25.08.2018 – 08.45 – Quando un turista domanda quali siano le migliori spiagge di Trieste, il Bagno Pubblico “Topolini” si colloca ai primi posti, seguito dal Pedocin e dall’Ausonia. Solitamente il turista, abituato alle spiagge sabbiose e agli stabilimenti balneari massificati delle altre città, rimane deluso dai “Topolini”: l’andirivieni continuo delle auto, lo smog e il duro cemento rappresentano uno scoglio difficile da superare. Quanto si verifica è un classico fraintendimento tra turista e triestino “doc”: laddove il primo domanda quali siano le più belle spiagge della città, riferendosi alla qualità dell’acqua e dei servizi, il triestino invece gli consiglia quelle che ritiene le spiagge più popolari e convenienti. Innegabile come agli occhi dell’autoctono i “Topolini” siano effettivamente la spiaggia più bella, mentre per il turista risulterà difficile comprendere l’attrattiva dello stabilimento. Il fascino del luogo in questo caso deriva dalle persone che lo visitano e dall’ormai leggendaria aurea che lo connota, simbolo di Barcola e della Trieste balneare. Sono i triestini, nella loro eccezionalità, ad aver reso speciale i “Topolini”: traslato in un altro luogo, in un’altra regione, un luogo come i “Topolini” lascerebbe indifferenti.

La storia del Bagno “Topolini” è relativamente recente: mentre i precedenti articoli sugli stabilimenti balneari di Trieste risalgono agli ultimi anni di governo degli Asburgo, i Topolini vengono inaugurati nel 1926, sotto l’Italia: lungo il viale Miramare (viale Regina Elena, all’epoca), viene inaugurato il “Bagno di Cedàs”.
Inizialmente il Bagno prevedeva alle spalle del mare una barriera, costituita da assi di legno e muratura. La costruzione, piuttosto imponente, aveva lo svantaggio di nascondere la vista del mare al pubblico di passaggio sulla Riviera di Barcola. Risale al 1934 l’abbattimento della struttura e la costruzione della prima, moderna piattaforma, che si elevava solo a qualche metro dal mare, garantendo la visione del panorama a chi transitasse sulla strada. Sebbene sia esagerato parlare di stile architettonico per riferirsi ai Topolini, lo si può definire stile littorio: linee eleganti ed essenziali, senza ornamenti. Sarebbe più corretto definirlo “stile razionale”, essendo diffuso a metà anni Trenta in tutt’Europa e in America.
La nuova struttura ebbe un successo inaspettato, al punto che nel 1935 venivano già edificate altre quattro strutture simili: due gruppi di piattaforme semicircolari, uno riservato agli uomini e un altro per le donne e i bambini. Il muro iniziale fu inoltre sostituito da una fila di dannunziane tamerici “salmastre e arse” per dare un po’ di colore a tutto quel cemento. Verso gli anni Trenta il Bagno presentava già i quattro padiglioni, a gruppi di due, con le terrazze semicircolari. Venne anche istituito un servizio di autobus per collegare Barcola al resto della città, con la possibilità di un biglietto unico per il tram e il bus. In quegli anni un corpo di vigili urbani in bicicletta controllava senza sosta Barcola, affinché nessun bagnante si azzardasse ad attraversare la strada in costume da bagno, dando “scandalo” per i passanti e gli automobilisti. Sempre in quegli anni e successivamente fino agli anni Settanta, c’era anche l’usanza della doppia bandiera: se rossa, segnalava ai bagnanti mare agitato e in tempesta, se nera, la presenza di pescecani nel golfo.
Le terrazze del Bagno furono distrutte nel 1945 dai tedeschi, ma già nel 1953 venivano ricostruite grazie a un finanziamento del Governo Militare Alleato. Sempre negli anni Cinquanta si iniziarono a piantare i primi alberi di quanto diverrà la Pineta di Barcola: decisione all’epoca fortemente criticata, perchè si sarebbe preferito un’area verde “mista”. Il saggio “Barcola”, di Fabio Zubini, data inoltre ai primi anni Sessanta la fontana con luci e giochi d’acqua a metà della Pineta.
Con il passare degli anni, quant’erano solo un paio di padiglioni sono cresciuti fino alle dimensioni attuali: dieci padiglioni semicircolari che trasformano la Riviera in un’unica zona balneare pubblica e gratuita, un risultato graduale, ma non meno impressionante.
Lo stabilimento è stato ristrutturato più volte negli ultimi decenni, a partire dal progetto di restauro del 2003 e dall’effettiva riqualificazione della zona tra il 2007 e il 2008. È possibile anche notare una fila di oleandri che attenuano il contrasto tra la zona balneare e il caos del traffico automobilistico. Verso il 2015 l’impianto è stato ripulito e parzialmente ridipinto in seguito ad alcune lamentele per lo stato di abbandono dell’impianto.

Una domanda, tuttavia, rimane: perchè “Topolini” e non “Barcola” o “Cedàs”?
La spiegazione più diffusa propone come le coppie di terrazze, semicircolari, ricordino le orecchie di un topo stilizzato; si pensi ad esempio agli iconici tre cerchi del topo della Disney. La spiegazione francamente mi sembra semplicistica, perchè chi si reca al bagno non ha modo di vedere dall’alto la struttura e riconoscervi la silhouette di un topo. Oggigiorno la forma della spiaggia è stata pubblicizzata e le riprese aeree sono la norma, siano i telegiornali della mattina o il video di un drone. Mi sembra tuttavia improbabile che negli anni Cinquanta la forma del Bagno, peraltro in via di ricostruzione, fosse così facilmente riconoscibile.
Trieste ovviamente è una città di mare e per di più una città portuale: topi e ratti sono pertanto endemici, nonostante i migliori sforzi della derattizzazione. Non mi sembra tuttavia credibile che il Bagno sia stato così chiamato per un alto numero di roditori, specie perchè in quel caso si sarebbe adoperato il dialetto e certo qualcosa di meno affettuoso di “Topolini” (sorzi, pantegane, ecc ecc).
Un’ipotesi filologica, leggermente contorta, rintraccia invece il nome nell’uso della barca “zòpolo”, caratteristica del Veneto, così come un tempo del mare di Barcola. Lo zòpolo, abbreviato, era noto come “Topo”, da cui “Topolini”. Il nome dello stabilimento si afferma tuttavia negli anni Cinquanta e Sessanta e all’epoca di “zòpoli” non se ne vedevano più.
Spetta invece a Nereo Zeper con un vecchio articolo sul Piccolo (2012) aver proposto una spiegazione alternativa, basata sugli inglesismi e il lessico dialettale o meno dei triestini negli anni Cinquanta. Secondo infatti Zeper, nei primi anni del secondo dopoguerra quanto veniva definito gigante, esagerato o bizzarro era noto come “all’americana” o “american”, mentre quant’era tecnologico era “atomico”, dal frigorifero al microonde. Infine, quant’era piccolo, ma comodo era invece “Topolin”, dalla famosissima Fiat Topolino. Il Bagno di Barcola, riedificato in quegli anni, era allora piccolo, per l’appunto un “Topolino”, se confrontato con la magnificenza dei precedenti stabilimenti balneari della rubrica, dal Bagno Excelsior, al Pedocin, all’Ausonia.


