Foibe, il vescovo a Basovizza scuote le coscienze: “Anche noi complici del male”

10.02.2026 – 15.00 – Nel Giorno del Ricordo, Trieste ha commemorato le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata nel luogo che più di ogni altro concentra il peso della storia del confine orientale: il Sacrario della Foiba di Basovizza, monumento nazionale sul Carso. Alla cerimonia ufficiale, promossa dal Comune di Trieste e dal Comitato per i Martiri delle foibe, hanno partecipato autorità civili e militari, associazioni combattentistiche e rappresentanti delle istituzioni, in una giornata che ha richiamato il significato del 10 febbraio, data della firma del Trattato di Pace di Parigi del 1947. Ma a segnare in profondità la commemorazione è stata soprattutto la parola pronunciata durante la celebrazione religiosa. L’omelia del vescovo di Trieste, Enrico Trevisi, ha infatti trasformato il ricordo in un momento di riflessione teologica e morale, sottraendolo a ogni tentazione di ritualità formale o di lettura riduttivamente identitaria. Fin dall’inizio, il vescovo ha chiarito il senso della preghiera: «Siamo qui a pregare per le vittime dell’odio che sono state uccise in queste foibe e in tutte le foibe», ricordando non solo i morti e le loro famiglie, ma «tutte le vittime delle tragedie che le ideologie – nazista, fascista, comunista – hanno causato». Un elenco esplicito, privo di omissioni, che ha collocato la tragedia delle foibe dentro una condanna netta di ogni ideologia che assolutizza se stessa e sacrifica l’uomo.

Il luogo della celebrazione è diventato parte del messaggio. «Non ci troviamo nel tempio fatto da mani d’uomo, ma dentro il Creato, plasmato da Dio», ha osservato Trevisi, sottolineando come questa terra, affidata all’uomo, sia insieme «intrisa di bellezza» e «teatro di crudeltà e tragedie». È in questo contesto che il vescovo ha fatto risuonare la domanda biblica di Salomone: «Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?» (1Re 8,23). Una domanda che non esprime sfiducia in Dio, ma disorientamento dell’uomo di fronte al male. «Talvolta il nostro grido di dolore, che rimane preghiera, ci porta a interrogare Dio di fronte a tutto il male che questa nostra umanità ha compiuto», ha detto il presule, parlando di «vittime innocenti sacrificate alle ideologie più contraddittorie e accecate dalla prepotenza vile». La chiave teologica è chiara: Dio non è assente, ma l’uomo si è allontanato dalla responsabilità affidatagli. Il passaggio centrale dell’omelia è quello in cui Trevisi rifiuta ogni lettura autoassolutoria della storia. «Questo cumulo di male ci vede anche noi complici», ha affermato, spostando lo sguardo dal passato al presente. La violenza, ha spiegato, non nasce improvvisamente, ma segue una progressione inquietante e riconoscibile: «si parte dalle parole con cui si marchiano gli altri con sarcasmo; si prosegue con insinuazioni e sospetti; si cavalcano stereotipi e pregiudizi fino a far diventare l’altro nemico».

È una vera e propria genealogia del conflitto, che conduce alle discriminazioni, alle prime violenze e infine al «rigurgito della guerra». «Questa è la storia di tante terre insanguinate dagli stessi popoli che la abitano», ha ammonito il vescovo, sottolineando come nessuna comunità possa dirsi immune. Nemmeno quelle che si definiscono cristiane. Non a caso, Trevisi ha richiamato il Vangelo di Marco, citando Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mc 7,1ss). Il rischio denunciato è quello di una fede ridotta a tradizione culturale o a identità ideologica, capace di convivere con la violenza. «Potremmo annullare la parola di Dio per scadere in tradizioni-ideologie di uomini che ci portano alla barbarie», ha avvertito. Da qui l’appello alla responsabilità della pace. Legalità, bene comune, dignità di tutti: Trevisi ha insistito sul fatto che il Vangelo chiede di schierarsi «dalla parte delle vittime, dei poveri». E ha ricordato che le vittime delle foibe non sono un’entità astratta: «Ciascuna di esse ha un nome, una famiglia, una comunità che le piange».

Nell’omelia ha trovato spazio anche un riferimento alla dottrina sociale della Chiesa e al valore del diritto internazionale, nato dal diritto romano e rilanciato dalla teologia cattolica: uno strumento imperfetto, ma essenziale, che non può essere distrutto senza aprire la strada all’arbitrio dei più forti. Infine, la parola più esigente: il perdono. Amare il nemico, ha ricordato il vescovo, è il comandamento più difficile del Vangelo, quello che spesso si vorrebbe evitare. Ma senza questo passaggio non esiste pace autentica, né giustizia illuminata da Dio. L’omelia si è conclusa con le Beatitudini«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia. Beati i miti. Beati gli operatori di pace» – e con l’intercessione del beato don Francesco Bonifacio, martire ucciso nel 1946 «per aver servito Dio e amato il suo popolo, libero da ogni ideologia». Nel silenzio del Carso, davanti alla foiba, il Giorno del Ricordo è diventato così qualcosa di più di una commemorazione: un giudizio sulla storia e, insieme, un appello al presente. Perché la memoria, come ha ricordato il vescovo Trevisi, non serve a dividere, ma a impedire che il male, lentamente, ricominci.

[f.v.]

Giorno del Ricordo, Trieste rende omaggio alle vittime delle foibe: ministri e autorità alla cerimonia di Basovizza

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