“Venerdì per il futuro”. I giovani in piazza per il clima e per salvare il mondo.

15.03.2019 – 20.24 – Greta Thunberg. È svedese, ha 16 anni. È diventata, in un lampo, il simbolo di un movimento globale, #FridayForFuture, che ha portato anche i ragazzi di Trieste in piazza a protestare. Greta ha un entusiasmo e una volontà che travolge: di stare zitta, non ha voglia. Greta non sta bene; soffre di una sindrome che è imparentata con l’autismo, e che la porta a guardare il mondo con occhi diversi. A parlare in un modo diverso. Che rompe i muri.

Perché i problemi del clima, che sono agli occhi di tutti, sono così difficili da risolvere?
Il cambiamento nel clima è conseguenza dell’industrializzazione; non è necessario un esperto, e neppure un giornalista, per sottolineare come il clima fosse sostanzialmente stabile in assenza di fattori esterni fino alla nascita dell’agricoltura, diecimila anni fa. Le civiltà umane, i villaggi, le nazioni degli ultimi quattromila anni si sono sviluppate in una situazione climatica sempre uguale, con una precisa alternanza di stagioni che solo raramente venivano influenzate da qualcosa: le calamità c’erano sempre – tempeste, allagamenti, siccità – ma costituivano eventi a volte enormemente drammatici, eppure occasionali, imprevisti.
L’industrializzazione ha cambiato tutto questo. Non esiste probabilmente un “anno zero dell’opera dell’uomo sull’ambiente”, ma l’Ottocento può essere forse identificato come il “secolo zero”. Watt, attorno al 1770, perfeziona la sua macchina a vapore, che riprende progetti ed esperimenti precedenti di altri ispirati a conoscenze dell’antica Grecia. Inizia l’era dell’Industria.

Aggiungiamo qualche altro dato. Dal 1800 a oggi, la popolazione mondiale è aumentata, e non di poco: da 1 miliardo di individui del Diciannovesimo Secolo ai 4 miliardi degli anni Settanta del Ventesimo, ai 7 miliardi di oggi, con proiezione verso i quasi 8 miliardi previsti per il 2050. Anche la produttività potenziale di un singolo individuo, calcolata aggregando diversi fattori – come ad esempio il rendimento in una singola ora di lavoro o il volume di informazioni che si possono elaborare in una unità di tempo – è aumentata esponenzialmente. Si stima, di un fattore 10. Si stima ancora (World Economic Forum) che questi due fattori, combinati, abbiano fatto aumentare il volume di attività economiche mondiali, sempre dal 1800 a oggi, di un fattore 100. Richiedendo alla Terra e agli ecosistemi come il mare, la foresta, l’atmosfera sforzi costanti di riequilibrio che non sono quasi più in grado di sopportare senza che si verifichino cambiamenti irreversibili e definitivi. Il cambiamento è alle porte; sta già accadendo, ed è ormai innegabile.

La crescita nell’uso dei combustibili fossili, ragione più evidente del cambiamento, è stata ancora più grande di quella dell’attività industriale. Attorno al 1800, venivano bruciate ogni anno circa 10 milioni di tonnellate di materiale fossile, principalmente carbone; oggi ne bruciamo, sempre ogni anno, attorno ai 12 miliardi (stima BP, precedentemente British Petroleum). E l’uso del carbone non è per nulla scomparso; anzi. Ogni anno si dice: “basta”, ed è ancora qui. L’enorme incremento, occorso negli ultimi due secoli, nell’uso dei combustibili fossili, unito alla deforestazione e all’agricoltura – che, non dimentichiamolo, per la natura è un grandissimo fattore di squilibrio – ha finito per cambiare la composizione dell’atmosfera in modo sensibile. E a loro volta, i cambiamenti nell’atmosfera hanno cambiato il clima. È molto probabile che nel corso della nostra vita, un periodo estremamente breve se lo rapportiamo al tempo passato dalla nascita delle civiltà, si presentino davanti ai nostri occhi cambiamenti climatici mai visti prima. Le conseguenze saranno sicuramente gravi, perché le cose che abbiamo pensato, immaginato e creato come uomini e donne – dai campi coltivati agli aerei – sono state da noi adattate al mondo in cui viviamo, e non a quello in cui lo stiamo trasformando. Negli anni Novanta, i film che predicevano catastrofi venivano presi come un modo divertente di passare due ore al sabato pomeriggio; negli Emirati Arabi Uniti, però, anno dopo anno piove un po’ di più, e Dubai, in alcuni giorni del 2010, ha preso l’aspetto di una città dell’India colpita da un monsone. Senza canali per drenare l’acqua.

Combattere le emissioni sarebbe più semplice se esse venissero da una sola parte, o fossero in forma solida. Provengono invece, prima di diffondersi in milioni di particelle nell’aria, da miliardi di sorgenti e di attività individuali, quasi da ciascuno di noi: quando ci mettiamo in auto – l’esempio più classico – generiamo emissioni, ma lo facciamo anche quando abbiamo caldo e facciamo partire l’impianto di condizionamento, o anche mentre parliamo al cellulare, perché il cellulare richiede energia elettrica. E tanta, se pensiamo all’infrastruttura alle sue spalle. E l’energia elettrica vuol dire, oggi, combustibile fossile. Il sistema energetico è ormai immenso. E, proporzionalmente, immensa sarebbe la spesa per rimpiazzarlo e riequilibrarlo. Il problema è molto più grande persino del più grande problema che immaginiamo: in primo luogo, il nostro sistema mondiale di produzione dell’energia è diventato molto efficiente, svolge il suo lavoro in maniera eccellente: restare senza corrente è diventato un evento eccezionale, e anche quando si verifica, lo stacco dura di norma pochi minuti. Il gas, al di là delle problematiche causate da situazioni politiche, arriva, e scalda sempre. Il telefonino funziona. Persino l’inquinamento, mediamente, e con riferimento all’Europa e all’Occidente, sta venendo messo sotto controllo. Quindi, non c’è bisogno di cambiamenti rapidi, non ci sono spinte economiche di qualche tipo per modificare lo status quo: petrolio per tutti, carbone a tutto vapore, e l’unico motivo per cambiare il nostro modo di vivere resta proprio il clima che cambia. Prima che sia lui a cambiare noi. E non possiamo neppure semplicemente staccare la spina: il sistema energetico mondiale è diventato essenziale per le nostre vite. Il GPS ci dice dove siamo; Internet ci fa vedere il nostro film preferito. La nostra automobile parla da sola con il centro di assistenza. Senza Facebook e Whatsapp, ci sentiremmo menomati. Gli ultimi uragani negli Stati Uniti hanno colpito per prima cosa i sistemi energetici e quelli di comunicazione, e le conseguenze sono state enormi: la vita moderna, senza corrente elettrica, collassa in un istante. A questa difficoltà tecnica uniamo quella dei problemi politici e psicologici derivanti dalla trasformazione ‘energetica’ e ‘comunicativa’ del nostro modo stesso di vivere: senza piattaforma Rousseau, adesso, non si vota, senza “Cambridge Analytica” o “La Bestia” non si comprendono le masse, e senza chip sotto pelle il nostro cucciolo di casa non ha identità.

I ragazzi di sedici, vent’anni che scendono in piazza fanno qualcosa di estremamente generoso, spontaneo, entusiasta, che può effettivamente contribuire a innescare un cambiamento tale da portare il mondo di nuovo verso l’equilibrio. Quasi sicuramente, le generazioni che sono venute prima di loro non faranno nulla, se non altro perché avrebbero già potuto fare qualcosa. E non solo non hanno continuato in quel poco che si era iniziato, ma sono tornate indietro. Ciò di cui devono essere consapevoli, i ragazzi che si stringono attorno a Greta, è che questo cambiamento, se il loro desiderio si avvererà, dovrà esser fatto mettendo da parte le illusioni di poter decrescere senza rinunciare a nulla. Sarà, se accadrà, un cambiamento del loro stesso modo di vivere che andrà molto oltre le energie rinnovabili e la giusta sostenibilità insegnata a scuola. Perché se la fonte rinnovabile, oggi, conta dieci, per sostenere il mondo che abbiamo creato c’è bisogno di diecimila.

A tanti, poi, Greta da’ fastidio, e nel peggiore dei modi. A tanti, Greta è utile e non nel senso buono. “Come salvare Greta dai Gretisti”, come ha detto Roberto Vicaretti; salvare l’idea di Greta, fare in modo che non si tramuti tutto in un’illusione circondata da molto denaro e politica, diventa forse il tema centrale. Fra i tanti e i tanti – entrambi molto, molto più grandi di lei e pericolosi allo stesso modo – la speranza è che vincano i più. E che qualcosa possa cambiare.