Mattatoio di Prosecco, tra le ragioni del no il rischio di spillover e il benessere animale

14 maggio 2026 – ore 9:00 – Il Comitato cittadino “No mattatoio a Prosecco” continua a parlare a Trieste dei motivi per cui la struttura non dovrebbe tornare in funzione. Ieri è stata organizzata la prima conferenza aperta al pubblico, e la sala convegni della Libreria Minerva era piena di persone. A parlare del progetto del Comune di Trieste sono state la scrittrice e fondatrice del santuario “ilmondodisusannaSusanna Rigutti e la dottoressa Chiara Bortolot, laureata in “Biologie e Biotecnologie” e “Allevamento e Benessere Animale” all’Università di Udine. Al momento la struttura del mattatoio di Prosecco necessita di una ristrutturazione importante: il tetto, mancanza della certificazione dell’impianto elettrico, macchinari fermi da almeno otto anni, terreno circostante in stato di degrado. Sono tutti interventi per cui il Sindaco di Trieste si è reso disponibile ad ampliare il budget di 400.000 euro fornito inizialmente dalla Regione. Si attende il 20 maggio per la quinta asta sull’edificio.

Secondo quanto emerso durante l’incontro, la riapertura del mattatoio non garantirebbe nuovi posti di lavoro stabili. È stato ricordato infatti come il macello di Cormons, preso come possibile riferimento produttivo, abbia già personale che non lavora. Si parla di una capacità di circa 3.500 capi abbattuti, ma i relatori non vi è alcuna certezza che l’attività possa realmente raggiungere quei numeri o sostituire quella di Cormons. Il mattatoio viene definito dall’amministrazione come una struttura “necessaria per le aziende del territorio del Carso triestino”, ma il paragone con altre realtà regionali non sarebbe corretto, dal momento che in queste zone non esistono grandi allevamenti intensivi.

La struttura, poi, sorgerebbe in un’area a forte vocazione ambientale e turistica. L’ex mattatoio si trova lungo la strada provinciale che collega Prosecco a Santa Croce. L’imboccatura dello sterrato che conduce all’edificio è vicina da una parte, a una fermata dell’autobus e dall’altra a diverse aree di interesse naturalistico e storico. A circa 200 metri dalla struttura si sviluppa infatti il “Parco 97”, percorso storico-naturalistico dedicato alla Grande Guerra, che comprende la Grotta di Priamo, la Grotta del Bersagliere e alcune trincee restaurate. Sul lato opposto, a circa 250 metri dall’edificio, si trova il cimitero militare austro-ungarico della Prima guerra mondiale, uno dei più grandi d’Italia e meta di visite turistiche, celebrazioni e commemorazioni. “Se si costruisce e finanzia l’immagine turistica di Trieste e dei suoi dintorni – commenta Rigutti – questo mattatoio, in questa zona, proprio non ci sta”.

Trieste risulta essere la provincia con la minore produzione di carne suina del Friuli Venezia Giulia. Sul territorio risultano presenti 78 aziende, ma soltanto una alleva animali nati localmente: nella maggior parte dei casi i suini vengono importati e ingrassati per quattro mesi prima della macellazione (procedimento che permette di definire l’animale come “allevato in Italia”, e quindi indicarlo come prodotto locale). Circa il 90% della produzione è destinato all’autoconsumo o alle osmize. Quest’ultime, che il comitato intende difendere e valorizzare, sono però legate alla produzione di vino, non di salumi.

Un altro punto critico sarebbe la possibile commercializzazione della carne di cinghiale: la struttura verrebbe attrezzata non solo per la lavorazione di suini e bovini, ma anche della selvaggina. Sul Carso triestino le aree venatorie sono limitate e a Prosecco risultano attivi 19 posti di caccia, e si contano 22 iscritti. “Se si crea uno sbocco commerciale per la carne di cinghiale – è stato osservato – il rischio è quello di incentivare indirettamente la presenza di questi animali sul territorio”. In questo senso, favorevoli alla riapertura del mattatoio sono organizzazioni come Coldiretti e Federcaccia.

La dottoressa Chiara Bortolot ha poi approfondito gli aspetti economici e sanitari della filiera suinicola. Ha spiegato che il sistema locale è “a ciclo aperto”: i suini vengono acquistati dopo lo svezzamento, ingrassati per quattro mesi e successivamente macellati. A livello europeo, la produzione suina è in calo del 6,7% a causa dell’aumento dei costi energetici e il mercato viene considerato in difficoltà almeno fino al 2035. L’Italia importa animali vivi ed esporta carne e salumi, ma entrambi i dati risultano in diminuzione: tra il 2023 e il 2025 le importazioni sono calate del 2% e le esportazioni del 7%. L’unico dato in crescita riguarda l’importazione di capi vivi, che rappresentano ormai il 70% del totale, elemento che conferma la progressiva scomparsa dell’allevamento nazionale.

Durante la conferenza si è parlato anche dell’impatto ambientale della filiera. Per la macellazione di un solo suino sarebbero necessari tra i 4 e i 35 kWh di energia, mentre l’impatto climatico stimato sarebbe di circa 640 chilogrammi di CO₂ per animale. Consistente anche il consumo idrico, indicato in circa 480 mila litri d’acqua per capo lungo l’intera filiera produttiva. “Il macello rappresenta l’anello della catena produttiva della carne con il maggiore impatto”, ha spiegato Bortolot.

Per quanto riguarda i rischi sanitari e si è parlato dello “spillover”, il salto di specie delle malattie. Sul territorio carsico sono presenti otto specie di pipistrelli che tendono a nidificare vicino alle zone in cui sono presenti più animale, vista la maggiore concentrazione di insetti. Il macello di Prosecco non disporrebbe sempre di livelli di biosicurezza sufficienti a evitare contaminazioni. In più, la convivenza tra fauna selvatica e suini domestici aumenterebbe inoltre il rischio di diffusione di agenti patogeni, come alcuni ceppi di salmonella.

Ecco che il Comitato ha proposto come alternativa all’investimento regionale la realizzazione di un frantoio. Sul territorio carsico operano infatti molti più agricoltori che allevatori e numerosi produttori sono costretti a rivolgersi a frantoi privati o sloveni per la lavorazione delle olive. Nonostante si tratti di una produzione di nicchia, la qualità dell’olio locale è riconosciuta a livello nazionale. Infatti, Trieste ospita da 18 anni “Olio Capitale”, una delle principali fiere italiane dedicate all’olio extravergine. Secondo i dati presentati, sul territorio si contano tra gli 80 e i 100 produttori attivi di olio, contro 79 allevatori.

In ambiente come il mattatoio non si può parlare di benessere animale: il trasporto dei suini stipati in camion, l’attesa prima del macello, le pratiche di uccisione e stordimento, tradiscono la sofferenza dell’animale, che rimane per la maggior parte del tempo cosciente, perfino nella fase di dissanguamento. Il “mattatoio mobile” sarebbe un’alternativa più etica per l’animale, ma anche più conveniente per l’allevatore e più sostenibile per il territorio.

Articolo di Aurora Cauter

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