9 aprile 2026 – ore 16:00 – Trieste non dirige il turismo: il turismo cresce e la città sembra non sapere come gestirlo. Trieste ha sempre avuto un rapporto incerto con il turismo. Non lo ha mai cercato davvero, ma non lo ha nemmeno respinto. Lo ha lasciato arrivare e si è adattata più che controllarlo. Chi vive a Trieste ha la sensazione che la città osservi il turismo come un ospite incerto: lo accoglie quando può, lo osserva e poi si adegua al suo ritmo. Per molti anni questa ambiguità ha rappresentato una forza. Ha sostenuto il lavoro e le idee. Oggi, però, rischia di diventare un ostacolo. Se non governata, può trasformarsi in un limite. I numeri, questa volta, parlano chiaro. I dati della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e di PromoTurismoFVG mostrano che nel 2024 Trieste ha superato 1,1 milioni di presenze turistiche, con una crescita di circa l’8% rispetto all’anno precedente. Nel 2019 le presenze erano sotto il milione: l’aumento, in pochi anni, è netto.
Trieste ha iniziato a inserirsi nel mercato turistico, ma non è ancora una meta per la maggior parte dei viaggiatori. La differenza non è di significato: è una questione economica. Il dato più rilevante riguarda la permanenza, non gli arrivi. Secondo l’ISTAT, la permanenza media a Trieste è di circa 2,2 notti per visitatore. In altre parole, i turisti si fermano solo per un paio di notti. A Venezia la permanenza supera le due notti e mezza, mentre a Firenze sfiora le tre. Differenze contenute, ma significative. La misura del valore è quella che conta davvero. Un turista che resta una notte in meno spende meno, utilizza meno servizi e contribuisce in misura ridotta all’economia locale. Secondo la Banca d’Italia, la spesa media di un turista straniero in Italia supera i 100 euro al giorno: ogni notte in meno è una perdita diretta per il territorio. Trieste appare sempre più come una città che si visita in fretta. In economia, ciò che è veloce vale meno.
A questa debolezza strutturale si aggiunge un problema organizzativo. Trieste possiede tutto: una posizione strategica, una storia ricca, un paesaggio affascinante e un’identità forte. Tuttavia, questi elementi non sono ancora integrati in un sistema coerente. Manca una direzione unitaria capace di accompagnare il visitatore lungo un percorso chiaro. Secondo i report di Unioncamere, le città che riescono ad aumentare la permanenza media sono quelle che investono nell’integrazione dell’offerta e nella facilità di accesso ai servizi. Non basta avere attrattori: devono essere comprensibili, accessibili e collegati tra loro. Trieste, oggi, appare ancora frammentata: affascinante, ma discontinua. Il risultato è visibile nei comportamenti dei visitatori. Una quota crescente dei flussi è composta da escursionisti giornalieri, crocieristi e turisti di passaggio verso altre destinazioni. Si tratta di presenze che fanno numero, ma non producono radicamento.
L’Organizzazione Mondiale del Turismo sottolinea da anni che la crescita sostenibile non dipende dall’aumento degli arrivi, bensì da una maggiore spesa media e da soggiorni più lunghi. Trieste registra un aumento dei flussi, ma il valore generato non cresce allo stesso ritmo. Esiste anche una dimensione più profonda, legata all’identità. Trieste è una città complessa, stratificata, a tratti sfuggente. Il suo fascino nasce proprio da questa complessità, ma la stessa caratteristica può diventare un ostacolo se non viene interpretata e raccontata. Una città così non può limitarsi a esistere: deve essere spiegata, resa comprensibile senza essere banalizzata. Oggi questo lavoro non è ancora completo. Il visitatore attraversa Trieste senza coglierne fino in fondo il senso. Porta con sé un’impressione positiva, ma non necessaria. Il nodo, in fondo, è semplice. Trieste vuole più turisti, ma non ha ancora deciso quale tipo di turismo sviluppare. Senza una scelta chiara, diventa difficile definire l’esperienza da offrire. La questione è concreta: aumentare i numeri o aumentare il valore? Essere una tappa o una destinazione? Adattarsi ai flussi o guidarli? Le risposte incidono direttamente su investimenti, politiche e scelte urbane. Il capoluogo giuliano si trova oggi in una posizione favorevole. I numeri dimostrano che l’interesse esiste e che la città è entrata nelle rotte turistiche. Proprio per questo, però, non può più permettersi ambiguità. Crescere senza organizzazione significa accettare un turismo leggero: più presenze, ma impatto limitato; maggiore visibilità, ma minore profondità. Una crescita che appare reale, ma che rischia di rivelarsi fragile. E le crescite fragili, prima o poi, si fermano. Trieste possiede tutto ciò che serve per diventare una vera destinazione: il mare, il patrimonio storico, i caffè, una forte identità. Ma è una questione di volontà.
Articolo di Francesco Viviani


