Il conflitto in Medio Oriente. Aggiornamento 12 marzo 2026

12.03.2026 – 15.30 – Premessa – L’attacco americano – israeliano contro l’Iran continua incessantemente. Sotto il profilo strettamente militare, le forze aeree israeliana ed americane hanno colpito un numero imprecisato di siti militari e degli apparati di sicurezza iraniani nella città di Teheran, un edificio dell’intelligence del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nell’Iran nord-occidentale, e altri numerosi siti dell’IRGC e del Law Enforcement Command (LEC) nella città di Marivan, nella provincia del Kurdistan. In tale contesto, diversi siti americani affermano che dall’analisi delle immagini satellitari disponibili, si evidenziano seri danni alle linee di produzione di combustibile solido del complesso missilistico di Shahroud, danni sensibili ai siti missilistici di Hormozgan Khorgu, Kerman e Darab.

L’Iran ha contemporaneamente continuato a sferrare attacchi missilistici contro gli Emirati Arabi. Tuttavia, le autorità militari degli Emirati hanno dichiarato di aver intercettato 241 dei 262 missili balistici iraniani. Inoltre, due droni iraniani hanno raggiunto aree prossime all’aeroporto internazionale di Dubai, creando forti disagi e il ferimento di alcune persone. Come noto, tale situazione sta riducendo sensibilmente il traffico areo commerciale nell’intera Regione del Golfo. Infine, l’agenzia di stampa di Teheran ha confermato la morte dei seguenti vertici militari iraniani: il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, generale di divisione Abdolrahim Mousavi, il comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRCG), generale di divisione Mohammad Pakpour, il segretario del Consiglio di difesa iraniano Ali Shamkhani e il ministro della difesa iraniano, generale di brigata Aziz Nasirzadeh.

Rapporti completi nei link in descrizione:

https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-evening-special-report-march-11-2026/
https://www.wsj.com/topics/place/iran
https://www.iranintl.com/en/liveblog/202603119917#202603123476 https://www.tasnimnews.ir/en/news/2026/03/11/3538056/iranians-bid-farewell-to-martyred-commanders

Oggi concentreremo la nostra attenzione su tre aspetti, alcuni dei quali non oggetto di grande attenzione da parte dei media:– asseriti febbrili incontri diplomatici diretti a ricercare l’avvio di colloqui tra Teheran e Washington;
– il possibile ruolo degli Houthi nel conflitto in Iran, ascoltando sia la versione israeliana che quelle yemenite e medio orientali;
– uno sguardo al Libano.

Lo faremo, cercando di dare, come sempre, voce a tutti, senza esclusione di alcuno.

Attività diplomatiche dirette a ricercare l’avvio di colloqui tra Teheran e Washington

Il Jerusalem Post, tra gli altri, in data 12 marzo, ha riferito che alti funzionari di Oman, Egitto, Pakistan e Turchia starebbero svolgendo colloqui dietro le quinte con paritetici dirigenti iraniani, nel tentativo di avviare un dialogo con l’amministrazione Trump per raggiungere un accordo, o addirittura un cessate il fuoco. In tale contesto, merita rilevare che nella serata dell’11 marzo sia sui siti ufficiali iraniani che pakistani ed afghani si afferma che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in un post sulla piattaforma social X, aveva testualmente affermato che:

“Parlando con i leader di Russia e Pakistan, ho ribadito l’impegno dell’Iran per la pace nella regione. L’unico modo per porre fine a questa guerra, innescata dal regime sionista e dagli Stati Uniti, è riconoscere i legittimi diritti dell’Iran, il pagamento delle riparazioni e solide garanzie internazionali contro future aggressioni”. Nessuna conferma o commento al momento da Mosca.

Dichiarazioni nei link in descrizione:
https://x.com/drpezeshkian/status/2031794088526168170
https://www.jpost.com/middle-east/article-889678
https://www.pakistantoday.com.pk/2026/03/12/iranian-president-calls-for-reparations-and-guarantees-to-end-conflict

Il possibile ruolo degli Houthi nel conflitto in Iran – analisi israeliana
Yoni Ben Menachem, esperto commentatore diplomatico e di affari arabi per la Radio e Televisione Israeliana, nonché analista senior per il Medio Oriente, ha realizzato un interessante rapporto sulla tematica in esame, che desidero proporvi in ampi stralci. Questa analisi appare assolutamente utile per comprendere la percezione israeliana in merito al possibile futuro ruolo degli Houthi, gruppo armato Ansar Allah sciita zaydita dello Yemen, sostenuto dal regime teocratico iraniano, nell’atroce conflitto in corso.

Il leader del movimento Houthi in Yemen, Abdul-Malik al-Houthi, ha rilasciato una dichiarazione il 4 marzo annunciando la disponibilità del suo movimento a partecipare alla guerra al fianco del regime iraniano. Ha dichiarato che i suoi combattenti “hanno le mani sul grilletto” e che il movimento “agirà ogni volta che le circostanze lo richiederanno”. Lo scontro militare scoppiato il 28 febbraio 2026 tra Iran e Stati Uniti, insieme a Israele, si è gradualmente esteso ad altri fronti in tutto il Medio Oriente. Mentre le milizie alleate con Teheran in Iraq e Libano sono già entrate nel ciclo delle ostilità, la domanda chiave ora è se anche gli Houthi in Yemen si uniranno militarmente allo scontro.

Gli Houthi sono considerati uno degli alleati regionali più importanti dell’Iran e una componente centrale di quello che viene spesso definito “Asse della Resistenza”. Sin dallo scoppio della guerra, la leadership del movimento Houthi ha espresso pieno sostegno a Teheran e ha attribuito a Washington e Gerusalemme la responsabilità dell’escalation regionale. I leader Houthi hanno sottolineato di monitorare attentamente gli sviluppi e di riservarsi il diritto di intervenire in base alle circostanze. Tuttavia, il loro sostegno è rimasto finora in gran parte politico e retorico. Il movimento ha limitato le sue attività a dichiarazioni di solidarietà, campagne informative sui social media e manifestazioni di massa tenutesi a Sana’a, la capitale yemenita.

Nonostante le ripetute dichiarazioni di prontezza e di stato di massima allerta, gli Houthi non hanno ancora annunciato alcuna azione militare diretta collegata alla guerra. Secondo alti funzionari della sicurezza israeliana, l’esitazione della leadership Houthi deriva da diverse considerazioni. Da un lato, il movimento si presenta come parte del campo regionale sostenuto dall’Iran e sottolinea il suo impegno ideologico e politico a sostegno di Teheran nella sua lotta contro Washington e Gerusalemme. Dall’altro, un ampio coinvolgimento militare potrebbe esporre gli Houthi ad attacchi diretti americani e israeliani contro le infrastrutture militari ed economiche che hanno costruito nello Yemen settentrionale, le aree che di fatto controllano.

Vale la pena ricordare che Israele ha condotto un importante attacco contro gli Houthi nello Yemen diversi mesi orsono. L’operazione di “eliminazione mirata” contro la leadership Houthi a Sanaa, nota in Israele come Operazione “Braccio Lungo”, ebbe luogo alla fine di agosto 2025 ed è considerata una delle operazioni israeliane più significative nell’arena yemenita. Secondo quanto riportato, un aereo dell’aeronautica militare israeliana aveva colpito un edificio nella capitale yemenita, dove si stavano incontrando importanti leader Houthi. Tra le vittime figurano il primo ministro del governo Houthi di Sana’a, Ahmed al-Rahawi, insieme a diversi ministri e alti funzionari del movimento. L’attacco si basava su informazioni di intelligence precise raccolte nel corso di un lungo periodo e mirava a danneggiare l’apparato decisionale della leadership Houthi e la sua capacità di gestire la campagna contro Israele.

All’epoca, i funzionari della sicurezza israeliani valutarono che l’operazione aveva inferto un duro colpo alla leadership politica e operativa dell’organizzazione, sebbene non avesse eliminato le sue capacità militari o la sua capacità di continuare a operare contro Israele e i suoi alleati nella regione. Fonti della sicurezza israeliana ritengono ora che, nonostante lo shock iniziale e la pressione politica, gli Houthi mantengano la capacità di condurre operazioni limitate contro avversari strategici, in particolare Israele e i suoi partner del Golfo. I funzionari dell’intelligence americana stimano che gli Houthi stiano attualmente supportando l’Iran indirettamente attraverso assistenza logistica e di intelligence e attività limitate nel Mar Rosso.

Tuttavia, data la situazione sempre più difficile in cui versa il regime iraniano, non si può escludere che presto possano iniziare ad attaccare Israele e gli Stati Uniti nel tentativo di allentare la pressione su Teheran. I funzionari della sicurezza israeliani ritengono che questo sia uno dei motivi per cui la portaerei statunitense USS Gerald R. Ford (CVN-78) si è recata nel Mar Rosso per prepararsi a un potenziale scontro con gli Houthi. I commentatori del Golfo affermano che la difficoltà di mantenere un “totale non coinvolgimento” sta aumentando a causa della dipendenza degli Houthi dall’assistenza iraniana e della pressione interna delle fazioni intransigenti nello Yemen.

Secondo la loro valutazione, se lo scontro con l’Iran dovesse intensificarsi, con ulteriori attacchi da parte di Israele o degli Stati Uniti e una minaccia reale al governo della leadership clericale di Teheran, gli Houthi potrebbero optare per un passo limitato ma serio, come il lancio di missili antinave o l’attacco di obiettivi geograficamente più vicini, in particolare lungo la costa del Mar Rosso o nei porti strategici. In conclusione, secondo le valutazioni israeliane e americane, gli Houthi sono pienamente consapevoli dei gravi colpi militari che l’Iran sta attualmente subendo da Israele e dagli Stati Uniti. A quanto pare, sono rimasti scioccati anche dall’uccisione dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei.

Di conseguenza, si prevede che per ora manterranno una posizione di supporto indiretto, con un rischio limitato di intervento diretto. Qualsiasi decisione di entrare in guerra a pieno titolo dipenderà in larga misura dagli sviluppi interni all’Iran, dalla risposta di Israele e dalla capacità del movimento di mantenere la stabilità interna nei territori sotto il suo controllo nello Yemen settentrionale. Uno scenario che si dice sia al vaglio della leadership Houthi è l’espansione delle operazioni marittime nel Mar Rosso, inclusi attacchi a navi o interessi legati a Israele o ai paesi occidentali.

Un’altra possibilità è il lancio di missili o droni verso obiettivi israeliani, sebbene tale mossa comporterebbe significative sfide operative e tecnologiche. Secondo alti funzionari della sicurezza, la decisione finale degli Houthi potrebbe dipendere anche dagli sviluppi interni all’Iran stesso. Un duro colpo al regime iraniano, una richiesta diretta da parte iraniana di attivare fronti regionali o attacchi deliberati contro i leader Houthi potrebbero accelerare la decisione di entrare in guerra. Per ora, sembra che la leadership degli Houthi stia cercando di bilanciare il suo impegno nei confronti dell’asse iraniano con la necessità di preservare la stabilità del suo governo nello Yemen settentrionale. Tuttavia, potrebbe in ultima analisi seguire la strada di Hezbollah e scatenare una guerra più ampia contro Israele e gli Stati Uniti.

Fonte:
https://jcfa.org/will-the-houthis-in-yemen-join-the-war/

Gli Houthi minacciano un’escalation militare e ribadiscono il sostegno all’Iran
Abdul-Malik al-Houthi, leader del movimento nello Yemen, ha dichiarato recentemente con forza che il suo gruppo si schiera al fianco dell’Iran nel conflitto regionale in corso. In un discorso televisivo trasmesso dai media affiliati agli Houthi, al-Houthi ha affermato che il movimento considera lo scontro che coinvolge l’Iran come una lotta più ampia che interessa l’intera regione. “Saremo sul grilletto in qualsiasi momento se gli sviluppi lo richiederanno”, ha dichiarato, ribadendo che il gruppo resta pronto a intervenire se la situazione dovesse degenerare ulteriormente.

Inoltre, al-Houthi, dopo aver accusato Israele di voler imporre una politica di dominio in tutta la regione, ha affermato che Israele starebbe tentando di espandere la campagna militare individuando nuovi obiettivi e assicurandosi il sostegno finanziario e militare degli alleati regionali. Il leader Houthi ha inoltre criticato diversi Stati arabi del Golfo, accusandoli di dare priorità alla protezione delle basi militari americane nella regione.

Al-Houthi ha anche deriso apertamente gli Stati del Golfo che si sono lamentati presso le Nazioni Unite degli attacchi iraniani sui loro territori durante il conflitto in corso tra Iran, Stati Uniti e Israele. In tale contesto, inoltre, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha riferito che Yahya Saree, portavoce delle forze armate dello Yemen, alcuni giorni orsono ha voluto rivolgersi al popolo iraniano sottolineando la certezza della loro vittoria sul sionismo e sull’arroganza globale guidata dagli Stati Uniti.

“Spezzerete il potere dell’America”, “Opponetevi alle richieste degli Stati Uniti e non cedete la vostra libertà e indipendenza al regime israeliano”, ha affermato Saree, invitando il popolo iraniano all’unità e alla coesione. “I vostri nemici sono uniti nell’ostilità verso la Repubblica Islamica. Opponetevi alle richieste dell’America e non perdete la libertà e l’indipendenza della vostra nazione a favore del regime sionista. Proprio come Dio ha voluto, ciò che è importante è che tutti sappiano che la ragione della vittoria della Rivoluzione islamica all’inizio e della sua continuazione fino ad oggi è che la nazione iraniana ha seguito una guida fedele, saggia e coraggiosa”, ha aggiunto Saree.

Guerra o negoziati: il momento critico del Libano
Desidero proporvi un ampio stralcio di una recente rapporto realizzato da Asrar Chbaro, nota analista sulle questioni medio orientali per diverse testate arabe, perché si tratta di un’analisi lucida e realistica. I numeri di questo conflitto silenzioso in Libano sono impietosi: 816.000 sfollati, 634 persone morte e altre 1.586 ferite.

Asrar Chbaro afferma che: i cittadini libanesi non hanno impiegato molto a rendersi conto che il loro Paese era nuovamente sprofondato nella guerra. Quando Hezbollah ha lanciato razzi contro Israele all’inizio di marzo, la situazione è cambiata rapidamente: i villaggi di confine sono stati bombardati, migliaia di famiglie sono scese in strada in cerca di sicurezza e un’economia già appesantita dalla crisi ha iniziato a vacillare ulteriormente. Il Libano si è ritrovato ancora una volta al centro di un ampio scontro militare dopo che Hezbollah ha aperto un fronte sotto la bandiera del “sostegno” all’Iran. Nel mezzo di questa escalation, è emersa all’interno del Libano una proposta politica senza precedenti: il presidente Joseph Aoun, cristiano maronita, ha chiesto l’avvio di un processo di negoziazione diretta con Israele sotto l’egida internazionale, nel tentativo di fermare la guerra e aprire una finestra verso una soluzione duratura lungo il confine.

Tuttavia, anziché diradare la nebbia, la proposta ha sollevato interrogativi ancora più complessi. È ancora possibile raggiungere un accordo dopo che il Libano è stato trascinato nella fornace della guerra?

Come affronterebbe Hezbollah un percorso negoziale diretto condotto dallo Stato libanese con Israele? E, soprattutto, lo Stato libanese ha effettivamente la capacità di attuare gli impegni che potrebbero derivare da eventuali negoziati?

Un’iniziativa senza precedenti
In Libano, qualsiasi negoziato diretto con Israele è stato a lungo considerato una linea rossa politica. Il presidente Aoun ha rotto con questa tradizione presentando la sua iniziativa politica nel tentativo di fermare la discesa del Paese verso una guerra più ampia. Aoun ha chiesto il sostegno internazionale per un quadro completo che preveda l’istituzione di un cessate il fuoco completo, la fornitura di supporto logistico alle forze armate libanesi e lo schieramento dell’esercito libanese nelle aree di tensione, lavorando al contempo allo smantellamento dei depositi di armi di Hezbollah, secondo le informazioni disponibili.

La proposta prevede anche l’avvio di negoziati diretti tra Libano e Israele sotto il patrocinio internazionale, con l’obiettivo di concordare meccanismi per attuare queste misure e consolidare la stabilità a lungo termine lungo il confine. Il Primo Ministro Nawaf Salam aveva già delineato l’approccio del governo per porre fine alla guerra e affrontarne le ripercussioni politiche, di sicurezza e umanitarie. In un’intervista al quotidiano L’Orient-Le Jour, ha affermato che il Libano era aperto a diverse forme di negoziazione per porre fine al conflitto, insistendo al contempo sul principio di limitare l’uso delle armi all’autorità dello Stato.

Mesi prima, Aoun aveva presentato un’altra iniziativa che non aveva avuto successo. Si basava sulla graduale rimozione delle giustificazioni per lo scontro: Israele si sarebbe ritirato da almeno un punto del territorio libanese, in cambio del pieno controllo da parte dello Stato libanese. Le parti internazionali avrebbero verificato l’attuazione prima di passare alle fasi successive, che avrebbero portato infine a “un accordo finale per porre fine alle ostilità e stabilire accordi di sicurezza permanenti lungo il confine”.

Il dilemma del tempismo
Negli ambienti politici libanesi, il dibattito si è concentrato sulla tempistica della proposta di un percorso negoziale diretto con Israele. Alcuni osservatori sostengono che il Libano avrebbe dovuto proseguire i negoziati prima di scivolare in un’altra guerra. In questo contesto, il parlamentare Ibrahim Mneimneh afferma che il Libano ha raggiunto “una fase estremamente difficile” a causa del ritardo nel limitare l’uso delle armi all’autorità dello Stato.

Mneimneh ha affermato che lo Stato aveva chiesto di monopolizzare le armi quasi un anno e mezzo fa, senza però risolvere la questione. Ha accusato Hezbollah di aver intrapreso manovre significative, che a suo dire hanno portato a un calo della credibilità del Libano sulla scena internazionale. Mneimneh ha anche messo in dubbio la capacità del Libano di assumere impegni seri in qualsiasi negoziato diretto. Ha sostenuto che gli indicatori internazionali non suggeriscono un avvio imminente dei negoziati, data la percezione globale del Libano come uno Stato debole, privo di credibilità e capacità sufficienti.

Il sito di notizie statunitense Axios ha riferito che il governo libanese ha chiesto all’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, di mediare con Israele, affermando che alcuni membri di Hezbollah erano aperti a un accordo. La risposta di Barrack, secondo il rapporto, è stata ferma: la discussione sarebbe stata inutile senza un reale movimento verso il disarmo di Hezbollah. Axios ha anche riferito che il governo israeliano ha respinto categoricamente la proposta, sostenendo che era già troppo tardi, poiché Israele rimane concentrato su un obiettivo primario: eliminare Hezbollah.

Nel frattempo, la Reuters, citando il Financial Times, ha riferito che Israele ha respinto le iniziative diplomatiche proposte dal Libano per fermare l’escalation degli attacchi contro Hezbollah, insistendo sul fatto che i negoziati potevano svolgersi solo “sotto il fuoco nemico”. Secondo il giornale, i colloqui si sono arenati sulla sequenza delle fasi: Beirut ha chiesto un cessate il fuoco prima di tenere qualsiasi incontro, mentre il governo israeliano ha voluto discutere solo della possibilità di un cessate il fuoco.

L’unica opzione
Alcuni osservatori ritengono che i negoziati restino l’unica opzione praticabile, anche se al momento vengono respinti, perché sono l’unica strada in grado di aprire una finestra per porre fine alla guerra. Il dott. Salim Sayegh, parlamentare del partito Kataeb, ha dichiarato ad Alhurra che lo Stato libanese ha effettivamente esitato a proporre l’opzione dei negoziati diretti. Ha sostenuto che questa strada non esiste più, nonostante l’iniziativa proposta dal presidente Joseph Aoun, ma ha comunque chiesto di proseguire gli sforzi diplomatici finché non si vedrà una crepa nel muro di questa guerra.

Sayegh ritiene che il Libano si trovi di fronte a un’equazione complessa che ricorda la classica domanda: cosa è nato prima, l’uovo o la gallina? Israele chiede prima il disarmo, mentre Hezbollah insiste sul ritiro israeliano. Questo lascia il Paese intrappolato in un’equazione quasi impossibile, con lo Stato e il popolo libanesi come vittime ultime. Gli osservatori sottolineano che i negoziati restano indispensabili per porre fine alla guerra, ma la questione non è più solo se i negoziati avranno luogo o meno; la tempistica è ormai importante tanto quanto i negoziati stessi.

Il deputato Nazih Matta, membro del blocco parlamentare “Repubblica Forte”, ha respinto l’idea che sia troppo tardi per proporre negoziati diretti con Israele. “Le guerre finiscono al tavolo dei negoziati”, ha affermato. Matta ha spiegato ad Alhurra che il Libano ha avviato un processo negoziale circa un anno e mezzo fa, nel contesto della guerra, partendo dal presupposto che Hezbollah avrebbe rispettato gli accordi raggiunti. Ma ciò non è accaduto, ha aggiunto, sostenendo che il partito ha finito per trascinare nuovamente il Paese in guerra.

Mettere alla prova la capacità dello Stato
La sfida più grande che si presenta a qualsiasi percorso negoziale non è semplicemente il suo avvio, ma la capacità delle parti coinvolte di attuare gli impegni che ne deriveranno. In questo contesto, torna di attualità la questione di limitare le armi allo Stato e di estendere l’autorità dell’esercito libanese su tutto il territorio. Questo obiettivo è stato perseguito dal governo del Primo Ministro Nawaf Salam nell’ambito dell’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco tra Libano e Israele, sebbene non sia stato ancora pienamente raggiunto.

Matta ha sottolineato che qualsiasi negoziato dovrà seguire il quadro proposto dal presidente. Le priorità del Libano, ha affermato, sono stabilire la sovranità su tutto il territorio e impedire qualsiasi ingerenza nei suoi affari interni, attraverso la creazione di uno Stato pienamente operativo che monopolizzi le armi e rivitalizzi le sue istituzioni. Analogamente, Mneimneh ha sostenuto che il primo passo deve essere il ripristino del controllo dello Stato sulle decisioni militari e di sicurezza.

Ha avvertito che avviare i negoziati da una posizione di debolezza potrebbe costringere il Libano a fare importanti concessioni, soprattutto perché l’apertura del fronte con Israele è stata una decisione presa da Hezbollah mentre lo Stato sembrava incapace di far valere la propria autorità sul campo. Sayegh ha anche espresso preoccupazione per il fatto che il Libano potrebbe alla fine non avere altra scelta se non quella di procedere verso negoziati globali, che definirebbero una tabella di marcia per la pace che affronti gli aspetti di sicurezza, militari, economici e palestinesi.

Il dilemma di Hezbollah
Hezbollah respinge l’idea di negoziati con Israele. Mohammad Raad, capo del blocco parlamentare del partito, ha affermato che oggi il Libano non deve scegliere tra guerra e pace, ma tra la guerra e la resa alle umilianti condizioni che Israele cerca di imporre al governo libanese. Questa posizione solleva interrogativi sulla possibilità di tensioni interne qualora lo Stato libanese procedesse con un negoziato diretto. Matta ritiene che il Paese sia giunto a un momento decisivo: o in Libano ci sarà uno Stato, o non ci sarà.

Pur riconoscendo la possibilità di un’escalation, sostiene che una chiara decisione da parte del presidente, del governo e dell’esercito di rafforzare il ruolo dello Stato impedirebbe i tentativi di far deragliare il processo. Mneimneh, da parte sua, ritiene che tutte le possibilità restino aperte, sottolineando che la reazione di Hezbollah dipenderà probabilmente dalla posizione dell’Iran nei confronti di qualsiasi potenziale percorso negoziale. Sayegh lega il futuro di Hezbollah all’esito della guerra con l’Iran, chiedendosi se il gruppo potrebbe alla fine entrare a far parte di un accordo più ampio.

Aggiunge che Hezbollah ha tentato di indebolire il ruolo dello Stato per presentarsi come un’autorità alternativa o un partner con potere di veto. Un ruolo del genere era possibile in fasi precedenti, ha affermato, come durante la demarcazione del confine marittimo e la definizione della linea di confine terrestre definitiva. Ma oggi l’equazione è cambiata, ha detto, e non c’è più nessuno disposto a concedergli un ruolo simile.

Conclusione
Per riflettere sull’assurdità della guerra, desidero chiudere questo articolo con la celebre frase del poeta libanese Khalil Gibran: “Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola”.

Spingerci a guardare lontano, oltre l’orizzonte.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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