13.03.2026 – 16.30 – Premessa – L’attacco americano-israeliano contro l’Iran continua incessantemente. Sotto il profilo strettamente militare, il 12 marzo il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha comunicato la perdita di un aereo da rifornimento KC-135 statunitense. In particolare, il Comando americano ha dichiarato che l’incidente è avvenuto in uno spazio aereo amico durante l’Operazione Epic Fury e che le operazioni di soccorso erano in corso. Due aerei sono rimasti coinvolti nell’incidente: uno dei due è precipitato nell’Iraq occidentale, mentre il secondo è atterrato sano e salvo. ISW ha affermato che la forza congiunta statunitense e israeliana ha continuato a colpire obiettivi militari e di sicurezza interna iraniani in tutto il Paese. Le recenti operazioni israelo-statunitensi stanno anche tentando di limitare la capacità dell’Iran di interrompere la navigazione nello Stretto di Hormuz. In merito, sono state distrutte oltre 30 navi posamine iraniane e depositi di mine navali.
Rapporti completi nei link in descrizione:
https://www.centcom.mil/
https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-evening-special-report-march-12-2026/
https://www.tasnimnews.ir/en/news/2026/03/13/3539174/iran-says-us-refueling-aircraft-hit-by-air-defense
Oggi concentreremo la nostra attenzione su due aspetti non oggetto di approfondita analisi da parte dei media:
- il contenuto integrale del primo discorso del nuovo leader supremo iraniano;
- l’apprezzamento valutativo israeliano delle prime due settimane di guerra.
Lo faremo cercando di dare, come sempre, voce a tutti, senza esclusione di alcuno.
Il leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei ha rilasciato la sua prima dichiarazione
Il leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei ha rilasciato la sua prima dichiarazione il 12 marzo, dopo che l’Assemblea degli Esperti lo aveva scelto come nuovo leader supremo l’8 marzo. Desidero proporvi il testo originale del discorso, e non una veloce sintesi che possiamo leggere sui quotidiani occidentali, perché l’intervento risulta decisamente meritevole di grande attenzione informativa. Il documento, in particolare, è suddiviso in sette parti distinte, nelle quali l’elemento religioso appare sempre presente; vengono chiaramente espressi sia indicatori di politica interna sia di politica estera, mentre l’elemento psicologico-manipolatorio, tipico di ogni leader politico-religioso, risulta dominare l’intera scena retorica.
Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso
“Qualunque segno abroghiamo o facciamo dimenticare, ne proponiamo uno migliore o simile.”
All’inizio delle mie parole desidero porgere le mie condoglianze al mio Signore, che Allah l’Eccelso affretti la sua ricomparsa, in occasione del commovente martirio del venerato Leader della Rivoluzione, l’amato e saggio Ayatollah Seyed Ali Khamenei. Chiedo a Sua Santità preghiere per il benessere di ogni membro della grande nazione iraniana, anzi per tutti i musulmani del mondo, per tutti i servitori dell’Islam e della Rivoluzione, per i martiri e le famiglie in lutto del movimento islamico, in particolare quelle della recente guerra, e soprattutto per me stesso. La seconda parte del mio discorso è rivolta alla grande nazione dell’Iran. In primo luogo devo brevemente esporre la mia posizione e il mio atteggiamento in merito al voto della stimata Assemblea degli Esperti. Io, vostro servitore, Seyed Mojtaba Hosseini Khamenei, sono stato informato dell’esito del voto della stimata Assemblea degli Esperti contemporaneamente a voi, attraverso la trasmissione televisiva della Repubblica Islamica. Per me, sedere su un seggio che un tempo fu occupato da due grandi leader — l’Imam Khomeini il Grande e il martire Khamenei — è un compito arduo. Questa posizione custodisce infatti l’eredità di qualcuno che, dopo oltre sessant’anni di impegno sulla via di Dio e dopo aver rinunciato a ogni sorta di piacere e comodità, si è trasformato in una gemma radiosa e in una figura illustre non solo nell’era attuale, ma in tutta la storia dei governanti di questo Paese. Sia la sua vita sia la sua morte sono state intrecciate con una gloria e una dignità derivanti dalla fiducia nella verità.
Ho avuto il privilegio di vedere il suo corpo dopo il martirio. Ciò che ho visto è stata una montagna di fermezza e ho notato che il pugno della sua mano sana era chiuso. Per quanto riguarda i vari aspetti della sua personalità, le persone informate avranno bisogno di molto tempo per parlarne diffusamente. In questo breve momento mi limiterò a questo riassunto, rimandando i dettagli a occasioni più appropriate. Questa è la ragione della difficoltà di occupare il posto di comando dopo una persona simile. Completare questa transizione è possibile solo con l’aiuto dell’Onnipotente e con il vostro sostegno, il popolo. È inoltre necessario sottolineare un punto che si collega direttamente al cuore del mio messaggio. Tra le capacità del Leader martire e del suo grande predecessore vi era quella di coinvolgere il popolo in tutti gli ambiti, trasmettendo costantemente intuizione e consapevolezza e facendo affidamento, nella pratica, sulla sua forza. Hanno così concretizzato il vero significato della repubblica e del repubblicanesimo, credendovi con tutto il cuore. L’effetto evidente di ciò si è visto in questi ultimi giorni, quando il Paese si è trovato senza un Leader e senza un Comandante Supremo. L’intuizione e l’intelligenza della grande nazione iraniana in questo recente evento, la sua fermezza, il suo coraggio e la sua presenza hanno suscitato ammirazione negli amici e sconcerto nei nemici. Siete stati voi, il popolo, a guidare il Paese e a garantirne l’autorità.
Il versetto citato all’inizio di questo scritto significa che nessun segno divino viene mai rimosso o dimenticato da Allah l’Eccelso, a meno che qualcosa di simile, o addirittura migliore, non venga da Lui fornito al suo posto. Il motivo per cui usiamo questo nobile versetto non è suggerire che questo servo sia alla pari con il martire Guida, né tantomeno presumere che io sia superiore a lui; piuttosto, lo scopo di menzionare questo versetto benedetto è richiamare l’attenzione sul ruolo significativo e preminente della cara nazione. Se quella grande benedizione ci è stata tolta, è stata sostituita dalla rinnovata presenza della nazione iraniana, simile a quella di Ammar, in questo sistema. Sappiate questo: se il vostro potere non si manifesta sulla scena, né la leadership né alcuno dei vari apparati — la cui vera funzione è servire il popolo — avranno la necessaria efficacia.
Per comprendere meglio questo significato:
In primo luogo bisogna considerare il ricordo di Dio Onnipotente, la fiducia in Lui e la ricerca dell’intercessione attraverso la pura luce degli Infallibili (pace su tutti loro) come l’elisir supremo e il fiammifero decisivo che garantisce ogni tipo di svolta e la vittoria sul nemico. Questo è un grande vantaggio che possedete e che manca ai vostri nemici. In secondo luogo non si deve intaccare l’unità tra tutti i segmenti e gli strati della nazione, che diventa particolarmente evidente nei momenti difficili. Questo obiettivo si otterrà trascurando i punti di divergenza. In terzo luogo è necessario mantenere una presenza efficace sulla scena, sia nel modo che avete dimostrato in questi giorni e notti di guerra, sia attraverso ruoli efficaci nei diversi ambiti sociali, politici, educativi, culturali e di sicurezza. L’importante è che il ruolo corretto, senza compromettere l’unità sociale, sia ben compreso e attuato il più possibile. Uno dei doveri della leadership e di alcuni altri funzionari è ricordare a individui o gruppi della società alcuni di questi ruoli.
Pertanto desidero sottolineare l’importanza di partecipare alle manifestazioni del Giorno di Quds nel 1447 AH (venerdì 13 marzo 2026), dove l’elemento della sconfitta del nemico deve essere al centro dell’attenzione di tutti.
In quarto luogo, non astenetevi dall’aiutarvi e dall’assistervi a vicenda. Sia lodato Dio, questa è sempre stata una caratteristica della maggior parte degli iraniani e ci si aspetta che, in questi tempi particolari, che naturalmente colpiscono alcuni membri della nazione più di altri, questa questione assuma un’importanza ancora maggiore. In questo contesto esorto le istituzioni di servizio a non negare alcun aiuto o sostegno a questi cari membri della nazione e alle strutture di assistenza popolare. Se questi aspetti saranno tenuti in considerazione, il cammino per voi, cara nazione, verso giorni di grandezza e gloria sarà spianato. La manifestazione più vicina di ciò, se Dio vuole, può essere la vittoria sul nemico nella guerra attuale. La terza parte del mio discorso è un sincero ringraziamento ai nostri coraggiosi combattenti che, in circostanze in cui la nostra nazione e la nostra amata patria sono state attaccate innocentimente dai leader del fronte dell’arroganza, hanno bloccato il cammino del nemico con i loro colpi devastanti, dissipando la loro illusione di poter dominare la nostra patria e potenzialmente dividerla. Cari fratelli combattenti! La volontà delle masse è quella di continuare a garantire una difesa efficace e duratura. Allo stesso modo, la leva del blocco dello Stretto di Hormuz deve senza dubbio continuare a essere utilizzata. Sono stati condotti studi sull’apertura di altri fronti, dove il nemico ha poca esperienza e sarà estremamente vulnerabile, e la loro attivazione sarà presa in considerazione se la situazione di guerra persisterà e in base all’opportunità.
Desidero inoltre esprimere la mia sincera gratitudine ai combattenti del Fronte di Resistenza. Consideriamo i Paesi del Fronte di Resistenza i nostri migliori amici e la causa della resistenza è parte integrante dei valori della Rivoluzione islamica. Indubbiamente, la cooperazione tra le componenti di questo fronte accorcia il cammino verso la salvezza dalla sedizione sionista, proprio come abbiamo visto il coraggioso e fedele Yemen non cessare di difendere il popolo oppresso di Gaza e il devoto Hezbollah, nonostante tutti gli ostacoli, venire in aiuto della Repubblica islamica. Anche la resistenza irachena ha coraggiosamente intrapreso la stessa strada. Il mio discorso nella quarta parte è rivolto a coloro che sono stati danneggiati in qualche modo in questi ultimi giorni. Tra questi rientrano coloro che hanno vissuto il martirio di una o più persone care, coloro che hanno subito ferite e coloro le cui case o luoghi di lavoro sono stati danneggiati. In questa sezione, in primo luogo, esprimo la mia profonda solidarietà alle famiglie in lutto degli stimati martiri. Ciò si basa su un’esperienza condivisa con queste nobili persone. Oltre a mio padre, la cui perdita è diventata un dolore pubblico, ho affidato alla carovana dei martiri la mia cara e leale moglie, nella quale avevo riposto molte speranze, la mia devota sorella, che si è dedicata al servizio dei nostri genitori e alla fine ha ricevuto la sua ricompensa, insieme al suo bambino piccolo, e il marito dell’altra mia sorella, una persona colta e onorevole. Tuttavia, ciò che rende possibili, e persino sopportabili, le calamità durature è concentrarsi sulla promessa certa di Dio di una grande ricompensa per coloro che sono pazienti. Pertanto dobbiamo essere pazienti e riporre la nostra speranza e fiducia nella grazia dell’Onnipotente.
In secondo luogo, assicuro a tutti che non rinunceremo a vendicare il sangue dei vostri martiri. La vendetta che intendiamo compiere non è legata esclusivamente al martirio del grande Leader della Rivoluzione; piuttosto, ogni membro della nazione martirizzato dal nemico rappresenta un capitolo a sé nel dossier della vendetta. Naturalmente una parte limitata di questa vendetta si è finora concretizzata, ma finché non sarà raggiunta la sua piena portata questo dossier rimarrà prioritario rispetto ad altre questioni e manterremo una particolare sensibilità nei confronti del sangue dei nostri figli. Pertanto il crimine deliberatamente commesso dal nemico nella scuola Shajareh Tayyebah a Minab e incidenti simili rivestono un significato speciale a questo proposito. In terzo luogo, coloro che sono rimasti feriti in questi attacchi devono certamente ricevere gratuitamente servizi medici adeguati e beneficiare di altri privilegi. In quarto luogo, nella misura in cui la situazione attuale lo consenta, è necessario definire e attuare misure adeguate per compensare i danni finanziari subiti da proprietà e luoghi personali. Gli ultimi due punti sono considerati doveri obbligatori per i funzionari, che devono eseguirli e riferirmi. Un punto che devo sottolineare è che, in ogni caso, esigeremo un risarcimento dal nemico. Se si rifiutasse, sequestreremo tutti i suoi beni che riterremo opportuni e, se ciò non fosse possibile, ne distruggeremo una quantità equivalente.
La quinta parte del mio discorso è rivolta ai leader e alle figure influenti di alcuni Paesi della regione. Condividiamo confini, via terra o via mare, con 15 Paesi e siamo sempre stati, e continuiamo a essere, disposti ad avere relazioni cordiali e costruttive con tutti loro. Tuttavia, per anni il nemico ha gradualmente stabilito basi militari e finanziarie in alcuni di questi Paesi per garantire il proprio dominio sulla regione. Nella recente invasione sono state utilizzate alcune basi militari e, naturalmente, come avevamo esplicitamente avvertito e senza prendere di mira quei Paesi, abbiamo attaccato solo quelle basi. D’ora in poi saremo costretti a continuare questa linea d’azione, sebbene crediamo ancora nella necessità dell’amicizia con i nostri vicini. Questi Paesi devono chiarire la loro posizione con gli aggressori della nostra patria e con gli assassini del nostro popolo. Raccomando loro di chiudere quelle basi il prima possibile, perché devono aver ormai capito che la pretesa americana di garantire sicurezza e pace non era altro che una menzogna. Ciò porterà a un maggiore legame con i loro popoli, generalmente insoddisfatti di schierarsi con il fronte della miscredenza, e aumenterà la loro ricchezza e il loro potere. Lo ripeto ancora: il sistema della Repubblica islamica, senza l’intenzione di stabilire dominio o colonialismo nella regione, è pienamente pronto per l’unità e per relazioni sincere e reciproche con tutti i suoi vicini.
Nella sesta parte del mio discorso mi rivolgo al nostro leader martirizzato.
Leader! Con la tua dipartita hai posto un pesante fardello sul cuore di tutti. Hai sempre desiderato questa fine e, infine, l’Onnipotente te l’ha concessa mentre recitavi il Sacro Corano la mattina del decimo giorno di Ramadan. Hai sopportato molte oppressioni con forza e pazienza, senza mai vacillare. Molti non hanno riconosciuto il tuo vero valore e forse passerà molto tempo prima che i veli e gli ostacoli vengano rimossi e alcuni aspetti del tuo significato diventino chiari. Ci auguriamo che, grazie alla vicinanza ai puri, ai veritieri, ai martiri e ai santi, continuiate a pensare al progresso di questa nazione e di tutte le nazioni del Fronte di Resistenza e a intercedere per esse, proprio come avete fatto durante la vostra vita terrena. Vi promettiamo che ci impegneremo con tutto il nostro essere per innalzare questa bandiera, che è la vera bandiera del fronte della verità, e per raggiungere i vostri sacri obiettivi. Nella settima parte ringrazio tutte le persone che mi hanno sostenuto, tra cui i Grand Maraji (fonti di emulazione), diverse personalità culturali, politiche e sociali e tutti coloro che si sono riuniti in grandi manifestazioni di fedeltà al sistema. Ringrazio anche i funzionari dei tre rami del governo e il consiglio direttivo ad interim per le loro politiche e azioni. Spero che gli speciali favori divini si estendano a tutto il popolo iraniano, a tutti i musulmani e agli oppressi del mondo, durante queste preziose ore, questi giorni e il sacro mese di Ramadan. Infine chiedo al nostro Signore, che Allah affretti la sua riapparizione, di chiedere all’Onnipotente, durante le restanti notti e i giorni di Qadr e il sacro mese di Ramadan, per la nostra nazione una vittoria decisiva sul nemico e onore, prosperità e benessere. E per coloro che sono trapassati chiedo uno status elevato e un benessere eterno.
L’apprezzamento valutativo israeliano delle prime due settimane di guerra
Herb Keinon, esperto analista israeliano, ha voluto esprimere un apprezzamento valutativo sulle prime due settimane di conflitto. La lettura del documento, suddiviso in cinque parti, ci aiuta a comprendere la visione israeliana dei tragici eventi in corso e ci consente di conoscere la visione strategica di Gerusalemme nelle sue diverse e complesse sfaccettature. Keinon ha affermato che, a due settimane dall’inizio della guerra con l’Iran, mentre gli israeliani continuano a cercare riparo ogni giorno dai missili iraniani, il quadro militare si evolve rapidamente, pur essendo emersi alcuni schemi generali.
Eccone cinque:
Passaggio strategico dalla gestione allo smantellamento delle minacce.
Forse l’aspetto più importante da sottolineare è quanto drasticamente sia cambiata la mentalità strategica di Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Prima di quel giorno, la dottrina dominante di Israele era quella del contenimento. Hamas a Gaza e Hezbollah in Libano erano considerati perlopiù minacce gestibili attraverso la deterrenza, periodici attacchi militari e passi prudenti. Contro l’Iran stesso, Israele conduceva quella che definiva la “guerra tra le guerre”: una campagna ombra di attacchi, sabotaggi e assassinii volta a rallentare l’avanzata di Teheran senza innescare un confronto su vasta scala. La calma, anche se fragile, rimaneva la priorità assoluta.
Il 7 ottobre ha infranto quella visione del mondo.
Il massacro ha messo in luce i pericoli derivanti dal permettere a forze ostili di accumulare capacità appena oltre i confini di Israele, presumendo che la deterrenza sarebbe stata sufficiente. La lezione appresa da gran parte dell’establishment politico e della sicurezza israeliano è stata inequivocabile: le minacce lasciate maturare non restano teoriche.
Questa consapevolezza plasma oggi la guerra in corso.
La decisione di Israele di colpire in profondità nel territorio iraniano, pur sapendo che avrebbe provocato una rappresaglia, riflette la volontà di accettare costi immediati per prevenire pericoli ben maggiori in futuro. Rappresenta un netto distacco dall’istinto precedente di ritardare lo scontro nella speranza di evitare un’escalation. Di fatto, Israele è passato dalla gestione delle minacce al loro smantellamento. Oggi si ritiene che aspettare comporti rischi maggiori rispetto all’agire, anche se agire significa mettere la propria popolazione in stato di allerta per settimane intere.
Hamas e gli Houthi non sono coinvolti
Una delle realtà meno discusse ma più importanti della guerra attuale è qualcosa che non sta accadendo. A due settimane dall’inizio del conflitto con l’Iran, Hezbollah è entrato prepotentemente nella mischia dal Libano, lanciando attacchi missilistici e con droni che hanno aperto un importante fronte settentrionale. Ma altri due pilastri della rete regionale iraniana, Hamas a Gaza e gli Houthi nello Yemen, finora non hanno svolto alcun ruolo militare. Le ragioni, tuttavia, sono profondamente diverse: Hamas perché non può; gli Houthi perché non vogliono.
Hamas
Se Hamas possedesse ancora le capacità militari di cui disponeva prima del 7 ottobre, migliaia e migliaia di razzi, una capacità di produzione missilistica sotterranea e una struttura di comando funzionante in grado di coordinare un fuoco prolungato, Israele oggi si troverebbe ad affrontare un campo di battaglia ben più complesso. Invece di affrontare contemporaneamente l’Iran e Hezbollah, si troverebbe a combattere su tre fronti. Le difese aeree sarebbero messe a dura prova, le Forze di Difesa Israeliane sarebbero costrette a condurre importanti operazioni all’interno di Gaza e il sud di Israele, non solo il nord, si troverebbe ancora una volta a vivere sotto il costante fuoco dei razzi. Tale scenario aumenterebbe drasticamente la pressione militare, economica e psicologica sul Paese. Ma la capacità di Hamas di svolgere quel ruolo è stata in gran parte eliminata dall’equazione. L’organizzazione esiste ancora e Gaza rimane instabile. Ma Hamas non può più lanciare razzi contro Israele e, di conseguenza, non può più plasmare il campo di battaglia come faceva un tempo.
Gli Houthi, tuttavia, sono tutta un’altra storia.
A differenza di Hamas, conservano una certa capacità di attaccare Israele e gli interessi americani. Tuttavia, hanno scelto di non farlo. La loro moderazione sembra il risultato di un misto di deterrenza e calcolo. Anni di attacchi israeliani, americani e britannici hanno indebolito le loro capacità missilistiche e di droni, così come parte della loro rete di comando e controllo. Lanciare attacchi ora potrebbe provocare rappresaglie devastanti, potenzialmente dirette contro la loro leadership e la loro roccaforte a Sana’a. Allo stesso tempo, gli Houthi sono ancora impegnati nella loro guerra in Yemen e sembrano riluttanti a impiegare preziose risorse militari in un conflitto regionale che non determina direttamente la loro sopravvivenza. Gli analisti ritengono inoltre che l’Iran stesso stia gestendo con attenzione il ritmo dell’escalation per procura, incoraggiando alcuni alleati ad agire e tenendone altri in disparte. Di conseguenza, due componenti chiave della rete regionale iraniana sono rimaste in gran parte fuori dai combattimenti. Per Israele, tale assenza riveste un’importanza strategica. Se tutti e tre i fronti, Gaza, Libano e Yemen, fossero esplosi simultaneamente, insieme agli attacchi diretti dell’Iran, la guerra oggi avrebbe un aspetto molto diverso.
Trump continua a dare segnali contrastanti
Un altro aspetto rilevante della guerra, finora, è stata la comunicazione contraddittoria della Casa Bianca. In alcune giornate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump suggerisce che il conflitto stia per finire. Ha parlato di una guerra sostanzialmente conclusa e ha lasciato intendere che una conclusione potrebbe arrivare rapidamente. In altri momenti, la sua retorica prende la direzione opposta. Ha parlato di continuare la campagna fino alla sconfitta definitiva dell’Iran e alla resa incondizionata. A prima vista, i due messaggi sembrano inconciliabili. Uno suggerisce una chiusura imminente. L’altro lascia intendere una campagna che potrebbe protrarsi ancora per qualche tempo. Tuttavia, la contraddizione potrebbe non essere così confusa come appare inizialmente.
Trump opera simultaneamente su più fronti. Uno è il campo di battaglia; l’altro è l’economia globale.
La possibilità di una guerra prolungata ha reso nervosi i mercati, soprattutto a causa dell’impatto sulle forniture globali di petrolio e sulle rotte marittime. Anche solo la percezione che il conflitto possa intensificarsi drasticamente ha conseguenze immediate sui prezzi dell’energia. I segnali che la guerra potrebbe finire presto contribuiscono a placare queste paure. Allo stesso tempo, la campagna militare vera e propria continua. Vista in quest’ottica, la comunicazione di Trump persegue un duplice obiettivo: rassicurare i mercati e gli alleati sul fatto che l’escalation non si protrarrà all’infinito, mantenendo al contempo la pressione sull’Iran attraverso le continue operazioni militari. In altre parole, la retorica che auspica una rapida fine è rivolta meno a Teheran che a commercianti, investitori e governi preoccupati per le ripercussioni economiche. Nel frattempo, le bombe continuano a cadere.
Unità israeliana contro polarizzazione statunitense sulla guerra
Un altro aspetto fondamentale emerso finora è il contrasto tra il modo in cui la guerra si sta sviluppando politicamente in Israele e negli Stati Uniti. Israele è entrato in questo conflitto ancora una volta profondamente diviso: dalle conseguenze degli eventi del 7 ottobre alle esenzioni dalla leva per gli ultraortodossi e alla questione giudiziaria. In altre parole, le solite vecchie argomentazioni.
Tuttavia, la guerra ha in gran parte accantonato tali divisioni.
Secondo un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute, circa l’82% degli israeliani sostiene la campagna, compreso un impressionante 93% degli israeliani di origine ebraica. In Israele, un tale livello di consenso è straordinario. La spiegazione risiede nel modo in cui gli israeliani percepiscono la posta in gioco. Gli israeliani hanno sentito le minacce di Khamenei negli ultimi tre decenni, hanno assistito al suo rafforzamento militare e hanno subito personalmente i colpi inferti dai gruppi terroristici da lui armati e finanziati. Per gli israeliani, la minaccia iraniana è reale, immediata ed esistenziale. Eliminarla, pertanto, trascende le divisioni politiche.
Dall’altra parte dell’oceano, il quadro è ben diverso.
Negli Stati Uniti, l’opinione pubblica sulla guerra è molto più divisa. I sondaggi mostrano un sostegno intorno al 40%, con una netta divisione lungo le linee partitiche. Gli americani che sostengono Trump appoggiano in larga misura la sua campagna; coloro che si oppongono a lui, in genere, non lo fanno. La guerra non ha unificato i due schieramenti; al contrario, ha solo accentuato la polarizzazione. Mentre gli israeliani in generale considerano la guerra una questione di sopravvivenza nazionale, molti americani la vedono come l’ennesimo conflitto lontano in Medio Oriente, i cui obiettivi non sono chiari e che potrebbe avere ripercussioni anche al distributore di benzina. Tale divario di percezione è stato aggravato dall’incapacità dell’amministrazione di inquadrare con successo il confronto con l’Iran come direttamente e immediatamente legato agli interessi di sicurezza americani. Il risultato è una dinamica politica in cui gli israeliani sono in gran parte uniti attorno alla guerra, mentre gli americani restano profondamente divisi al riguardo: una divergenza che potrebbe diventare sempre più significativa se iniziasse a intaccare la permanenza di Washington nel conflitto.
L’Iran aumenta la pressione internazionale per fermare la guerra
Il modo in cui l’Iran ha ampliato il campo di battaglia sparando contro i suoi vicini del Golfo — e oltre — rivela molto sui suoi calcoli strategici. A prima vista, i lanci missilistici di Teheran verso Israele potrebbero sembrare il fronte principale del conflitto. Questi attacchi sono, ovviamente, estremamente destabilizzanti per la vita quotidiana e per l’economia del Paese. E l’Iran lo sa. Teheran sta dimostrando di poter raggiungere Israele direttamente, di poter causare disagi e di poter mantenere la società israeliana in costante stato di allerta. Ma l’Iran sa anche che questi missili non sconfiggeranno Israele né lo costringeranno a chiedere un cessate il fuoco. In questo senso, il fuoco diretto contro Israele è in gran parte simbolico: serio, ma simbolico. Gli attacchi diretti contro gli Emirati Arabi Uniti — che hanno assorbito più missili e droni di Israele — così come contro il Bahrein, l’Arabia Saudita e altri obiettivi nel Golfo, sono di natura ben più strategica. Questi attacchi, oltre a colpire obiettivi diplomatici e militari americani, hanno interessato aeroporti, infrastrutture petrolifere, hotel e altri siti economici civili.
La scelta degli obiettivi rivela una logica chiara.
Il Golfo Persico è il corridoio energetico più sensibile al mondo. Qualsiasi interruzione in quest’area si ripercuote immediatamente sui mercati petroliferi, sulle rotte marittime, sui costi assicurativi e sulle catene di approvvigionamento globali. Secondo i calcoli di Teheran, l’instabilità economica nel Golfo non solo allarmerebbe quei Paesi, ma anche i governi europei e asiatici le cui economie dipendono dai flussi energetici provenienti dalla regione. Con i mercati in subbuglio e i prezzi del petrolio in forte aumento, la pressione internazionale su Trump affinché ponga fine alla guerra potrebbe intensificarsi.
E questa strategia non è affatto fantasiosa.
Considerate queste parole pronunciate martedì dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che comprende la natura della guerra e ne sostiene gli obiettivi. Tuttavia, con l’aumento dei prezzi del petrolio, ha affermato:
«Gli Stati Uniti e Israele sono in guerra contro l’Iran da oltre una settimana. Condividiamo molti dei loro obiettivi. Ma con ogni giorno di guerra, emergono nuovi interrogativi. Siamo particolarmente preoccupati dal fatto che non sembri esserci un piano comune per porre fine a questa guerra in modo rapido e convincente.» L’Iran sta scatenando il caos economico nella speranza che le potenze esterne facciano pressione su Washington affinché si fermi. L’Iran scommette sul fatto che l’allargamento del conflitto sul piano economico si tradurrà in una maggiore influenza diplomatica. Ma questi stessi attacchi potrebbero anche acuire il senso di vulnerabilità condivisa tra gli Stati del Golfo, già diffidenti nei confronti delle ambizioni di Teheran. Questa dinamica potrebbe generare nuovi allineamenti nella regione. Tuttavia, sarebbe prematuro presumere che ciò porterà automaticamente a svolte diplomatiche di vasta portata, come la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. Anche se l’Iran dovesse uscire indebolito dalla guerra, Riad e le altre capitali del Golfo resteranno caute riguardo agli equilibri di potere regionali. I sauditi temono da tempo l’egemonia iraniana nella regione e, come dimostrano gli attacchi iraniani di questa settimana contro alcune delle loro infrastrutture petrolifere, hanno buone ragioni. Tuttavia, è improbabile che desiderino vedere Israele emergere come potenza regionale dominante in modo schiacciante. Eppure, una conclusione sarà difficile da ignorare per i sauditi — o per chiunque altro nella regione — ed è questa: quando si tratta di intelligence a lungo raggio, portata operativa e capacità militare sostenuta, al momento non esiste in Medio Oriente nessun altro attore con la capacità di Israele di proiettare la propria potenza. Questo potrebbe non generare affetto, ma in un quartiere così ostile, il rispetto spesso conta di più, e il rispetto può essere il fondamento di nuove alleanze.
https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-889809
Riflessione sul perché scrivo questi articoli
Rispondendo a molte persone che mi pongono questa domanda, sono solito affermare che il motivo principale risiede nell’estrema difficoltà che vivo nel comprendere pienamente ciò che sta accadendo in questo delicato momento storico. Inoltre, stiamo assistendo anche in questi giorni di conflitto all’esplosione sui social network di immagini e video generati dall’intelligenza artificiale, di video riciclati da vecchi conflitti e perfino di scene tratte da videogiochi, alimentando ovviamente e inevitabilmente la confusione, la propaganda e la disinformazione. Alcuni contenuti falsi hanno raggiunto centinaia di milioni di visualizzazioni nel giro di poche ore, influenzando percezioni, dibattiti politici e opinioni pubbliche in tutto il mondo. In tale complessità, sento un dovere etico di mettere a disposizione la mia esperienza al servizio degli altri, per condividere, interrogarsi e crescere insieme, offrendo una diversa chiave di lettura, attraverso le fonti originali delle notizie, senza manipolazioni e pregiudizi, consentendo a tutte le parti in causa di esprimere la propria visione. Questo, nel rispetto delle opinioni personali del lettore, significa, per me, essere un uomo libero.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


