12.01.2026 – 07.00 – Le maschere col quale nascondere la propria vera natura, il rifiuto del materialismo, il crollo di un’identità fragile. La critica continua a considerare Pirandello un autore attuale e, a distanza di cent’anni esatti dalla prima edizione di ‘Uno, nessuno e centomila‘, quest’ultima opera sembra configurarsi come la narrazione che meglio incarna molte delle contraddizioni odierne, specie relative allo sfaldamento dell’identità. Pirandello iniziò a scriverlo ancora nel 1909, poi lo pubblicò a puntate nel 1925 sulla rivista La Fiera Letteraria e infine, in volume, proprio il 12 gennaio 1926, un secolo fa. La “sintesi completa di tutto ciò che ho fatto e la sorgente di quello che farò” intreccia molteplici elementi, tutti accomunati da un’esasperata ricerca di spiritualismo; oggigiorno però colpisce soprattutto la fragilità iniziale di Vitangelo Moscarda, il protagonista la cui decostruzione mentale e identitaria inizia con la scoperta d’un banale difetto fisico, il naso che “pende verso destra” e il rifiuto dell’appellativo cucito su di lui dalla moglie, ‘Gengè’.
Ma come fu recepito all’epoca ‘Uno, nessuno e centomila’ dal pubblico triestino? Pirandello era considerato (e in effetti era) un autore soprattutto di teatro e pertanto la compagnia Pirandelliana è di casa sui giornali giuliani del 1926.
Lo scrittore era all’epoca popolare tanto tra il pubblico quanto tra la critica: lo storico triestino Giulio Caprin dedicò alla sua figura una conferenza al Circolo di studi di Ginevra, in Svizzera; sempre il triestino Vittorio Tranquilli lo tradusse per il mercato tedesco nella Boemia all’epoca Cecoslovacchia, specificatamente con un articolo per la Prager Presse; e il prof. Ferdinando Pasini lo lodò come “autore prefascista”, insegnandolo per i “corsi fascisti di cultura”. Pertanto Pirandello a Trieste, nel 1926, era presente tanto sotto le vesti di un autore risorgimentale come Caprin, quanto mitteleuropeo con la traduzione giornalistica di Tranquilli e persino come un autore “fascista prima che esistesse il fascismo” secondo Pasini. A dire il vero persino il cronista dell’epoca ammetteva come fosse difficile parlare di un “Fascismo pirandelliano”, scrivendo che “L’adesione di Luigi Pirandello al Fascismo venne accolta da molti con una certa incredulità e venne molto discussa, perché il Pirandello non aveva mai avuto un passato politico…”.
Pirandello frequentò nel 1926 Trieste soprattutto tramite la propria Compagnia: tra la fine di novembre e la prima metà di dicembre presentò infatti la novità di ‘Due in una‘, una ‘Commedia in tre atti‘, oltre ad alcuni classici quali ‘Così è se vi pare‘ e ‘Sei personaggi in cerca d’autore‘.
“Tra pochi giorni inizierà le sue recite la compagnia di Luigi Pirandello che ha per prima attrice Marta Abba…” scrivevano i giornali triestini, specificando che “la signorina Abba che recitò sulle scene del Verdi alcuni anni or sono, facendosi notare specialmente nell’interpretazione del Gabbiano di Cecof, sotto la severa disciplina di Pirandello pare sia diventata un’attrice completa”.
Pirandello discusse anche del progetto, col regime, di un “teatro di stato” dove “Gli artisti vanno assistiti e tutelati. Devono poter vivere per l’arte loro, con le prove assidue, con lo studio, senza la preoccupazione del continuo vagabondare…”.
La Compagnia Pirandello si spostò poi a Pola e Fiume, ma non prima che Pirandello ricevesse dal Commissario del Verdi “l’omaggio di una artistica targa d’argento con dedica”.
[z.s.]


