Groenlandia, la guerra silenziosa del ghiaccio: perché tutti la vogliono

20.01.2026 – 9.15 – Premessa – In questi giorni di inverno abbiamo assistito, accanto a tragedie immense, anche a eventi e dichiarazioni tra il risibile e l’inverosimile in merito alla tematica Groenlandia. Grandi titoli: “Paesi europei inviano truppe in Groenlandia”. “Difendiamo la Danimarca”. “Truppe NATO in Danimarca. Possibile invasione americana”. Invio di truppe… in realtà stiamo parlando di poche unità simboliche, alcune delle quali già rientrate in patria, senza tuttavia specificare contro chi e per che cosa. Contro la tracotanza degli USA, ci siamo detti. Truppe NATO contro gli Stati Uniti: un paradosso, ovviamente. “Violato il diritto internazionale”, si urla a gran voce, forse tra ingenuità e utopia, e molto, molto altro. Spesso, tuttavia, il tutto risulta tristemente a uso e consumo del mercato politico interno. Mi chiedo da tempo, senza alcun successo invero, perché ci si ostini a parlare senza conoscere. Se qualcuno si fosse concesso anche solo dieci minuti per il piacere di consultare alcuni libri di storia, si sarebbe accorto non solo che la tematica non è nuova, ma anche che il problema continua da molti anni a essere presente nelle agende dei presidenti americani, nessuno escluso.

Brevemente, merita evidenziare che la Groenlandia, con una superficie di oltre due milioni di chilometri quadrati, per l’80 per cento coperti dai ghiacci, è l’isola più grande del mondo. Quasi il 90 per cento della popolazione, stimata in circa 57 mila abitanti, è costituita dall’etnia inuit, presente da secoli prima dell’arrivo degli europei, e parla la lingua groenlandese. Ricordiamo che gli Stati Uniti da tempo dispongono in Groenlandia di importanti basi militari e che, durante l’occupazione nazista della Danimarca nella Seconda guerra mondiale, la Groenlandia divenne de facto un protettorato americano.

Incredibile, vero?

Un passo indietro per comprendere

La nota rivista Osservatorio Artico ha recentemente ricordato che, nell’aprile del 1940, dopo l’occupazione nazista della Danimarca, i governatori danesi della Groenlandia, Eske Brun e Axel Svane, dichiararono l’isola temporaneamente indipendente dalla Danimarca, onde evitare pericolose ingerenze di Berlino. In collaborazione con Henrik Kauffmann, allora ambasciatore danese a Washington, instaurarono un dialogo con gli Stati Uniti affinché assicurassero rifornimenti — fondamentali per la Groenlandia, già allora pesantemente dipendente dalle importazioni danesi — e protezione da possibili invasioni tedesche. Il 9 aprile 1941 venne così siglato l’“Accordo sulla difesa della Groenlandia”, con cui l’isola divenne un protettorato de facto degli Stati Uniti. Washington ottenne in cambio il permesso di costruire basi militari sul territorio, concessione che in origine sarebbe dovuta cessare con il venir meno della minaccia tedesca, ma che si è invece protratta fino a oggi.

Gli Stati Uniti erano da tempo consapevoli dell’importanza strategica del territorio groenlandese. Ricordiamo, solo a titolo esemplificativo, che proprio dalla base militare di Narsarsuaq, nel sud dell’isola, furono elaborate dalle forze statunitensi previsioni meteorologiche fondamentali per l’avvio dello sbarco in Normandia. Merita inoltre evidenziare che già nel 1867 gli USA, durante la presidenza di Andrew Johnson, leader dell’allora Partito democratico, avevano acquistato l’Alaska dalla Russia. Pertanto, già nell’ottica geostrategica americana di allora, l’acquisizione della Groenlandia avrebbe completato una sorta di “barriera naturale” tra il territorio nordamericano e l’Europa. Infine, il governo americano considerava l’isola soggetta alla dottrina Monroe, ritenendo, in tale ottica, quantomeno problematica qualunque possibile ingerenza straniera sul territorio.

Nel 1946, infatti, verso la fine del conflitto mondiale, il presidente americano Harry Truman offrì invano alla Danimarca 100 milioni di dollari in lingotti d’oro per l’acquisto del territorio groenlandese. Gli Stati Uniti, inoltre, non hanno mai abbandonato l’isola, sia sotto il profilo militare sia sotto quello geostrategico. La discussione, pertanto, negli apparati americani non riguarda tanto se la Groenlandia sia una priorità, quanto piuttosto se sia sufficiente l’attuale controllo militare totale sulla grande isola o se sia necessario acquisirla anche de iure. D’altra parte, la storica olandese Ruth Oldenziel descrive queste dinamiche geostrategiche come island techno-politics: strategie di espansionismo condotte dalle grandi potenze, nessuna esclusa, attraverso la cooperazione militare.

Infine, merita ricordare che, malgrado l’accordo iniziale prevedesse l’abbandono delle basi militari al termine della minaccia tedesca, il 27 aprile 1951 il governo danese “decise” di ratificare un nuovo accordo per la difesa della Groenlandia, questa volta in chiave antisovietica. La Danimarca accettò pertanto la costruzione e il mantenimento della nuova imponente base militare americana di Thule, posta da Washington come condizione sine qua non per l’ingresso di Copenaghen nella NATO.

La Groenlandia, crocevia della conquista dell’Artico e… molto di più

Per l’amministrazione americana, come detto, non certo da oggi, controllare la Groenlandia rappresenta oggettivamente una questione strategica di sicurezza nazionale, facilmente comprensibile sia in relazione alla gestione dell’Artico sia rispetto a possibili future infiltrazioni russe e cinesi nell’isola di ghiaccio. Tuttavia, ad onor del vero, non possiamo dimenticare che la Groenlandia possiede importanti riserve di terre rare, il cui controllo strategico mondiale è attualmente detenuto dalla Cina, oltre a significativi giacimenti minerari di ferro, rame, piombo, diamanti, oro, uranio, rubini e zaffiri rosa. Nel 2023, inoltre, un rapporto dell’Unione europea affermava che in Groenlandia è possibile estrarre con relativa facilità grandi quantità di minerali strategici, oggi molto ricercati, come litio e tantalio. Nel 2024 la Danimarca, come ricordava un anno fa la giornalista svizzera Brigitte Wenger, ha deciso di offrire per la prima volta un addestramento militare ai giovani groenlandesi. Alla base di tale scelta, altamente costosa, vi sarebbe stato l’interesse a mantenere ancorata a sé la “preziosa e ricca colonia di ghiaccio”.

Colonia?

Certamente, perché di questo stiamo parlando. Non dimentichiamolo: della colonia danese nell’Artico. Ricordiamo infine che nel 2019 il capo del governo danese respinse con forza un’offerta di acquisto americana, affermando che l’isola non era in vendita. Secondo diversi analisti internazionali, la Danimarca ha quindi dovuto investire nel rapporto con l’isola. Nel 2020 il Ministero della Difesa danese ha inviato nella capitale Nuuk un consigliere permanente, con sede nello stesso edificio sul quale sventola la bandiera degli Stati Uniti. Nella primavera del 2024 anche l’Unione europea, di cui la Groenlandia non fa parte, ha aperto un ufficio a Nuuk. La Danimarca ha inoltre recentemente impedito alla Cina di partecipare alla costruzione di due nuovi aeroporti, presentando un’offerta “migliore”.

Infine, leggendo l’articolo completo della giornalista svizzera Brigitte Wenger durante la sua permanenza in Groenlandia, è sembrato di ascoltare resoconti antichi delle colonie europee in Africa. Questo breve stralcio desidero proporvelo perché potrebbe aiutarci a comprendere meglio la situazione attuale: “Agli occhi dei groenlandesi, i danesi che arrivano con le loro navi da guerra e senza parlare la loro lingua per poi riandarsene devono sembrare una sorta di neocolonialisti. Per questo gli elicotteri danesi del comando artico hanno il logo groenlandese. Essere accettati è il vero motivo per cui i danesi vogliono più groenlandesi nell’esercito. Naturalmente vogliono anche far vedere quanto sono generosi e quanto i groenlandesi possano ricavarne dei vantaggi. Le concessioni danesi sull’autonomia della Groenlandia sono anche un modo per cercare di salvare una relazione privilegiata. L’isola riceve ogni anno dal regno circa 530 milioni di euro. E l’Unione europea, di cui la Danimarca fa parte, dal 2021 al 2027 sosterrà la Groenlandia con 225 milioni di euro, principalmente per l’istruzione. Per la Danimarca il gioco vale la candela. La Groenlandia è cruciale perché rappresenta l’accesso all’Artico, alle risorse del sottosuolo, alle rotte marittime e al turismo, afferma il ricercatore militare danese Søby Kristensen, ma la Groenlandia è importante anche perché è importante per gli Stati Uniti.”

Articolo completo in italiano nel link in descrizione:
https://www.internazionale.it/magazine/brigitte-wenger/2025/01/30/tutti-vogliono-la-groenlandia

Conclusione – Ho voluto evitare di raccontare gli effetti delle minacce americane su possibili dazi aggiuntivi contro alcuni bellicosi europei, partiti — come ben sappiamo — a difendere l’isola di ghiaccio e ora mestamente sulla via del ritorno a casa. Da Bruxelles ascoltiamo dichiarazioni ambigue, accuse a Washington e, contemporaneamente, scuse non richieste agli Stati Uniti: alcune concilianti, altre insofferenti.

Berlino e Londra appaiono silenti, mentre Parigi urla, minacciando l’uscita dalla NATO.

Una grande confusione.

Forse non possiamo definirci sudditi degli Stati Uniti, ma il termine latino clientes appare amaramente perfettamente calzante. Emerge tuttavia in tutta la sua fragilità una linea politica europea incredibilmente incerta, schiacciata da tutti, marginale sulla scena internazionale e incapace di proiettare una visione comune. Forse è giunto il momento di riflettere, per avviare la costruzione di un’Europa diversa, politica e non soltanto economica e finanziaria, nella quale al centro siano poste le persone e il loro futuro, in una prospettiva di pace, equidistante dai nuovi blocchi che si stanno delineando in un mondo in rapido e incerto cambiamento. Un tale progetto di ricostruzione presuppone la realizzazione di nuovi pilastri, quali il rispetto e il riconoscimento dell’altro, elementi fondamentali per cementare una visione comune del futuro, in una possibile e auspicabile identità condivisa di valori. Non si possono costruire alleanze di pace in assenza di rispetto e riconoscimento dell’altro.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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