*Articolo di Elena Tempestini
9 luglio 2026 – ore 15:00 – La NATO entra nell’era delle alleanze negoziabili – Ci sono decisioni che non modificano soltanto un rapporto bilaterale, ma ridefiniscono il modo stesso in cui viene concepita un’alleanza. L’apertura annunciata da Donald Trump nei confronti della Turchia, con l’intenzione di revocare le sanzioni e riaprire la strada a un possibile ritorno di Ankara nel programma F-35, appartiene a questa categoria. Ridurre la questione a una semplice vendita di aerei da combattimento sarebbe un errore. Il tema è politico e strategico: con questa mossa gli Stati Uniti stanno ridefinendo i criteri con cui valutano i propri alleati. Per anni Washington ha mantenuto una posizione estremamente rigida dopo l’acquisto, da parte della Turchia, del sistema missilistico russo S-400. L’esclusione dal programma F-35 e le sanzioni rappresentavano un principio ben preciso: tecnologie strategiche occidentali e sistemi d’arma russi non potevano convivere all’interno della stessa architettura di sicurezza. Oggi quel principio sembra essere improvvisamente diventato negoziabile.
La domanda è inevitabile: che cosa è cambiato?
La risposta va cercata ben oltre la questione turca. L’amministrazione Trump si trova di fronte a uno scenario internazionale profondamente diverso rispetto a quello di pochi anni fa. La competizione con la Cina, la pressione russa nel Mar Nero, la crescente instabilità del Medio Oriente e il rischio di una frammentazione dell’ordine regionale rendono la Turchia un attore troppo importante per essere lasciato ai margini.
Ankara occupa una posizione geografica che nessun altro alleato possiede. Controlla gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, rappresenta la porta d’accesso al Mar Nero e all’Ucraina ed è il collegamento naturale tra Europa, Caucaso, Mediterraneo orientale e Medio Oriente.
È uno dei pochi Paesi capaci di dialogare contemporaneamente con Washington, Mosca, Kiev, il mondo arabo e l’Asia centrale. La geografia continua a prevalere sulla politica.
Ed è proprio questo il punto che merita maggiore attenzione. Negli ultimi anni Recep Tayyip Erdoğan ha costruito una politica estera fondata sull’autonomia strategica.
La Turchia non ha scelto un blocco, ma ha cercato di massimizzare il proprio peso negoziando con tutti. Ha acquistato sistemi russi senza uscire dalla NATO, ha mantenuto rapporti economici con Mosca sostenendo, al tempo stesso, l’Ucraina in diversi settori, ha rafforzato la propria industria della difesa e si è proposta come mediatore in numerose crisi internazionali.
Questa capacità di muoversi tra gli schieramenti, spesso criticata dagli alleati occidentali, oggi rischia di trasformarsi in un vantaggio.
Per Washington il problema non è più punire Ankara, ma evitare che si allontani definitivamente dall’orbita occidentale.
Naturalmente, la strada resta estremamente complessa.
Il Congresso statunitense mantiene una posizione molto più prudente della Casa Bianca. La legislazione approvata dopo l’acquisto degli S-400 continua a rappresentare un ostacolo giuridico rilevante, mentre all’interno del Pentagono permangono forti preoccupazioni sulla sicurezza tecnologica del programma F-35.
Esiste, poi, un secondo livello, forse ancora più delicato. L’eventuale ritorno della Turchia nel programma F-35 modificherebbe gli equilibri militari del Mediterraneo orientale.
La Grecia, che ha investito significativamente nel rafforzamento della propria aviazione e nell’acquisizione degli stessi velivoli, vedrebbe ridursi parte del vantaggio tecnologico costruito negli ultimi anni.
Israele osserva con altrettanta attenzione un eventuale rafforzamento dell’aeronautica turca, soprattutto alla luce delle crescenti tensioni politiche con il governo di Erdoğan.
Ciò dimostra come la questione non riguardi esclusivamente il rapporto tra Stati Uniti e Turchia, ma investa l’intero equilibrio di sicurezza del Mediterraneo e del fianco sud della NATO.
Parallelamente, il contesto regionale continua a deteriorarsi. Le nuove tensioni nello Stretto di Hormuz, con gli attacchi contro alcune navi commerciali e la conseguente risposta americana sul fronte delle esportazioni petrolifere iraniane, ricordano quanto sicurezza militare, energia ed economia siano ormai elementi inseparabili.
Ogni crisi marittima si riflette immediatamente sui prezzi dell’energia, sulle catene logistiche globali e sulle decisioni strategiche delle grandi potenze. È anche per questo che Washington guarda oggi alla Turchia con occhi diversi.
In un’area che va dal Mar Nero al Golfo Persico, Ankara rappresenta uno dei pochi attori dotati di profondità geografica, capacità militari, autonomia industriale e peso diplomatico.
A conferma di questa centralità, pochi giorni fa la Turchia ha ulteriormente rafforzato il proprio rapporto con l’Arabia Saudita, firmando a Riad nuovi accordi di cooperazione nei settori della logistica e delle infrastrutture ferroviarie, tasselli di una più ampia strategia volta a consolidare i corridoi commerciali tra il Golfo, la Turchia e l’Europa.
L’impressione è che l’amministrazione Trump stia progressivamente abbandonando una logica fondata sulle affinità politiche per sostituirla con un approccio molto più pragmatico.
Nella competizione tra grandi potenze, l’utilità strategica sembra prevalere sulla coerenza ideologica.
Resta, però, un interrogativo destinato ad accompagnare il dibattito dei prossimi mesi.
Anche se il Congresso dovesse bloccare il ritorno della Turchia nel programma F-35, il segnale politico lanciato da Trump è già arrivato: Washington considera nuovamente Ankara un partner indispensabile e intende riportarla al centro della propria architettura strategica.
In un sistema internazionale sempre più multipolare, le alleanze non appaiono più strutture rigide e immutabili. Diventano strumenti flessibili, continuamente ridefiniti dagli interessi, dalla geografia e dagli equilibri di potenza.
Ed è proprio questa trasformazione, più ancora della vicenda degli F-35, a rappresentare la vera notizia strategica.
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