Il premio Fifa a Trump, i judoka russi e la diplomazia del ping pong

06.12.2025 – 13.30 – Il presidente statunitense Donald Trump ha vinto il premio Fifa per la pace. E la Federazione internazionale di judo ha annunciato il pieno e immediato reintegro degli atleti russi, con tanto di inno e bandiera nazionali: è la prima organizzazione olimpica a farlo. Se paragonate alla diplomazia del ping pong culminata nel 1972 con la visita di Richard Nixon in Cina, queste scelte sportive potrebbero raccontare qualcosa sull’attuale clima geopolitico. Forse più di quanto lo facciano le dichiarazioni ufficiali dei leader politici, condizionate dalla nuova fase in cui sono entrate le trattative per la risoluzione del conflitto russo-ucraino avviate dal presidente Trump, in una complessa e delicata dialettica che oltre agli Stati Uniti vede interagire anche Ucraina, Federazione Russa, Unione Europea e Nato. La notizia su Trump è uscita ieri, 5 dicembre. “Questo è davvero uno dei grandi onori della mia vita”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, mentre riceveva il premio Fifa per la pace in occasione dell’estrazione della Coppa del Mondo 2026, che sarà co-ospitata da Canada, Messico e Stati Uniti, per la prima volta con 48 squadre invece di 32. “Voglio solo ringraziare tutti, il mondo è un posto più sicuro ora”, ha chiosato Trump. Dal canto suo l’organizzazione mondiale del calcio aveva annunciato un mese fa, il 5 novembre, che avrebbe assegnato un premio a persone “che hanno intrapreso azioni eccezionali e straordinarie per la pace”. È una decisione storica anche quella annunciata dalla Federazione internazionale di judo (Ijf) questo 27 novembre, la scorsa settimana, in un comunicato stampa intitolato Sport: l’ultimo ponte per la pace e la riconciliazione. Il judo è lo sport d’elezione del presidente russo Vladimir Putin. È stato presidente onorario della stessa Federazione internazionale dal 2008 all’avvio dell’operazione militare russa in Ucraina nel 2022, che segnò la sua sospensione dal ruolo. Il presidente Putin è cintura nera di judo con l’ottavo dan, uno dei più alti gradi esistenti in questa disciplina marziale. E adesso si legge nella nota Ijf: “Storicamente la Russia è in primo piano nel judo mondiale. Il suo ritorno arricchirà a tutti i livelli la competizione, nel rispetto di equità, inclusività, rispetto, assenza di discriminazioni. Principi che sono al contempo del judo, olimpici e dello sport. Lo sport è l’ultimo ponte che unisce persone e nazioni in situazioni di conflitto molto difficili. Gli atleti non hanno responsabilità per le decisioni dei governi o altre istituzioni ed è nostro dovere proteggerli. Lo sport deve restare neutrale, indipendente e libero da influenze politiche. Il judo radicato nei valori di pace, unità e amicizia, non può permettersi di diventare una piattaforma di agende geopolitiche”. La decisione della Ijf arriva dopo esclusioni generalizzate e clamorose imposte ai cittadini russi a partire dal 2022, anno dell’ingresso della Russia nel conflitto in Ucraina. Le limitazioni hanno colpito financo le persone con disabilità e gli animali. Nello stesso 2022 il Comitato paralimpico internazionale (Ipc) rifiutò di iscrivere gli atleti russi e bielorussi ai Giochi paralimpici invernali di Pechino. Nello stesso anno la Federazione internazionale felina (Fife) vietò la partecipazione di gatti russi alle esposizioni internazionali. A partire da allora, in questi ormai quasi quattro anni di guerra, le organizzazioni sportive internazionali hanno seguito due tendenze principali: quella di continuare appunto a escludere i russi o, in alternativa, farli gareggiare sotto vesti neutrali. Come se fossero degli apolidi: niente simboli né bandiera né inno. Ci sono state poi anche le esclusioni per così dire “verbali”. Quest’estate la Federazione internazionale degli sport universitari (Fisu) ai nuotatori russi aveva fatto divieto di comunicare con i giornalisti durante i Giochi universitari mondiali in Germania, come dichiarato dall’Ufficio stampa della stessa Fisu all’agenzia di stampa russa Tass: “Poiché la Fisu segue sempre le regole delle federazioni internazionali, i nuotatori russi e bielorussi con uno status neutrale non saranno in grado di comunicare con i media ai Giochi universitari mondiali nella Ruhr nel 2025”. A partire da questo 28 novembre, la scorsa settimana, i judoka possono invece tornare a competere con la distinzione vessilli nazionali. Il presidente della Federazione russa di judo Sergey Soloveitchik ha reagito: “Siamo lieti che il judo internazionale sia stato il primo a prendere questa decisione storica, rimanendo fedele ai valori dell’umanesimo, dimostrando la sua capacità di agire per il bene comune”. Questi due fatti di attualità, il premio Fifa a Trump e il reintegro dei russi nel judo mondiale, fanno pensare al fenomeno storico della cosiddetta diplomazia del ping pong. In Occidente si tende a pensare alla Guerra fredda come a una contrapposizione tra Washington e Mosca con l’Europa in mezzo. Fu in verità un fenomeno più ampio che, complice la competizione tra capitalismo e comunismo, dopo la Seconda guerra mondiale vide congelarsi anche i rapporti tra gli Stati Uniti e la Cina: potenze fino a pochi anni prima alleate, contro l’asse Tokyo-Roma-Berlino. In questo contesto nel 1971 la squadra di ping pong statunitense, che si trovava in trasferta in Giappone per il Campionato mondiale di Tennis Tavolo, fu invitata dall’omologa squadra sportiva cinese a visitare la Repubblica Popolare. Nel giro di pochi giorni i campioni di ping pong e i giornalisti al loro seguito divennero alcuni dei primi cittadini statunitensi a mettere piede a Pechino dopo la presa del potere da parte del Partito comunista di Mao Zedong nel 1949. CI furono delle eccezioni, tra il 1949 e il 1971, ma imparagonabili al viaggio dei campioni di ping pong in termini di riscontro mediatico e sociale. In un’epoca in cui non esistevano i social, i contatti umani tra gli atleti statunitensi e cinesi furono seguiti in maniera appassionata dai media tradizionali, come un esempio di un superamento di barriere politiche e culturali che risultava impensabile fino a poco tempo prima. Tanto che questi scambi aprirono la strada al viaggio del presidente americano Richard Nixon in Cina nel 1972. Fu la prima visita di un inquilino della Casa Bianca nel Paese del Dragone e fu ricambiata da un delegato cinese negli Stati Uniti a stretto giro. Ciò segnò l’avvio della normalizzazione dei rapporti tra le due Nazioni. La diplomazia dello sport riuscì laddove il linguaggio della politica prima non aveva osato avventurarsi.

[l.g.]

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