Palazzo Artelli, una gran dama veneziana abbandonata all’incuria

20.04.2019 – 08.31 – La personalità decisa, eccentrica e amante dell’arte propria della classe dirigente triestina a cavallo dei due secoli, tra ottocento e novecento, durante quella “quiete prima della tempesta” precedente al 1914, produce un tessuto urbano decisamente pittoresco, dove ogni palazzo si presenta a sé stante, quale personale creazione del committente. La vita dell’edificio non diventa allora comprensibile senza conoscere la vita del suo mecenate e in tal senso Palazzo Artelli non è certo un’eccezione, come non lo era il Palazzo della RAS.
Filippo Artelli era figlio di un mercante, detto Giovanni Battista Artelli, ricordato quale “amantissimo d’arte e collezionista”, che aveva fondato nel 1840 quel Circolo artistico che sarebbe poi diventato, grazie all’opera del pittore Wostry, il primo nucleo della Trieste bohemien.
Filippo aveva ereditato dal caro padre l’inclinazione all’arte e all’architettura, che si fondeva con una passione per la Venezia “artistica”, caratteristica dello stesso Giovanni Artelli, nato ai tempi della Serenissima. Passioni tuttavia forzatamente accantonate, quando Filippo Artelli dovette lavorare per diversi decenni quale “liquidatore di avarie”, ovvero un agente assicurativo. I guadagni di Artelli gli permisero successivamente di inserirsi all’interno della scena politica triestina, dov’era conosciuto come “una figura simpatica e popolarissima”.
Uno sguardo alla sua carriera politico-amministrativa mozza il fiato: presidente della Banca Popolare e della Società del Tramway, consigliere delle Assicurazioni Generali, direttore della Società delle Piccole Ferrovie e della Società costruttrice degli edifici popolari, membro del Curatorio del Museo Revoltella…

Verso il 1904 Filippo Artelli era un uomo potente e affermato, che disponeva di ampie fortune accumulate durante una vita intensa di politica e affari, come tanti suoi contemporanei triestini.
Era giunto allora il momento di ritornare alle origini, a quell’arte e a quella Venezia così a lungo neglette. E fu un ritorno grandioso, inimmaginabilmente sontuoso: un vero e proprio palazzo affacciato sul mare, costruito con un gusto d’altri tempi. Un’opera costruita per il puro gusto della bellezza, il vanto ultimo di un uomo di lusso, come lo definirebbe Verga. Era (è) il Palazzo Artelli.
Quale area di costruzione venne scelto un terreno davanti al parco di Villa Necker, all’incrocio dell’attuale via dell’Università e via Corti. Artelli desiderava “costruire a Trieste un fabbricato che fosse un bell’esempio di architettura veneta e fosse ispirato a quei monumenti che sono opera dei Longhena”. I lavori procedettero rapidi e dopo solo due anni il palazzo veniva inaugurato (1906).
Filippo Artelli tuttavia si godette assai poco la sua preziosa reggia, perchè nel 1910, dopo soli quattro anni, la Banca Popolare si ritrovò minacciata dalla liquidazione. Artelli era un presidente responsabile e si addossò il dovere di salvarla, svendendo il palazzo per far fronte ai buchi nel bilancio. Un sacrificio che gli risultò fatale: un mese dopo (30 settembre 1910) moriva per un infarto.
“Il Piccolo” lo ricordava con un anonimo necrologio, dove lo si descriveva come “un gentiluomo di razza”, caratteristico infatti per una “sobria eleganza stilistica”. Filippo Artelli infatti indossava “la sua irreprensibile tuba chiara, che egli portava al di là dei suoi tempi, i suoi palamidoni grigi che erano divenuti un’assisa della sua personalità, lo staccavano dalla folla per simpatica ricercatezza di espressione personale”.
La descrizione dimostra perfettamente quanto questo genere di palazzi fossero un’emanazione dei diversi committenti: in questo caso l’aspetto un po’ antiquato, ma proprio per questo fascinoso, sopravvive ancora nell’impianto dell’edificio.
Il modo di vestire di Artelli, come osservava Maria Walcher, riflette il carattere della sua casa: tragicamente antiquato, ma nel contempo da gran signore, dall’innegabile bellezza capace di sopravvivere a mode e capricci del presente.

Lo stato attuale di Palazzo Artelli [Clicca per Ingrandire]

Il Palazzo Artelli è un fiero alfiere dell’Eclettismo detto “degli Stili Storici”. La storia dell’architettura per gli spregiudicati araldi di questo genere è un tesoro sterminato di idee e soluzioni da recuperare e re-inventare, fondendoli tra loro a seconda dell’estro del progettista e della disponibilità di nuovi, economici, materiali, che rendano possibili queste originali metamorfosi.
Non a caso Maria Walcher scriveva di “aggressiva e vistosa bellezza”. Il Palazzo infatti viene proposto di dimensioni e stile volutamente esagerati rispetto al timido neoclassicismo del borgo giuseppino, che non vuole offendere, né stupire lo spettatore in alcun modo. Lo stile quotidiano e borghese trova un suo valido avversario nell’anarchica mescolanza di stili del Palazzo, dove predomina l’architettura veneziana del Seicento, specificatamente Baldassarre Longhena.
Il palazzo infatti sembra protendersi verso un canale, uno specchio d’acqua della Serenissima, riflettendo così i suoi antenati seicenteschi: c’è un forte senso scenografico nella forma di questa reggia imperniata su violenti chiaroscuri e affacciata su un immaginario “canale” di cemento.
Il pianterreno presenta infatti una pietra arenaria che avvolge le lesene e le colonne, sulle quali si spalanca un tenebroso atrio porticato. Un brusco contrasto con i due piani superiori, caratterizzati invece dalla pietra bianca d’Istria. Quest’ultimi presentano sette finestre “a serliana”, ciascuna con un’apertura centrale ad arco, che svolge la fondamentale funzione di alleggerire la facciata, senza scivolare in una pesantezza già molto evidente.
Le finestre infatti cedono il passo a intervalli a colonne scanalate, che si affacciano su una balaustra con pilastrini riccamente decorati. Un impianto forte e deciso, che non rinuncia alla statuaria, con diversi modelli presenti nei pennacchi degli archi e nei mascheroni.
Il sottotetto, infine, aguzzando la vista, presenta una fila di belle finestre elittiche, prese pari paro dalla Libreria San Marco.

Le parole stesse di Artelli confermano una direzione artistica sprezzante degli edifici disadorni e minimali, a preferenza invece della statuaria e e del gusto eclettico. L’uomo infatti prescrisse che “il pianterreno fosse composto con elementi tolti da Cà Rezzonico e i piani superiori invece da Cà Pesaro”. Sono rispettivamente i due palazzi più famosi di Longhena, a Venezia. L’architetto degli esterni era quello stesso Giorgio Polli autore della Pescheria Nuova e del complesso dei Portici di Chiozza.
Il palazzo avrebbe dovuto avere funzione di rappresentanza per le diverse società e imprese di Artelli e come tale non cessa di stupire una volta passati dall’esterno di Polli agli interni dell’architetto Antonio Bruni. Ogni piano, ogni stanza, ogni porta presenta uno stile diverso, con un’attenta gestione delle planimetrie.
I primi passi nell’atrio svelano colonne scanalate con fasce ad anello e un finestrone a vetri legati in piombo, come nell’edificio di Ca’ Pesaro. Lo scalone in marmo del primo piano presenta una balaustra “a transenna”, identica a quella della Scala dei Giganti di Palazzo Ducale (Venezia).
Il pianterreno è (era) una sala orientale adibita “ad uso di fumoir e riccamente addobbata con tappeti turchi e persiani”. Le atmosfere medio orientali, tipiche della Francia decadente dei primi del novecento, cedono il passo nel primo piano a una successione di sale che sembra “rivivere” le diverse epoche della storia, con il lusso più sfrenato. L’atrio “pompeiano” cede il passo alla sala romana, alla sala bizantina, al salotto medievale, alla sala da pranzo rinascimentale.
La sala romana – utilizzata a metà ‘900 per gli esami di laurea – colpisce il visitatore per le pareti rivestite di massicce lastre di marmo, adorne con paraste di ordine ionico e un fregio in bronzo raffigurante il “trionfo romano dopo la battaglia”. Immancabili le statue a grandezza naturale, raffiguranti Giulio Cesare, Cesare Augusto, Antonino Pio e Lucio Vero, tutte scolpite dall’abile mano di Spalmach dalle originali presenti al Museo Vaticano. Quando il palazzo venne inaugurato, il soffitto ritraeva il cielo notturno e le diverse stelle potevano essere accese per simulare le costellazioni. Un ritorno al Seicento, ma senza ignorare i progressi della scienza.

Palazzo Artelli, foto di Invest in Italy Real Estate, tutti i diritti riservati [Clicca per Ingrandire]

Il palazzo oggigiorno resiste stoicamente all’incuria dei privati e delle amministrazioni, ma all’epoca dell’inaugurazione rappresentò un canto del cigno per le abilità degli artigiani, uno degli ultimi edifici dove ebbero modo di sfoggiare la propria arte.
Come riporta la studiosa Maria Walcher, la rivista “L’Edilizia Moderna” dedicò un numero al Palazzo Artelli, non appena venne completato (agosto 1908). Le foto e le descrizioni trasmettono così una bellezza ora largamente scomparsa, specie negli interni. Il marmo di qualità, gli interni di legno, la quantità e fragilità delle decorazioni… tutti elementi, assieme alle sculture, che rivelano una riflessione a tutto tondo sull’arte, desiderosa di non risparmiare nemmeno il più minuto dettaglio. Non andrebbero infine dimenticati i tanti quadri un tempo presenti, accanto alle sculture, opera dei maestri triestini del tempo, da Carlo Wostry, a Eugenio Scomparini, Antonio Lonza e Romeo Rathman.

Il palazzo, venduto a malincuore da Artelli, a lungo è rimasto una parte fondamentale della città, una delle prime sedi dell’Università di Trieste. Qui il fior fiore del Dipartimento di Filosofia riceveva l’alloro della laurea e si avviava a un luminoso futuro di disoccupazione.
L’edificio, acquistato dall’Inail nel 1951, veniva infatti affittato al Dipartimento per lunghi decenni.
Oggigiorno l’edificio versa in stato di completo abbandono: serrato con una muraglia di assi putride e assediato dalle impalcature, viene periodicamente proposto alle aste con un valore abbondantemente al di sotto del suo reale valore. Nonostante già l’atto di vendere un patrimonio della città sia una mossa grave, Inail ha provato a svenderlo sul sito di Invest in Italy Real Estate. Dopo il successivo fallimento, il venditore della reggia di Artelli è ora Gabetty Property Solution e con ogni probabilità il prezzo è sceso ulteriormente.
E’ lecito chiedersi, perché un edificio di tale valore debba essere venduto in primo luogo e per altro a un così basso prezzo. Il cattivo stato degli interni richiederebbe un milione per un doveroso restauro, ma nell’insieme il palazzo ha resistito efficacemente alla prova del tempo. Sembra paradossale che a fronte di prezzi così esagerati per gli appartamenti e le case nel centro storico, si preferisca nel caso di un palazzo di questo valore procedere a una svendita che risulterebbe vergognosa anche se l’edificio fosse disadorno e senza quell’apparato di statue, marmi e decorazioni che ancora possiede. Intanto, in attesa di ulteriori sviluppi, il Palazzo era stato liberato dalle impalcature lo scorso ottobre 2018, salvo poi venire nuovamente ricoperto con un burqa di teli e sbarre. La gran dama veneziana di Artelli sembra destinata (ancora) a un futuro di prigionia.

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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