6 maggio 1976, il terremoto. Il volto del Friuli cambiò per sempre.

06.05.2019 – 15.48 – 43 anni fa , Il 6 maggio 1976, la terra iniziò a tremare alle 21. Le famiglie, sedute davanti alla televisione, rimasero attonite, per un attimo paralizzate dalla paura; la prima scossa durò qualcosa di meno di 30 secondi, fu sufficiente per interrompere le linee elettriche a Udine – a circa 25 chilometri dall’epicentro – lasciando al buio molte case e molte vie. Questa, però, era solo la prima, di 4 gradi e mezzo, forte ma solo un’avvisaglia di ciò che stava per succedere. La seconda scossa arrivò poco dopo, e fu di due gradi di magnitudine più forte: 6.5 sulla scala Richter. Durò molto di più. Chi non fu travolto subito dagli effetti e dai crolli provocati dal sisma scappò in strada, dove però rischiò di restare prigioniero delle macerie. Chi si trovava già all’esterno al momento iniziale, o in un piano terra, vicino a una via di fuga, ebbe maggior fortuna.

Il terremoto del Friuli si sentì in tutta l’Italia del nord e fino alla periferia di Roma; fu avvertito in Austria, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Germania. L’epicentro: poco fuori Gemona. Si trattò di un evento di superficie, una frattura avvenuta a meno di 20 chilometri di profondità; il tipo di evento sismico più distruttivo in assoluto. L’energia, rilasciata in gran parte proprio sulla superficie, distrusse quasi tutto investendo Gemona stessa, dove uccise 326 persone, Buia, Maiano, Osoppo, Venzone: una catastrofe. La scossa raggiunse anche Trieste, provocando pochi danni, niente degno di troppe note; la paura però fu tanta e tale da rimanere impressa nella memoria per molti anni, e chi era stato bambino nel 1976 ricorda ancora la parola: “terremoto!” gridata forte, la corsa, il volo fatto verso le scale, la fuga in strada, giù assieme a tutti ad aspettare l’intervento di qualcuno – ma di chi? Un servizio pubblico per queste emergenze non esisteva ancora. Da quella sera, nei sei mesi che seguirono, la terra tremò più di altre 500 volte; e il 15 settembre il terremoto tornò, forte quasi come la prima volta di maggio, 6.1 Richter. I numeri del terremoto: l’area di massima distruzione, dove la gran parte delle strutture – molte delle quali vecchie di cent’anni e in pietra e legno tenute assieme da malta debole, fu rasa al suolo o resa inabitabile – fu di 1800 chilometri quadrati; quella complessivamente coinvolta di 5.500. Furono compromesse scuole, castelli, tesori dell’arte; campi, vigne e fattorie rimasero danneggiati. 100.000 le persone sfollate ed evacuate dalla zona, 15.000 persone senza lavoro; i morti, 990, con 2.800 feriti. In totale, i danni ammontarono a qualcosa come 6 miliardi delle lire di allora: molto di più dei 3 milioni di euro di oggi.
Nel percorrere le strade del Friuli di oggi, di quel terremoto non si vede più traccia. Fu il ‘miracolo del Friuli’: la ricostruzione disegnò un Friuli nuovo, nelle case e nella struttura economica, riflettendosi anche su quella sociale. Sancì anche la nascita della Protezione Civile come forma di risposta a eventi naturali straordinari. Il rischio sismico del Friuli è considerato, storicamente, moderato; il terremoto del 1976 fu l’evento sismico più forte dell’Italia nord orientale registrato nella storia.

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