24 giugno 2026 – ore 15:00 – Premessa – Recentemente, negli Stati Uniti, i contenuti di diversi articoli inerenti la cd. “guerra cognitiva” stanno suscitando un grande dibattito nel mondo accademico. In tale cornice, e venendo incontro a diverse richieste di lettori, oggi cercheremo nuovamente di affrontare tale tematica per meglio comprendere il significato profondo di questa evoluzione delle neuroscienze applicate alla guerra, sapendo che proveremo a esplorare processi estremamente delicati, perché tutti diretti a “sottomettere il nemico senza combattere”, ponendo la massima attenzione alla “mente umana”. In altre parole, come vedremo, la guerra cognitiva sembra rappresentare un cambiamento decisivo nell’approccio al combattimento, che sfrutta tutti i dati informativi disponibili per influenzare i processi neurali sottostanti coinvolti nel pensiero, nelle emozioni e nel comportamento umano. Ovviamente, le Forze Armate di ogni Paese stanno elaborando da tempo la propria dottrina sulla “guerra cognitiva” e, in merito, vi allego una pubblicazione edita dallo Stato Maggiore della Difesa italiano nel 2023.
Guerra cognitiva e la natura mutevole dell’impegno: una prospettiva neurostrategica
Con questo titolo, James Giordano, noto esperto delle cd. neuroscienze, nonché a capo del prestigioso Institute for National Strategic Studies (INSS) di Washington, in un lungo e recente editoriale ha voluto approfondire la tematica, aiutandoci a comprenderne meglio sia i contenuti sia le future possibili applicazioni.
In estrema sintesi, Giordano afferma che il contesto bellico contemporaneo sta subendo una profonda trasformazione nella sua logica fondamentale. Gli Stati Uniti stanno sostanzialmente esplorando attivamente “nuove capacità”, come detto, per “sottomettere il nemico senza combattere”. Non si tratta semplicemente di un’evoluzione tattica o dell’utilizzo di nuove tecnologie. Piuttosto, la guerra cognitiva rappresenta un cambiamento decisivo nell’approccio al combattimento, che sfrutta ogni dato informativo disponibile per informare, ingannare e influenzare i processi neurali sottostanti coinvolti nel pensiero, nelle emozioni e nel comportamento. In questo senso, il campo di battaglia si estende ora ai substrati neurobiologici del cervello umano per influenzare le dinamiche psicosociali degli individui e dei gruppi presi di mira.
Certamente, afferma sempre Giordano, l’utilizzo di tecniche per influenzare la “mente” dell’avversario non è una novità nelle missioni militari. Le tradizionali operazioni informative (IO) e operazioni psicologiche (PSYOPS) hanno sempre cercato di plasmare le percezioni e influenzare il processo decisionale. Ma la guerra cognitiva va oltre il controllo dei flussi informativi, per mirare al modo in cui le informazioni vengono elaborate. Come suggerisce la dottrina statunitense, l’obiettivo non è “ciò che gli individui pensano, ma piuttosto il modo in cui pensano”. Questa distinzione è fondamentale. Mentre le IO e le PSYOPS mirano a modificare credenze o atteggiamenti, la guerra cognitiva si concentra sull’influenzare la percezione, il giudizio, la valenza emotiva e, in definitiva, il processo decisionale e le azioni. È quindi più correttamente definibile come un’operationalization delle neuroscienze (sensoriali, percettive, cognitive, comportamentali e sociali) all’interno di tattiche attuabili e domini di potere strategico. L’obiettivo, pertanto, è quello di degradare la capacità dell’avversario di percepire la realtà, di ragionare efficacemente e di agire in modo coerente, erodendo così gli elementi fondamentali dell’esecuzione organizzata della forza e/o della resistenza.
Il cervello come campo di battaglia
Per meglio comprendere le implicazioni della guerra cognitiva, Giordano dichiara che appare fondamentale riconoscere che il cervello umano è diventato sia bersaglio sia vettore di queste operazioni. I progressi nelle neuroscienze, nell’analisi dei dati e nell’intelligenza artificiale (IA) consentono una mappatura sempre più precisa delle vulnerabilità cognitive, che spaziano dai bias e dalle euristiche alle risposte allo stress e alle dinamiche dell’identità sociale. La guerra cognitiva sfrutta queste vulnerabilità attraverso tattiche che utilizzano le informazioni (vere, false, verosimili o ambigue) per indurre specifici effetti neurali e psicologici.
Questi possono includere:
- Sovraccarico cognitivo, che porta al deterioramento della capacità di elaborazione delle informazioni e, conseguentemente, all’incertezza nell’assunzione delle decisioni.
- Manipolazione emotiva, che influenza il giudizio in condizioni di incertezza e/o paura.
- Manipolazione della narrazione, per alterare la percezione di veridicità, legittimità, fiducia, autorità e autorevolezza.
- Innesco comportamentale, per influenzare le azioni sia a livello individuale sia di gruppo.
Tali approcci possono essere impiegati sia singolarmente sia in combinazione, per influenzare contemporaneamente pensieri, sentimenti e comportamenti, producendo spesso effetti a cascata all’interno e tra i sistemi sociali.
Secondo Giordano, pertanto, la guerra cognitiva è intrinsecamente bio-psico-sociale nei suoi obiettivi, meccanismi e risultati.
Una caratteristica distintiva della guerra cognitiva è la capacità di generare effetti sia a livello individuale sia collettivo.
A livello individuale, le operazioni cognitive mirate possono compromettere l’attenzione, distorcere la percezione e influenzare il processo decisionale in modi che possono manifestarsi come una ridotta consapevolezza della situazione, un giudizio compromesso e/o una diminuzione del tono morale e della volontà di combattere. Per i leader militari e politici, ciò può portare a valutazioni errate e a scelte non ottimali, se non disastrose.
A livello collettivo, gli effetti possono essere ancora più rilevanti. Modellando le narrazioni collettive e sfruttando le distinzioni sociali, la guerra cognitiva può minare la fiducia nelle istituzioni, disgregare la coesione sociale e compromettere la volontà collettiva necessaria per un’azione coordinata. Nei casi più estremi, può indurre una disintegrazione cognitiva, in cui un gruppo diventa incapace di generare consenso e sostenere una collaborazione efficace, indispensabile per un’attività coordinata o per una corretta governance.
Tali risultati possono influenzare direttamente l’esercizio e il mantenimento del potere. Ricordiamoci, infatti, che la capacità militare dipende dall’integrità cognitiva e sociale sia delle Forze Armate sia della società che esse servono. Prendendo di mira queste dimensioni, la guerra cognitiva cerca di interrompere la capacità di un avversario di mobilitarsi, coordinarsi e sostenere le operazioni, senza necessariamente ricorrere a un conflitto cinetico.
La natura mutevole dell’impegno
È fondamentale distinguere tra la natura della guerra e il carattere della guerra, che riflette il modo in cui questi elementi si esprimono in una data epoca. La guerra cognitiva non cambia la natura della guerra ma, sempre secondo Giordano, ne altera profondamente il carattere. Storicamente, i cambiamenti nel carattere della guerra sono stati guidati dall’innovazione tecnologica (ad esempio, l’arco lungo, la polvere da sparo, la meccanizzazione, l’aviazione, le armi nucleari e, più recentemente, le capacità cibernetiche). Ognuna di queste innovazioni ha introdotto nuovi modi di proiettare il potere, rendere operative le tattiche e raggiungere gli obiettivi strategici. La guerra cognitiva rappresenta il successivo punto di svolta.
Questo cambiamento presenta le seguenti nuove implicazioni:
- Disorientamento tra guerra e pace
Le operazioni cognitive possono essere condotte in modo continuo, al di sotto della soglia del conflitto armato e in maniera segreta o clandestina, rendendo difficile definire e delimitare se e quando la “guerra” inizi o finisca.
- Espansione del campo di battaglia
Il campo di battaglia ora include Forze Armate e popolazioni civili bersaglio, accessibili e coinvolte tramite ecosistemi informativi e social network.
- Ambiguità di attribuzione
Le fonti e i meccanismi degli attacchi cognitivi sono spesso difficili da identificare, il che complica la deterrenza e la risposta.
- Il primato dell’influenza sulla forza
Il successo viene misurato meno dalla distruzione fisica e più dalla capacità di plasmare percezioni, decisioni e comportamenti. Ciò può complicare le questioni della “directness of attribution”, ovvero quanto dei cambiamenti nella cognizione, nelle emozioni e nei comportamenti possa essere esplicitamente attribuito a un particolare coinvolgimento cognitivo.
Come evidenziato in altre analisi sulla guerra cognitiva, dobbiamo quindi affermare che l’obiettivo è quello di ottenere effetti strategici influenzando la cognizione e il comportamento degli avversari.
Implicazioni operative e strategiche
In quest’ottica, Giordano sostiene che l’interazione continua e progressiva della guerra cognitiva richiederà una rivalutazione della dottrina, dell’addestramento e della progettazione delle forze in relazione a quattro dimensioni principali.
Innanzitutto, è necessario integrare le considerazioni cognitive nella pianificazione operativa. Ciò implica una comprensione più approfondita del contesto cognitivo e dei suoi fattori culturali, psicologici e informativi, che influenzano il modo in cui individui e gruppi percepiscono gli eventi e reagiscono a essi.
In secondo luogo, sempre secondo Giordano, le Forze Armate devono sviluppare capacità cognitive sia difensive sia offensive. Le capacità difensive implicano la resilienza necessaria a proteggere il personale e le popolazioni statunitensi e alleate dalla manipolazione cognitiva e a garantire l’integrità dei processi decisionali. Le capacità offensive implicano lo sviluppo e l’esercizio di capacità volte a influenzare la cognizione degli avversari, in modo da supportare gli obiettivi strategici.
In terzo luogo, qualsiasi sforzo concreto in tal senso richiederà competenze interdisciplinari. La guerra cognitiva implica l’intersezione tra neuroscienze, psicologia, scienza dei dati, intelligenza artificiale/cibernetica, pianificazione strategica militare ed esecuzione operativa. Un impegno efficace nel dominio cognitivo richiederà la collaborazione tra questi campi, nonché la prudente integrazione di tecnologie e metodi emergenti (ad esempio, rilevamento e calcolo quantistico, piattaforme ISR senza equipaggio terrestri e spaziali e piattaforme per la diffusione di informazioni).
Infine, appare altresì necessario affrontare le considerazioni e le “ricadute” etiche che necessariamente emergeranno dalle interazioni cognitive. La capacità di influenzare la cognizione solleva interrogativi su “libertà cognitive”, neurodiritti, autonomia, consenso e limiti della condotta accettabile in guerra (e/o per prevenire la guerra). Tali questioni devono essere attentamente considerate per garantire che il perseguimento del vantaggio strategico non comprometta i valori che le Forze Armate hanno giurato di sostenere e difendere.
Giordano chiude questa sua analisi affermando che la guerra cognitiva rappresenta un cambiamento paradigmatico nella natura del conflitto, ridefinendo il campo di battaglia, gli obiettivi e le modalità di esercizio del potere. Sfruttando le informazioni per influenzare i processi neurali alla base del pensiero, delle emozioni e del comportamento, essa permette di generare effetti biologici, psicologici e sociali in grado di compromettere le capacità dell’avversario e di innescare una serie di effetti distruttivi a livello individuale, collettivo, di popolazione e nelle sfere militare, socio-economica e politica. È quindi evidente che i conflitti futuri, nel breve periodo, non saranno decisi unicamente dal controllo del territorio o dalla distruzione di risorse, ma dalla capacità di plasmare in modo più efficace la sfera cognitiva nella quale vengono assunte le decisioni e compiute le azioni.
In tale cornice, pertanto, appare fondamentale riconoscere che la mente non è più semplicemente una componente del combattente; al contrario, è già diventata sempre più un ambiente centrale e un obiettivo concreto nei conflitti moderni.
https://www.washingtontimes.com/news/2026/apr/3/pentagon-readying-cognitive-war/
La sicurezza nazionale russa come fondamento dello sviluppo
Secondo diversi analisti statunitensi, questa accelerazione americana sulla tematica della “guerra cognitiva” sarebbe scaturita dai nuovi paradigmi strategici russi, peraltro già oggetto di dedicata attenzione oltre una decina di anni or sono da parte del noto esperto Andrey Ilnitsky, consigliere del Ministro della Difesa della Federazione Russa, e perfettamente comprensibile attraverso l’attenta analisi dei contenuti del noto volume From Information to Cognition: Mental Warfare from the Russian Perspective, edito nel 2025, che è possibile consultare integralmente nel link in descrizione.
In tale contesto, e per meglio comprenderne i contorni, nel 2021 Andrey Ilnitsky, rispondendo a specifiche domande di un noto giornalista russo, chiariva già alcuni aspetti salienti del pensiero strategico russo, preparando le basi per la nuova architettura di sicurezza del Cremlino. In annesso, il link dell’intervista completa.
Leggiamo insieme alcuni brevi stralci:
Viktor Murakhovsky:
“La Russia, sia durante il periodo imperiale sia durante quello sovietico, ha vinto le guerre più difficili, respingendo le invasioni europee. Ma, con deprimente regolarità, la società russa si è sgretolata dall’interno sotto l’influenza di varie correnti dell’ideologia occidentale. E oggi vediamo che parte dell’élite e della società russa è pronta ad abbracciare le tendenze e gli stili di vita ideologici occidentali attualmente in voga. Gli americani non distinguono tra operazioni di guerra informativa, psicologica, cibernetica ed elettronica, considerandole come domini equivalenti dello spazio di battaglia congiunto nelle operazioni multidominio, insieme a spazio, aria, terra e mare. È possibile contrastare tutto ciò? Inoltre, non è forse giunto il momento di passare a forme di difesa attive, come le controffensive, nel campo dell’ideologia, della coscienza pubblica e della politica dell’informazione?”
Andrey Ilnitsky:
“La Russia deve concentrarsi su se stessa! Il modello ‘Russia del futuro’ è un impero popolare ‘interno’, basato sul principio dell’‘autocrazia’, non nel senso di restaurazione della monarchia, ma nel senso di una vera democrazia, nella quale noi, il popolo russo, guidati da un leader forte, ci sosteniamo da soli. L’attuazione di questo modello richiede una nuova strategia per la struttura socio-politica e territoriale del Paese, basata su tre componenti: sicurezza, tutela del popolo ed efficienza territoriale ed economica. L’essenza di questo sistema risiede nell’attuazione della disposizione costituzionale sulla democrazia attraverso l’unità della struttura di potere verticale di un leader nazionale eletto democraticamente e della struttura di potere orizzontale derivante da un forte autogoverno locale.
Il nostro scudo nucleare e l’esercito più moderno del mondo garantiscono la sicurezza dello sviluppo della Russia per almeno un decennio, eliminando la possibilità di un conflitto militare diretto. Pertanto, il nemico sta utilizzando metodi di guerra ibrida, da quelli economici a quelli informativi, attaccandoci su tutto il fronte degli interessi nazionali della Russia. L’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha scatenato una guerra ibrida dell’informazione contro la Russia. Il suo obiettivo è quello di sovraccaricare la Russia, di distoglierci dai nostri obiettivi e di destabilizzare la situazione.
Tutto ciò porta all’emergere di un nuovo tipo di guerra. Se nelle guerre classiche l’obiettivo è distruggere le risorse umane del nemico e nella moderna guerra cibernetica è distruggere le infrastrutture nemiche, allora l’obiettivo di questa nuova guerra è distruggere l’autocoscienza, cambiare le fondamenta mentali della società nemica. Io definirei questo tipo di guerra ‘mentale’, ‘cognitiva’. Inoltre, mentre le risorse umane e le infrastrutture possono essere ripristinate, l’evoluzione della coscienza non può essere invertita, soprattutto perché le conseguenze di questa guerra ‘mentale’ non si manifestano immediatamente, ma solo dopo almeno una generazione, quando sarà semplicemente impossibile porvi rimedio.”
Viktor Murakhovsky:
“Vorrei aggiungere che l’attuale tendenza occidentale enfatizza un individualismo estremo, che promette una completa libertà personale, anche dalla società e dalla famiglia tradizionale. In realtà, questa ‘libertà’ si limita a un consumo sfrenato, alla scelta dell’orientamento sessuale, dell’aspetto e ad altre sciocchezze simili (anche se, persino in questi casi, le preferenze sono imposte dalle multinazionali). Vediamo come i tentativi di uscire da queste ‘gabbie di libertà’ vengano immediatamente puniti. Nella migliore delle ipotesi, con l’ostracismo, ma non mancano procedimenti penali e ‘incidenti’ mortali…”
Andrey Ilnitsky:
“L’arma principale in questo caso è il World Wide Web e, quindi, chiunque lo controlli e lo riempia di contenuti detiene un vantaggio strategico. Purtroppo, bisogna riconoscere che, in questo caso, il vantaggio non è nostro. Gli Stati Uniti hanno creato un comando cibernetico separato, una forza cibernetica all’interno della NSA, una delle agenzie di intelligence più segrete e tecnologicamente avanzate del Pentagono e della comunità di intelligence statunitense, che si occupa anche di cyberintelligence e controspionaggio.
Questo esercito di 18.000 intellettuali militari sta conducendo una guerra ibrida contro di noi, utilizzando metodi che vanno dalle sanzioni agli attacchi informatici e di disinformazione. Gli Stati Uniti hanno adottato il concetto di ‘attività permanente e difesa sulle linee avanzate’ per conquistare e mantenere l’iniziativa strategica nel cyberspazio, creando incertezza sulle intenzioni del nemico e spostando la battaglia sul suo ‘territorio virtuale’.
Un avversario, con una propria quinta colonna e agenti di influenza all’interno dell’establishment russo, sta lavorando sistematicamente contro di noi. I suoi aggressivi attacchi ibridi di informazione stanno influenzando la consapevolezza di sé, i valori dei russi e le istituzioni fondamentali della nostra società e del nostro Stato.
Data la fusione di armi manipolative e di attacchi informatici e la loro graduale legittimazione come strumenti di influenza contro concorrenti e potenziali avversari in tempo di pace, è urgente chiarire il ruolo delle Forze Armate russe nell’attuazione di questa priorità. Le piattaforme digitali e le tecnologie di intelligenza artificiale possono anche essere uno strumento attivo per la desovranizzazione della Russia, creando falle nella sicurezza nazionale…
Tre anni fa, gli americani hanno adottato leggi e dottrine federali che ci definiscono avversari degli Stati Uniti, ordinandoci di ‘chiudere le scappatoie contro la Federazione Russa’. È ora di adottare un approccio sistematico a questo!”
Viktor Murakhovsky:
“La classe politica si concentra sui cicli elettorali, mentre l’élite economica si concentra sui cicli di investimento. Un’idea nazionale e l’attuazione degli obiettivi geopolitici e strategico-militari che ne derivano sono un processo storico di lungo periodo. Quali istituzioni pubbliche e statali potrebbero raccogliere e formulare idee e obiettivi nazionali di lungo periodo e unire una comunità di esperti orientata a livello nazionale?”
Andrey Ilnitsky:
“L’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, evita il confronto militare diretto con la Russia, poiché potrebbe infliggere danni inaccettabili. Il concetto di ‘Attacco Globale Rapido’ e la Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti affermano esplicitamente che la ‘guerra calda’ dovrebbe essere preceduta o completamente sostituita dalla cosiddetta guerra per procura o ibrida. La strategia e le tattiche della guerra ibrida sono elaborate da gruppi di esperti dei cosiddetti think tank, come la RAND Corporation, creati e finanziati dal governo e dalle aziende statunitensi. Queste strutture plasmano la strategia e le politiche correnti, promuovendo gli interessi di gruppi politici, agenzie, aziende e interi Paesi.
Se la Russia non riuscirà a ‘cambiare le menti’ dei nostri avversari e non riuscirà a prevenire e contrastare i piani aggressivi degli Stati Uniti e della NATO, perderà l’iniziativa e sarà costretta a mantenere una difesa passiva in una posizione di forte svantaggio. L’inazione condanna di fatto il nostro Paese a un’agenda imposta dagli americani e dai loro agenti di influenza. Ciò è categoricamente incompatibile con la libertà di scelta sovrana della Russia.
Purtroppo, bisogna riconoscere che la situazione della Russia in termini di supporto analitico e specialistico per la politica di sicurezza nazionale è tutt’altro che ideale. Un sistema efficace, adeguato ad affrontare le nuove sfide ibride, deve ancora essere creato. L’attuale quadro istituzionale è frammentato lungo linee dipartimentali e disciplinari e risulta squilibrato.
Non esiste un centro di coordinamento per lo sviluppo e l’elaborazione delle decisioni in materia di sicurezza nazionale, né una rete di istituti di esperti e analisti (think tank) che operi in modo competitivo nell’ambito di una strategia statale comune.
L’evoluzione del contesto politico-militare richiede un’analisi e una previsione complete e di alta qualità delle principali direzioni di sviluppo dei mezzi non militari per garantire la sicurezza militare del Paese e per elaborare misure di contrasto alle minacce emergenti.”
Viktor Murakhovsky:
“L’esperienza della redazione della rivista Arsenal Otechestva, maturata interagendo con think tank e industrie non militari, rivela che le Forze Armate sono spesso percepite come un’organizzazione chiusa, competente solo in ambiti ristretti e specializzati. Al contrario, il blocco finanziario ed economico avanza regolarmente ‘proposte di iniziativa’ per la riforma delle Forze Armate, tra cui l’aumento dell’anzianità di servizio necessaria per la pensione, il taglio delle spese per la difesa e la modifica della struttura dei rami e delle unità combattenti delle Forze Armate. In altre parole, alcuni finanzieri ed economisti russi si considerano, a priori, più competenti in materia di sicurezza nazionale e strategia rispetto ai militari.”
Andrey Ilnitsky:
“Bene, Viktor Ivanovich, lei ed io sappiamo dove si concentra la risorsa intellettuale fondamentale, la vera élite della nostra società: nell’esercito russo. È sempre stato così nel corso della nostra storia millenaria e lo rimarrà anche in futuro.
Tornando all’argomento principale della nostra conversazione – garantire la leadership intellettuale come fondamento della sicurezza nazionale – vorrei sottolineare la principale sfida che il Ministero della Difesa e le altre agenzie di sicurezza russe si trovano ad affrontare in questo contesto: una comprensione completa delle minacce ibride e delle relative risposte.
Per raggiungere questo obiettivo, è necessario creare un sistema di sicurezza nazionale integrato, non strettamente dipartimentale o settoriale, ma veramente nazionale, che consenta una reale consapevolezza della situazione, ovvero non solo conoscere e comprendere la situazione attuale, ma anche prevederne e gestirne l’evoluzione, sviluppando così una politica statale sovrana. Questa politica deve essere supportata a livello istituzionale, tecnologico, di personale e finanziario.
Per garantire il supporto scientifico e di personale a queste attività, è necessario istituire facoltà e dipartimenti all’interno di una o più accademie delle Forze Armate russe (l’Accademia Militare dello Stato Maggiore delle Forze Armate russe, l’Università Militare del Ministero della Difesa russo, ecc.), nonché centri di ricerca e formazione universitari (CRE) per la formazione e l’aggiornamento del personale nel campo della ‘Difesa Psicologica’ e dell’intera gamma di contromisure ibride informatiche, sviluppando e implementando i relativi moduli didattici.
Un aspetto importante è l’imperativa necessità di considerare l’espansione dello spazio intellettuale di questo lavoro del Ministero della Difesa nell’ambiente civile, poiché l’esistenza di un centro puramente militare ne limiterebbe l’influenza e la presenza, non tanto in ambito scientifico quanto in quello politico. Per affermarsi pienamente, il centro necessita di partner provenienti da istituzioni scientifiche e specialistiche civili, accademiche, politiche e pubbliche.
La creazione di una struttura di comando strategica non deve essere intesa come una potenziale fusione di organi di governo militari e civili, che potrebbe avere un impatto negativo sulla corretta definizione degli obiettivi di sviluppo. Ciò implica certamente il rafforzamento della sinergia del sistema di leadership politica dello Stato. Il compito è quello di gettare le basi per una governance statale fondata su un sistema unitario di definizione degli obiettivi, in cui la sicurezza nazionale rappresenti una priorità strategica.
La politica di sicurezza nazionale deve evolversi da un approccio reattivo, volto a formulare risposte alle sfide emergenti, a uno proattivo, che anticipi gli sviluppi futuri e ponga le basi strategiche per lo sviluppo del Paese.
Non dobbiamo solo resistere alle pressioni, ma anche prepararci a una possibile rappresaglia geostrategica. Dobbiamo saggiamente prendere le distanze dal crescente caos globale, concentrarci sulle questioni interne e mobilitare la politica interna ed estera per massimizzare la tutela degli interessi nazionali.
La Russia del XXI secolo deve diventare una potenza moderna, un impero popolare, dove, sulla base dei valori tradizionali, della nostra civiltà e della nostra sovranità, e tutelati dall’esercito più moderno del mondo, uno Stato forte attui una strategia per la preservazione e la crescita del popolo russo.”
In tale contesto, merita chiarire che il contenuto del volume From Information to Cognition: Mental Warfare from the Russian Perspective, oggetto di così asserita grande preoccupazione in ambito statunitense, tratta in realtà sostanzialmente la stessa tematica in ottica russa, già oggetto di ampia applicazione in ambito statunitense e NATO.
In altre parole, leggendo i contenuti del discusso volume strategico russo, si evince che anche in Russia si è intensificato il dibattito sugli effetti della guerra dell’informazione e sulle strategie per contrastarla. Le sfide, così come le opportunità offerte dai progressi tecnologici, si riflettono anche nelle relazioni tra gli Stati e nel modo in cui le parti in “contrasto” sfruttano le informazioni per esercitare la propria influenza.
Le proclamazioni ideologiche e la diffusione su larga scala della propaganda, affermano i russi, sono diventate obsolete, poiché gli sforzi per influenzare le società democratiche si sono spostati sempre più verso le piattaforme dei social media, in particolare quelle che utilizzano algoritmi e microtargeting. Con la frammentazione del discorso pubblico in bolle sempre più ristrette e la personalizzazione dei contenuti tramite algoritmi, anche l’influenza basata sulla disinformazione si sta spostando dalla massima copertura a nuovi canali di influenza, dove la disinformazione può essere mirata con maggiore precisione per ottenere la risposta desiderata.
Non si tratta più semplicemente, affermano sempre gli autori del documento strategico in argomento, di raggiungere un’ampia copertura con narrazioni distruttive e di diffondere una particolare visione del mondo, ma di influenzare il modo in cui individui e comunità pensano, elaborano le informazioni e assumono le decisioni. In Russia, per riferirsi a questo sviluppo, si è utilizzato il termine guerra psicologica-informativa e, dal 2021, anche il termine guerra cognitiva o guerra mentale. Come concetto, la guerra mentale è nuova nel dibattito in Russia ed è in gran parte basata su precedenti concetti di guerra psicologica-informativa, controllo riflessivo e inganno strategico.
https://jyx.jyu.fi/bitstreams/a149bdec-c399-4c05-b435-0d61cf1d79e2/download
https://arsenal-otechestva.ru/article/1414-bezopasnost-strany-kak-fundament-razvitiya
https://rusmilsec.blog/wp-content/uploads/2021/08/nss_rf_2021_ru.pdf
Conclusione
La guerra cognitiva (Cognitive Warfare) appare rappresentare, in estrema sintesi, l’evoluzione delle operazioni di influenza, dove la mente umana diventa il campo di battaglia primario e dove le nuove tecnologie (intelligenza artificiale, neuroscienze e infrastrutture cibernetiche) entrano con prepotenza come strumenti necessari nelle nuove sfide geostrategiche globali.
La NATO ha formalmente riconosciuto la Cognitive Warfare come sesto dominio di guerra fin dal 2023, affiancandola ai domini terrestre, marittimo, aereo, cibernetico e spaziale. Secondo il framework del NATO Allied Command Transformation, la guerra cognitiva si definisce come “attività condotte in sincronizzazione con altri strumenti di potere, per influenzare attitudini e comportamenti mediante l’influenza, la protezione o la distruzione della cognizione individuale, di gruppo o a livello di popolazione, al fine di ottenere un vantaggio sull’avversario”.
Senza alcun dubbio assisteremo a un’evoluzione sempre più rapida di questa tipologia di “guerra” e dovremo difenderci, cercando sostanzialmente di mantenere elevato il livello di conoscenza e adeguando i sistemi di contromisura tecnologici.
La sfida che stiamo vivendo dovrà assolutamente tendere sempre a preservare i nostri valori fondamentali e condivisi. Attualmente, la libertà di espressione, in tutte le sue declinazioni, appare quella maggiormente vulnerabile perché, secondo alcuni, anzi secondo molti, sarebbe parzialmente sacrificabile in nome della sicurezza collettiva. Sarebbe l’avvio della distruzione della nostra democrazia, cancellando in un attimo il doloroso, faticosissimo e lungo percorso compiuto per raggiungerla.
Dobbiamo essere sempre più consapevoli delle barriere etiche che stiamo continuamente violando e demolendo. Dobbiamo esserne pienamente consapevoli, altrimenti il contenuto del romanzo di George Orwell, 1984, sarà la nostra prossima realtà!
…o lo è già?
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


