No xe storie | Trieste è ancora dei triestini?

4 maggio 2026 – ore 06:30 – Nessuno ha scoperto Trieste ieri. Trieste è una città che esiste da molto tempo, non è una novità. Tutti hanno “scoperto” questo luogo molte volte, senza eccezioni. I triestini, invece, quasi mai. Gli Asburgo scoprirono questo luogo quando avevano bisogno di un porto. Gli irredentisti lo scoprirono quando cercavano una bandiera da sventare. Gli scrittori lo scoprirono quando inseguivano una strana eleganza. I turisti lo scoprono quando vogliono vedere una città un po’ mitteleuropea, quasi esotica, ma abbastanza italiana da non creare problemi. Colpisce come lo stesso posto abbia attirato persone così diverse per ragioni altrettanto diverse. Sorprende che anche gli algoritmi abbiano scoperto tutto questo. Si osserva che, quando una città finisce negli algoritmi, smette di essere un luogo e diventa un prodotto: una notte, due notti, vista mare, check-in autonomo, “a due passi da piazza Unità”. Il resto — residenti, affitti, botteghe, silenzi, abitudini — diventa un dettaglio di cultura locale, un fastidio, rumore di fondo. La domanda è semplice ma severa: Trieste è ancora di chi la vive, dei triestini? Ci si chiede se appartenga ancora a loro. È una domanda rilevante, perché la storia della città è lunga e segnata da continui cambiamenti.

Non si parla di possesso — le città non appartengono a nessuno — ma di governo civile: chi abita decide ancora come costruire la città o chi la attraversa la trova già apparecchiata? I numeri aiutano, anche se non hanno il coraggio delle opinioni. La provincia di Trieste, tra il 2023 e il 2024, ha registrato un aumento delle presenze turistiche del 12,56%, piazzandosi al nono posto in Italia per crescita. Bene, benissimo. Gli applausi, però, li sente chi sta sul palco; chi paga il biglietto sente il rumore della cassa. Nel frattempo, il Comune di Trieste, al 31 dicembre 2024, conta 200.405 residenti, in lieve calo rispetto ai 200.635 dell’anno precedente. Poca cosa, si dirà. Anche una goccia è poca cosa, finché non si accorge che scava il muro. Il saldo naturale è impietoso: 1.248 nati vivi contro 2.950 morti nel 2024. Tradotto: Trieste non si riproduce, si conserva. E una città che non si riproduce, prima o poi, viene arredata da qualcun altro. Poi ci sono le case, tema noioso e dunque decisivo. Secondo Rai Tgr Fvg, a Trieste gli appartamenti per affitti lunghi sono difficili da trovare, mentre si stimano tra le 30 e le 40 mila case vuote nella sola città. Il capolavoro italiano: case senza abitanti e abitanti senza case. Nessuno è colpevole. Il proprietario fa i conti, il turista prende le ferie, il Comune pubblica comunicati, la Regione promuove, il cameriere fa due turni, lo studente cerca una stanza, il giovane lavoratore lascia il centro, l’anziano resta perché ha un contratto firmato prima della rivoluzione digitale.

E tutto questo viene chiamato sviluppo. Un processo che cresce e cambia nel tempo, osservato da tutti. Ma sviluppo non è sempre sinonimo di benessere: a volte significa soltanto che qualcuno guadagna di più e qualcun altro resta indietro. Trieste conosce bene il destino delle città usate dagli altri. È stata porto dell’Impero, vetrina d’Italia, ferita al confine, luogo di libri, negozio di seconda mano durante la Guerra fredda, laboratorio per l’Europa. Tutto vero. Ma in ogni definizione si nasconde un trucco: Trieste viene raccontata più per ciò che rappresenta che per ciò che sopporta. E oggi cosa sopporta? Il centro che cambia pelle. I prezzi che si adeguano al visitatore e non al residente. I locali che diventano scenografie. La parola “esperienza”, nuovo nome della vita quotidiana messa in vendita. Un tempo Trieste era timida, una città difficile. Non apriva le porte. Umberto Saba la guardava con affetto severo. Italo Svevo vi trovava una goffaggine perfetta. James Joyce la osservava da straniero, forse come un triestino ideale. Oggi, invece, Trieste deve piacere a tutti: deve essere fotografabile, prenotabile, recensibile. Deve sorridere. Questo cambiamento appare come un’umiliazione per una città nata per borbottare.

Il punto non è cacciare i turisti — sarebbe ridicolo e pericoloso. Il turismo porta denaro, lavoro, movimento, reputazione. Ma una città seria non conta solo quanti arrivano: conta anche chi resta. Il turista arriva con una data di partenza. Il residente no. Ha il medico, la scuola, l’autobus, l’affitto, la spesa, il rumore sotto casa, la serranda che chiude, il vicino che sparisce, il quartiere che diventa corridoio. La domanda, allora, non è se Trieste sia più bella di prima. Probabilmente lo è: più lucida, più visibile, più desiderabile. Anche alcuni malati, poco prima della fine, hanno un colorito splendido. Ci si chiede se una città più desiderata sia necessariamente più viva. Se possa diventare piena e, allo stesso tempo, svuotata. Il rischio non è l’invasione — parola imprecisa — ma la sostituzione lenta. Non dei popoli, ma delle funzioni: le case diventano rendite, le strade percorsi, le piazze fondali, il lavoro servizio, i cittadini comparse. Il triestino non si fida di nulla. Dovrebbe diffidare anche del successo. Il successo urbano è una bestia educata: entra con il sorriso, paga il conto, lascia una recensione positiva. Poi, senza rumore, cambia le serrature. Resta la domanda, che non è nostalgica ma politica: Trieste vuole essere una città abitata o una città consumata? Perché se una città diventa più comoda per chi arriva il venerdì che per chi ci vive il lunedì, allora non è cresciuta. Si è venduta bene. Che è diverso.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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