Quando il parto diventa un “fastidio”. Dalla polemica francese, all’Italia e fino a Trieste, il valore della nascita nell’Europa dell’inverno demografico

30 giugno 2026 – ore 09:00 – Le polemiche scoppiate in seguito alle dichiarazioni della giornalista francese France Pierron che ha definito la presenza del calciatore belga Jeremy Doku al parto della figlia come l’assistenza a uno “spettacolo disgustoso“, hanno suscitato indignazione ben oltre il mondo dello sport. Il motivo è evidente. Non si tratta soltanto di un’opinione discutibile, ma di una riflessione che tocca temi profondi come la famiglia, la genitorialità, il valore degli affetti e il significato stesso della vita. Il calciatore aveva chiesto infatti, il permesso di assentarsi per poter assistere alla nascita della sua prima figlia. Richiesta che, in una società capace di mettere al centro la persona, dovrebbe apparire del tutto naturale. E invece è bastato questo gesto per alimentare un dibattito che, ancora una volta, sembra contrapporre l’umanità alle logiche della prestazione, del profitto e dello spettacolo. Viviamo in un’epoca in cui il denaro, i risultati e gli interessi economici sembrano avere un peso superiore ai legami familiari.

Lo sport professionistico, sempre più immerso nelle dinamiche di un capitalismo esasperato, pretende spesso che gli atleti siano macchine perfette, disponibili in ogni momento, come se emozioni, affetti e responsabilità familiari dovessero essere messi in pausa. Ma è davvero questo il modello di società che vogliamo? La nascita di un figlio rappresenta uno degli eventi più significativi nella vita di una persona. Nessuna vittoria, nessun contratto milionario, nessuna partita può avere lo stesso valore umano di quel momento irripetibile. È proprio la capacità di riconoscere queste priorità che distingue una società capace di conservare la propria dimensione umana da una che rischia di sacrificare tutto sull’altare della produttività.

A tutto questo si aggiunge una questione che riguarda il futuro stesso delle nostre comunità. L’Europa continua a fare i conti con un inverno demografico sempre più profondo, caratterizzato da un costante calo delle nascite e da un progressivo invecchiamento della popolazione. Una realtà che colpisce con particolare intensità anche città come Trieste, da anni indicata tra i simboli di questa crisi demografica, dove il numero dei decessi supera stabilmente quello delle nascite e l’età media della popolazione è tra le più elevate del Paese. In un contesto simile, ogni nuova vita dovrebbe essere accolta come un bene prezioso e ogni gesto che rafforza la famiglia e la responsabilità genitoriale dovrebbe essere incoraggiato, non deriso. Se da un lato istituzioni e politica si interrogano su come contrastare il declino demografico, dall’altro appare contraddittorio alimentare una cultura che finisce quasi per sminuire uno dei momenti più alti e significativi dell’esperienza umana, la nascita di un figlio.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Per secoli agli uomini è stata negata la possibilità di assistere al parto e molti padri hanno conosciuto i propri figli soltanto dopo la nascita. Oggi, grazie all’evoluzione della medicina e della cultura, ai padri viene finalmente riconosciuta l’opportunità di condividere quel momento con la propria compagna, offrendo sostegno emotivo e partecipando fin dall’inizio alla costruzione del legame familiare. Non si tratta di una semplice presenza simbolica. Numerosi studi hanno evidenziato come il supporto del partner durante il travaglio possa contribuire al benessere psicologico della donna, rafforzare il rapporto di coppia e favorire un coinvolgimento più consapevole del padre nella crescita del figlio. È una conquista culturale che parla di corresponsabilità, di condivisione e di una paternità finalmente vissuta in modo pieno.

Proprio per questo colpisce ancora di più che la definizione di “spettacolo disgustoso” sia arrivata da una donna. Il parto è certamente un evento fisicamente impegnativo e talvolta anche crudo nella sua realtà biologica. Ma definirlo con parole tanto sprezzanti significa ridurre uno degli atti più straordinari della vita a qualcosa di cui provare disgusto. Esiste inoltre una contraddizione che la nostra società continua a mostrare con inquietante naturalezza. Il corpo femminile viene continuamente esibito, celebrato e spesso sfruttato quando risponde ai canoni estetici della perfezione. Pubblicità, social network, moda e intrattenimento ne fanno un oggetto di esposizione continua. Ma quando quello stesso corpo manifesta la sua funzione più autentica e potente, quella di dare la vita, improvvisamente viene nascosto, giudicato o addirittura definito ripugnante.

È un paradosso culturale che dovrebbe far riflettere. La maternità modifica il corpo, lo mette alla prova, lo rende vulnerabile, ma al tempo stesso ne esalta la forza straordinaria. Il parto non è uno spettacolo, né tantomeno qualcosa da spettacolarizzare o denigrare. E’ un evento profondamente intimo, umano e naturale, che merita rispetto, discrezione e consapevolezza.

Forse la vera domanda non riguarda la scelta di un calciatore di assistere alla nascita della propria figlia. La domanda dovrebbe essere un’altra, come siamo arrivati a considerare eccezionale ciò che dovrebbe essere normale? Perché dobbiamo ancora giustificare il diritto di un padre a essere presente nel momento in cui nasce suo figlio? Quando una società arriva a discutere se sia opportuno privilegiare la nascita di una figlia rispetto a una prestazione sportiva, significa che qualcosa nella scala dei valori si è incrinato. E forse è proprio da episodi come questo che occorre ripartire, ricordando che il successo, il denaro e la carriera possono attendere. La nascita di un figlio, invece, accade una sola volta. E nessun trofeo potrà mai restituire quel momento a chi ha scelto, o è stato costretto, a perderlo.

Articolo di Silvia Fatur

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