L’America ridisegna il Medio Oriente mentre l’Europa resta a guardare

1 luglio 2026 – ore 16:20 – PremessaNel tornare ad affrontare la complessa realtà della politica estera americana, dobbiamo porci alcune domande scomode. Molti analisti europei si chiedono, in queste ore, quale ruolo eserciteranno gli Stati Uniti in Europa nel prossimo futuro. Quale strategia sta davvero perseguendo Washington in Ucraina? Come potrebbe reagire Washington qualora Mosca decidesse di intensificare ulteriormente il proprio sforzo militare in Ucraina? Come ben sappiamo, tutto questo nervosismo presente nelle cancellerie europee appare amplificato dalle accese frizioni in atto tra gli Stati Uniti e la gran parte dei Paesi europei per il mancato supporto fornito all’Impero da parte dei clientes nel conflitto in Iran. Il Segretario di Stato Marco Rubio, seppure con toni diversi rispetto a Trump, non nasconde l’insofferenza statunitense nei confronti degli alleati, ritenuti recalcitranti e ingrati. Contestualmente, tutti i leader europei sembrano attendere con ansia il prossimo vertice della NATO, che avrà luogo ad Ankara il 7 e l’8 luglio. Merita ricordare che, per molti europei, questo incontro rappresenta un crocevia strategico, al di là della questione ucraina.

Molti interrogativi si pongono, in queste ore, gli europei sul futuro dei rapporti con gli Stati Uniti: assisteremo ad Ankara all’avvio di un nuovo processo strategico dell’Alleanza? Verrà confermato l’ombrello di protezione americana sull’Europa? Dovremo noi europei pensare quasi esclusivamente alla nostra sicurezza? Affideremo al presidente Erdogan le auspicate negoziazioni tra Russia e Ucraina con la mediazione americana?

Sono tutte domande che non possono trovare una risposta certa, dal momento che Trump appare oltremodo ondivago e che noi europei abbiamo ormai compreso da tempo come la politica estera americana non consideri il quadrante europeo una priorità strategica.

Washington, inoltre, non sembra intenzionata, almeno per ora, ad elevare ulteriormente il livello di tensione con Russia, Cina e India.

In questo quadro incerto e decisamente volatile, sempre suscettibile di improvvise accelerazioni, oggi ci dedicheremo ad alcune significative iniziative recentemente assunte da Washington in politica estera, rimaste sostanzialmente ai margini dell’attenzione del mainstream. Apriremo tuttavia il nostro consueto appuntamento volgendo lo sguardo ai rapporti intercorrenti tra la Corte Suprema e l’egotico Trump.

Tentare di comprendere un Impero è particolarmente complesso e non dobbiamo mai sottovalutare che, malgrado gli ultimi rovesci, gli Stati Uniti sono e continueranno a essere, ancora per molti anni, la prima potenza mondiale.

Il problema fondamentale, in sintesi, non sono gli Stati Uniti, ma cosa e chi vogliamo essere noi europei. Cosa possiamo fare? Come dobbiamo agire?

Queste domande non trovano risposte esaurienti e definitive. Siamo divisi su quasi tutto, diffidenti e, al tempo stesso, inclini ai tradimenti. Vogliamo un’Europa unita, ma senza troppi vincoli; vorremmo imporci ai tavoli negoziali senza disporre di una vera politica estera e manifestando diffidenza verso una politica di difesa comune. Contrastiamo gli Stati Uniti, sperando però che Washington continui a garantirci pace e sicurezza. Contrastiamo la Russia e, contestualmente, auspichiamo di poter continuare a rifornirci di gas e petrolio da Mosca. Vogliamo un’Unione europea sempre più allargata, manifestando contemporaneamente una crescente insofferenza nei confronti del ruolo assunto dai Paesi dell’Est, dai Baltici e dalla stessa Ucraina.

Fermiamoci dunque, riflettiamo insieme e cerchiamo di scegliere una linea strategica chiara, in armonia con la nostra storia, la nostra cultura e la nostra identità europea. Dobbiamo scegliere: non abbiamo più molto tempo. Se continueremo a rimandare e a delegare, senza riconoscerci in una comune appartenenza, saremo destinati a diventare sempre più insignificanti sul piano politico-diplomatico e sempre più marginali sotto il profilo economico-finanziario globale.

I rapporti tra la Corte Suprema e l’astuto, egotico Trump

Mentre scrivo, immagino Trump alle prese con la propria squadra di abili avvocati, impegnato nel tentativo di attenuare, sul piano mediatico e politico, gli effetti della recente decisione assunta nei suoi confronti dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Merita ricordare, ai distratti del web, che la Corte Suprema ha deciso di non esaminare il ricorso con il quale il presidente americano aveva chiesto di annullare la sentenza che lo ha riconosciuto civilmente responsabile di abuso sessuale e diffamazione nei confronti della scrittrice E. Jean Carroll.

Nel 2023, una giuria di New York aveva condannato Trump a pagare a Carroll cinque milioni di dollari di risarcimento danni in relazione alla denuncia civile nella quale la scrittrice sosteneva di essere stata aggredita sessualmente da Trump negli anni Novanta, in un camerino di un grande magazzino di Manhattan.

L’avvocata di Carroll, Roberta Kaplan, ha dichiarato in un comunicato che la decisione della Corte Suprema «conferma una volta per tutte il verdetto unanime della giuria secondo cui il presidente Donald J. Trump ha aggredito sessualmente e diffamato E. Jean Carroll» e che «tutti i suoi molteplici tentativi di impugnare la sentenza sono falliti. La decisione odierna pone fine al suo tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità».

In un lungo post pubblicato su Truth Social dopo la decisione della Corte, Trump ha affermato che continuerà a combattere contro quello che definisce un «caso di strumentalizzazione e guerra legale», compresa «la ridicola accusa di diffamazione», «con tutte le mie forze».

I media europei hanno riportato la notizia, seppure senza particolare enfasi e senza che essa suscitasse un reale clamore.

I media americani, tuttavia, prendendo spunto da questa decisione, hanno voluto rivisitare il rapporto esistente tra la Corte Suprema e Donald Trump, delineandone con maggiore precisione i confini, le traiettorie di scontro e i punti di convergenza.

Tra queste analisi, vi propongo quella pubblicata da Politico, sia perché si tratta di una testata particolarmente influente nel panorama politico statunitense, sia perché contribuisce a comprendere meglio il modo di pensare e di operare della massima corte federale americana e i rapporti intercorrenti tra magistratura e potere negli Stati Uniti, relazioni profondamente diverse rispetto a quelle esistenti in Europa.

Il 30 giugno, Kyle Cheney e Josh Gerstein, giornalisti ed esperti legali di Politico, hanno sostenuto, in un lungo editoriale, che il presidente Donald Trump continua a perdere davanti alla Corte Suprema proprio nelle cause alle quali attribuisce maggiore rilevanza politica, mentre le tradizionali battaglie conservatrici continuano a registrare importanti successi.

In particolare, la Corte Suprema si è rivelata un solido alleato nel tentativo di Trump di espandere il potere presidenziale, soprattutto nei confronti dei dipendenti federali, e di smantellare una serie di norme volte a proteggere alcuni funzionari nominati dalle pressioni politiche. Gli ha consentito di licenziare decine di migliaia di persone, cancellare miliardi di dollari in sovvenzioni federali e ridimensionare drasticamente le agenzie federali.

Tuttavia, gli stessi giudici hanno ripetutamente respinto le richieste di Trump sulle sue priorità personali, ovvero le questioni di cui parla più spesso e con maggiore passione e che dominano il suo feed su Truth Social. La Corte ha respinto i suoi dazi, la pretesa di esercitare un’autorità indiscussa nello schierare l’esercito sul suolo statunitense, parte del suo programma sull’immigrazione, le sue contestazioni alle leggi elettorali e il tentativo di stravolgere la definizione secolare della cittadinanza americana.

In modo decisamente malizioso, Politico afferma che, da quando la Corte Suprema ha contribuito a risparmiare a Trump il carcere, favorendone il ritorno al potere lo scorso anno, i giudici hanno guardato con sospetto a quelle priorità che sono praticamente intrinseche al DNA politico di Trump, ma che hanno sempre esercitato uno scarso impatto sulla tradizionale corrente conservatrice.

Nelle ultime settimane i profili social di Trump sono stati inondati di avvertimenti secondo cui, se i giudici si fossero opposti alla sua proposta di abolire la cittadinanza per diritto di nascita, ciò avrebbe rappresentato un «suicidio» per il Paese, provocando devastazione economica e un indebolimento geopolitico. Trump ha formulato previsioni altrettanto fosche anche sulle conseguenze di un eventuale annullamento dei suoi dazi.

Il presidente ha inoltre fatto sapere quanto ritenesse centrale la questione della cittadinanza per diritto di nascita, partecipando alle udienze orali presso la Corte Suprema all’inizio dell’anno, un gesto senza precedenti per un presidente in carica. Eppure, dopo la sentenza, Trump è apparso notevolmente più contenuto, affermando, erroneamente, che la decisione sul diritto di nascita avrebbe potuto essere ribaltata dal Congresso e congratulandosi sarcasticamente con la Cina per l’esito.

Successivamente ha spostato l’attenzione per lodare la Corte Suprema, che si era schierata dalla sua parte in un caso riguardante la facoltà di licenziare i vertici delle agenzie federali, una vicenda che aveva raramente menzionato prima della sentenza, ma che ora definisce «la decisione più importante e di maggiore rilevanza emessa dalla Corte, di gran lunga».

Merita ricordare, tuttavia, che lo scorso anno la squadra di avvocati di Trump ha ottenuto una serie di vittorie significative presso la Corte Suprema. Il Dipartimento di Giustizia ha prevalso in circa l’80% dei ricorsi d’urgenza volti a preservare le prime decisioni politiche dell’amministrazione, come i licenziamenti di dipendenti e appaltatori federali ispirati al DOGE (Defense of Government Equality), nonché la cancellazione di sovvenzioni e contratti per miliardi di dollari.

Per quanto riguarda le sentenze della Corte Suprema sulle politiche migratorie di Trump, tema centrale di entrambe le sue campagne elettorali, gli esiti sono stati contrastanti. I giudici hanno respinto i tentativi di Trump di utilizzare l’Alien Enemies Act per espellere rapidamente dagli Stati Uniti immigrati con presunti legami con bande criminali e hanno bocciato l’amministrazione nella controversia riguardante Kilmar Abrego Garcia, ordinando alle autorità di agevolarne il ritorno da un famigerato carcere salvadoregno.

D’altro canto, la Corte ha rimosso gli ostacoli all’utilizzo, da parte dell’amministrazione, delle deportazioni verso Paesi terzi, nei quali gli stranieri vengono rimpatriati pur non avendo alcun legame. Inoltre, ha autorizzato la revoca dello status di protezione temporanea per oltre 1,2 milioni di persone.

Ma per Trump, ricorda Politico, la fedeltà alle sue priorità personali rappresenta il principale criterio di valutazione della Corte Suprema. Nonostante la reazione relativamente contenuta alle sentenze di martedì, il presidente ha espresso apertamente il proprio disappunto dopo la decisione sui dazi.

«Con certi giudici nominati dai Repubblicani che abbiamo alla Corte Suprema, i Democratici non hanno più bisogno di “AMPLIARE LA CORTE”. Anzi, dovrei essere io a volerlo fare!», ha scritto il mese scorso. «Mi sto impegnando così tanto per RENDERE L’AMERICA DI NUOVO GRANDE, e poi le persone che ho nominato hanno mostrato così poco rispetto per il nostro Paese e per il suo popolo. Qual è il motivo? Devono fare la cosa giusta, ma per loro va bene essere leali alla persona che li ha nominati.»

https://www.fanpage.it/esteri/trump-perde-il-ricorso-alla-corte-suprema-confermata-condanna-per-abuso-sessuale-alla-scrittrice-e-jean-carroll/

https://www.bbc.com/news/articles/cn8q2z5wpn2o

https://www.supremecourt.gov/opinions/25pdf/25-365_4hdj.pdf

https://www.politico.com/news/2026/06/30/donald-trump-supreme-court-decisions-00982370

Dichiarazione congiunta a seguito della riunione ministeriale degli Stati Uniti e del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Questo documento, del quale vi propongo alcuni stralci fondamentali, esprime con chiarezza la posizione americana in Medio Oriente e merita pertanto di essere conosciuto, poiché ci aiuta a comprendere sia la linea strategica degli Stati Uniti, sia il modo in cui i Paesi del Golfo continuino a riconoscere negli USA la potenza dominante in questo delicato quadrante geopolitico.

Una realtà decisamente diversa da quella proposta dalla narrazione corrente, spesso incentrata esclusivamente sulla figura, certamente controversa, di Trump.

«La riunione ministeriale tra gli Stati Uniti e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) si è tenuta il 25 giugno 2026 a Manama, copresieduta dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal dottor Abdullatif bin Rashid Al Zayani, Ministro degli Affari Esteri del Bahrein e attuale presidente del Consiglio ministeriale del CCG, con la partecipazione dei ministri degli Esteri degli Stati membri del CCG e del Segretario generale Jasem Albudaiwi.

Il Segretario Rubio ha ribadito il costante impegno degli Stati Uniti per la sicurezza del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) e i Ministri hanno riaffermato il loro forte sostegno al partenariato strategico tra Stati Uniti e CCG.

I Ministri hanno accolto con favore la firma del memorandum d’intesa (MoU) del 17 giugno tra Stati Uniti e Iran e hanno riconosciuto l’importante ruolo di mediazione svolto da Pakistan e Qatar. Hanno inoltre sottolineato la necessità di mantenere lo slancio e l’unità mentre i negoziati procedono verso una conclusione stabile delle ostilità e verso l’obiettivo comune di impedire all’Iran di sviluppare o acquisire un’arma nucleare.

I Ministri hanno inoltre evidenziato come una pace e una sicurezza regionale durature richiedano di affrontare l’intero spettro delle minacce iraniane, compresi i missili balistici, i droni e il sostegno ai gruppi armati della regione.

È stata inoltre ribadita l’importanza della piena riapertura dello Stretto di Hormuz, osservando che una navigazione libera, incondizionata e senza restrizioni, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto di transito, rimane essenziale per la sicurezza regionale e globale.

I Ministri hanno infine sottolineato che qualsiasi scambio commerciale o investimento con l’Iran sarà condizionato e reversibile, subordinato al rispetto, da parte di Teheran, del memorandum d’intesa e dell’accordo finale, alla cessazione del suo comportamento destabilizzante e alla creazione delle condizioni necessarie per una piena collaborazione economica.»

I Ministri hanno espresso il loro sostegno al popolo siriano nella costruzione di un Paese stabile, pacifico, inclusivo e sovrano, pienamente integrato nella regione, e hanno riaffermato il loro impegno a favore della sovranità, dell’unità e dell’integrità territoriale della Siria. Hanno deciso di continuare a collaborare con il governo siriano e a fornirgli assistenza per affrontare sfide cruciali quali la lotta al terrorismo, il ripristino dei servizi essenziali, il miglioramento del clima per gli investimenti e la promozione del ritorno volontario dei rifugiati e degli sfollati interni.

I Ministri hanno ribadito il loro pieno impegno a favore della sovranità, della sicurezza, della stabilità e dell’integrità territoriale del Libano. A tal fine, hanno accolto con favore i negoziati bilaterali in corso tra Israele e Libano, facilitati dagli Stati Uniti, volti a creare le condizioni per un accordo di pace e sicurezza duraturo tra i due Paesi.

I Ministri hanno accolto con favore lo sviluppo di un approccio pragmatico che consenta il ripristino della sicurezza e dell’autorità statale libanese, nonché la delimitazione di confini permanenti. Hanno sottolineato che la piena sovranità del Libano non potrà essere raggiunta finché gruppi armati non statali manterranno capacità militari al di fuori dell’autorità dello Stato libanese e hanno chiesto il completo disarmo di tutti questi gruppi, nonché il ripristino del monopolio statale dell’uso della forza, riconoscendo al contempo l’importanza di sostenere le Forze Armate libanesi nel conseguimento di tale obiettivo.

I Ministri hanno ribadito il loro sostegno al piano globale del presidente Trump per porre fine al conflitto di Gaza, approvato con la risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Segretario Rubio ha accolto con favore la storica partecipazione dei membri del CCG al Consiglio di Pace e li ha ringraziati per l’impegno profuso nella promozione degli sforzi di stabilizzazione, ripresa e ricostruzione della Striscia di Gaza.

I Ministri hanno sottolineato l’importanza della smilitarizzazione dei gruppi armati non statali, quale condizione indispensabile per consentire la ricostruzione di Gaza, e la necessità di trasferire le responsabilità amministrative a un comitato civile palestinese indipendente e tecnocratico. Hanno inoltre elogiato la dichiarazione del presidente Trump, secondo cui gli Stati Uniti si oppongono all’annessione della Cisgiordania, evidenziando come i progressi nella ricostruzione di Gaza e nelle riforme dell’Autorità Palestinese possano creare le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese. I Ministri hanno infine ribadito che nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e che quanti sceglieranno di farlo saranno liberi di ritornare.

I Ministri hanno condannato gli attacchi perpetrati da gruppi filo-iraniani in Iraq contro i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), compresi gli attacchi con droni che hanno colpito infrastrutture civili, infrastrutture critiche e la sicurezza energetica. Hanno inoltre ribadito il loro sostegno agli sforzi del nuovo governo iracheno volti a ricondurre il controllo delle armi esclusivamente allo Stato e a impedire che gruppi armati non statali utilizzino il territorio iracheno per minacciare i Paesi vicini.

I Ministri hanno infine riaffermato il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Kuwait, in conformità con il diritto internazionale e con le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, compresa la risoluzione 833. Hanno sottolineato la piena sovranità del Kuwait sulle proprie acque territoriali ed esortato il governo iracheno a rispettare gli impegni assunti sul piano bilaterale e internazionale. Hanno inoltre evidenziato l’importanza che il governo iracheno adotti tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza delle missioni diplomatiche presenti nel Paese e per proteggerle da qualsiasi minaccia o attacco, nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Iraq.

https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/06/joint-statement-following-the-ministerial-meeting-of-the-united-states-and-the-gulf-cooperation-council-gcc/

Firmato l’accordo quadro trilaterale tra USA, Libano e Israele. Washington, 26 giugno 2026

Mentre Trump appare impegnato su altri fronti, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato il raggiungimento di un accordo quadro tra il Governo sovrano del Libano e il Governo di Israele, con la mediazione e il sostegno degli Stati Uniti d’America, finalizzato a porre le basi per una pace e una sicurezza durature.

I principali media europei hanno dedicato poco spazio alla notizia, mentre in Libano e in Israele, pur con sensibilità differenti, questo accordo è stato accolto con grande soddisfazione.

Nel documento ufficiale americano si afferma testualmente:

«Il popolo libanese ha sofferto enormemente per decenni a causa delle interferenze esterne nei propri affari, di Paesi che hanno cercato di usare il Libano come trampolino di lancio per attacchi. Questo non è ciò che il popolo libanese desidera e non è ciò che merita. Ciò che merita è ciò che un tempo aveva e di cui conserviamo una memoria recente: un Paese prospero e pacifico, multiculturale, nel quale persone di diversa provenienza potevano vivere e coesistere fianco a fianco e che, per molti aspetti, rappresentava un modello per la regione e per il mondo.

Ci vorranno tempo e molto lavoro per tornare a quel punto, ma crediamo che oggi rappresenti il primo passo di questo percorso. E il primo passo, talvolta, è il più difficile, ma è proprio quello che stiamo compiendo insieme.

Naturalmente anche il popolo di Israele merita di vivere in pace e sicurezza, in particolare gli abitanti del nord del Paese, ripetutamente bersaglio di attacchi terroristici provenienti dal territorio libanese, non dal popolo libanese né dal governo libanese, ma da un attore esterno che ha cercato di utilizzare quel territorio per colpire civili innocenti, impedendo loro di vivere serenamente nelle proprie case.

Ogni volta che suona una sirena bisogna interrompere gli studi, sospendere il lavoro, svegliarsi nel cuore della notte e correre in un bunker o in una cantina per proteggersi.

Come ho detto oggi, e come ho ribadito a tutte le parti presenti, questo è soltanto l’inizio. C’è ancora molto lavoro da fare. Non sottovalutiamo in alcun modo la difficoltà del compito che ci attende, ma ne comprendiamo l’importanza e quanto sia vitale. Siamo onorati di aver contribuito a questo risultato.

Desidero ringraziare in particolare tutti i rappresentanti presenti, di entrambe le parti, l’ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, una persona straordinaria che conosco da tempo e con la quale condivido anche un comune percorso personale, essendo entrambi originari della Florida. Siamo profondamente grati per il lavoro che ha svolto.

Ringrazio inoltre l’ambasciatore di Israele, Leiter, e il suo team per l’impegno dimostrato, tutti i membri del gruppo di lavoro qui riuniti, compreso il supporto ricevuto dal Dipartimento della Guerra durante questi colloqui.

Il nostro ambasciatore in Libano ha svolto un lavoro eccellente e siamo onorati della sua presenza. Anche il nostro team, guidato dal consigliere Dan Holler, ha operato in modo eccezionale. Se si vuole comprendere il valore della diplomazia professionale, questo risultato ne rappresenta un esempio concreto. Sono profondamente orgoglioso di quanto il Dipartimento sia riuscito a realizzare.»

Finalmente una buona notizia.

Il Dipartimento di Stato americano ha tuttavia voluto esprimere, in un distinto documento ufficiale, il proprio punto di vista sulla crisi in questione, che desidero proporvi in alcuni passaggi perché ci consente di comprendere pienamente la posizione americana, anche in relazione all’Iran e ai rapporti intercorrenti tra Washington e Israele.

Si afferma testualmente:

«Israele e Libano sono eredi di antiche civiltà che risalgono ai tempi della Bibbia. Questi due Paesi vantano alcune delle persone più intraprendenti al mondo e condividono alcune delle coste più belle del pianeta. Eppure, per decenni, sono stati trascinati in guerre da milizie terroristiche e gruppi per procura che hanno minato la sovranità del Libano, lanciato attacchi indiscriminati contro Israele ed esportato il caos in tutto il Medio Oriente.

Hezbollah, il più pericoloso alleato dell’Iran, ha ripetutamente trascinato il Libano in guerre devastanti contro la volontà del suo governo e del suo popolo, l’ultima delle quali lo scorso marzo. Ha costruito una vasta infrastruttura militare all’interno del Libano, ha lanciato decine di migliaia di razzi e droni contro città israeliane e ha svolto un ruolo chiave nella devastazione della Siria.

Hezbollah pianifica inoltre attacchi contro cittadini americani, sostiene reti di narcotraffico che alimentano la violenza nel nostro emisfero e all’interno degli Stati Uniti e minaccia direttamente cittadini e interessi americani in tutto il mondo.

Oggi i governi di Israele e del Libano hanno compiuto una scelta coraggiosa, concordando un quadro di riferimento che delinea un percorso realistico per uscire da un conflitto senza fine.

Questo accordo stabilisce un processo chiaro e strutturato per ripristinare la sovranità del Libano, disarmare Hezbollah e smantellarne l’infrastruttura terroristica, consentendo a Israele di rientrare entro i propri confini una volta eliminata la minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini.

L’accordo istituisce inoltre un Gruppo di Coordinamento Militare Trilaterale per il Libano (MCG4L), facilitato dagli Stati Uniti, che consentirà alle due parti di dare concreta attuazione a questo quadro di riferimento.

Per il Libano, questo accordo rappresenta una concreta via d’uscita da una lunga crisi. Per Israele, crea un percorso verificabile per eliminare la persistente minaccia lungo il proprio confine settentrionale

https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/06/secretary-of-state-marco-rubio-with-lebanese-ambassador-to-the-united-states-nada-hamadeh-moawad-and-israeli-ambassador-to-the-united-states-yechiel-leiter-at-a-trilateral-framework-signing-ceremony/

https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/06/the-united-states-israel-and-lebanon-sign-the-trilateral-framework/

Conclusione

Desidero concludere questo articolo riportando le parole del Pontefice che, nel discorso pronunciato a Roma il 30 giugno scorso, in occasione dell’incontro con una folta delegazione del Patriarcato Ecumenico, ha dichiarato:

«In un’epoca caratterizzata da guerre e da una crescente polarizzazione, nonché da divisioni culturali e sociali, i cristiani, riconciliati tra loro e concordi nella professione dell’unica fede, sono chiamati a essere un segno credibile di pace, contribuendo in modo decisivo all’impegno in tal senso di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Infatti, nell’attuale situazione è in gioco non solo la credibilità dell’annuncio cristiano, ma il futuro stesso dell’umanità

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260630-patriarcato-costantinopoli.html

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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