questi casi, le censure e i tentativi di portare in tribunale Maggiola garantirono un insperato successo al Filodrammatico, che vivacchiò fino al 1983, quando crollò parte del muro retrostante dell’edificio, impedendo di allestire lo schermo.

La costruzione pertanto era già instabile, allorché nel 1988, mentre ancora si discuteva cosa farne, fu distrutto da un grave incendio. Seguirono poi nel 2006 e nel 2009, incontrollati, altri due incendi e infine a infliggere il colpo di grazia, nel 2012 crollarono le poche travi rimaste del tetto. La stessa facciata è parzialmente puntellata. L’abbandono del Filodrammatico di per sé non sorprende, tanto più se si considera la sua storia tormentata e i suoi (tanti) restauri succedutisi nei secoli. Lascia tuttavia stupiti come un edificio così malridotto e a tutti gli effetti un “rudere”, sia presente esattamente nel cuore della città, nascosto e al contempo in piena vista.