GO!2025 tutto spettacolo, poca visione. Così il confine è rimasto un confine

06.12.2025 – 8.15 – GO!2025 si è aperto l’8 febbraio. Una data scelta con cura, non dal calendario ma dalla storia: l’8 febbraio è il giorno in cui nasce Giuseppe Ungaretti e in cui muore France Prešeren, due poeti che non si sono mai conosciuti, ma che in quell’incrocio hanno fatto simbolicamente ciò che la politica sogna da decenni e la cultura prova da secoli: unire. Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto, figlio di confini, capace di comprimere un mondo in tre righe. Prešeren, padre della lingua poetica slovena, simbolo nazionale e spirituale. Che l’inaugurazione della Capitale della Cultura transfrontaliera avvenisse nel giorno in cui un poeta nasce e un poeta muore era, per una volta, non retorica ma intuizione: il confine della vita e quello della morte, il confine tra due lingue, tra due città, tra due storie. Era una chiave di lettura potentissima, quasi irripetibile. Quel giorno c’erano cortei, bande, autorità, artisti e televisioni. Si attraversava il piazzale della stazione di Gorizia e si finiva nel cuore di Nova Gorica. Millecinquecento persone, raccontano le cronache, come se per un pomeriggio la frontiera non fosse mai esistita. Sarebbe stato il momento giusto per iniziare veramente qualcosa, non per celebrare l’inizio. L’inaugurazione, così pensata, aveva la forza del gesto simbolico: dire che la parola pesa più dei reticolati, che due culture possono riconoscersi nella poesia prima che nelle delibere.

Poi è venuto il calendario, sterminato. Mostre, festival, installazioni, appuntamenti culturali, incontri con artisti, concerti. Si sono contati più di cento progetti e centinaia di eventi. Sembrava che ogni giorno dovesse accadere qualcosa, e in effetti è accaduto: si è costruita un’atmosfera, un’attenzione, una narrazione. Ma la narrazione è durata quanto dura una stagione. E qui il nodo è triste: si è pensato che bastasse raccontare, non radicare. C’è stato entusiasmo, certo. C’erano titoli sui giornali che parlavano di confine trasformato in ponte, di Europa finalmente concreta. C’erano inaugurazioni di spazi culturali, discorsi ufficiali, firme e protocolli. Sembrava tutto nel verso giusto. Ma la cultura, quando è autentica, non ha verso. Ha direzioni e strutture. E strutture non se ne vedono molte, oggi che l’anno è finito e il testimone è passato ad altre città d’Europa.

È rimasto il vizio antico: confondere l’immagine con il risultato. L’immagine è la folla che applaude il giorno dell’apertura, la luce che illumina piazza Transalpina, le autorità che sorridono davanti ai fotografi. Il risultato, invece, è quello che trovi il giorno dopo, quando apri gli uffici e ti chiedi chi prosegue, con quali fondi, con quale responsabilità, con quale idea. Qui — adesso che è suonata la campanella della chiusura il 5 dicembre — resta una vaga promessa, non un programma. L’8 febbraio, nella scelta di Ungaretti e Prešeren, c’era l’idea giusta: usare la cultura come linguaggio di un confine che si supera in silenzio, con precisione, con pazienza. Ungaretti non ha mai creduto nella parola evento”. Era un poeta di sottrazione, di essenzialità. Avrebbe guardato questo proliferare di manifestazioni con sospetto. Prešeren, che ha reso la lingua slovena adulta, avrebbe chiesto alla politica un orizzonte, non una vetrina. Ed ecco l’occasione perduta: avere a disposizione l’intelligenza simbolica della data e non averla tradotta in una scelta concreta di metodo.

Il 2025 passerà come passano le fiere, le esposizioni universali, gli anniversari. La memoria collettiva parlerà di un anno “ricco di eventi”, che è la formula di chi non ha il coraggio di dire che dopo non è cambiato molto. La speranza era vedere nascere qualcosa che resistesse alla prossima riunione, alla prossima amministrazione, alla prossima crisi. Un centro vero, un progetto transfrontaliero stabile, una struttura con bilancio e personale. Qualcosa che dicesse: qui si lavora insieme anche quando non c’è l’Europa a controllare. Invece resteranno i ricordi, le foto e i comunicati. E chissà, un giorno qualcuno dirà: “Peccato, c’era un’occasione”. Sarà tardi. Perché le occasioni, a differenza dei bandi europei, non si ripresentano. Nascono e muoiono come i poeti: in silenzio, in una data che dice tutto. Ma senza un progetto che vada oltre, restano solo due nomi sul calendario e un confine che non ha imparato davvero a diventare futuro.

[f.v.]

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