06.12.2025 – 09.38 – La situazione demografica attuale porta con sé il problema di dover mantenere un PIL costante a fronte di un sempre maggior numero di pensionati. Diverse azioni possono essere intraprese per tentare di raggiungere questo risultato. Una di queste è aumentare il numero di occupati. Tra le categorie che possono essere maggiormente coinvolte nel mercato del lavoro un’attenzione particolare la meritano i giovani. La questione centrale non è solo cercare di diminuire al minimo la disoccupazione giovanile, ma anche tentare di attrarre i giovani da altri paesi, in particolare quelli europei.
I dati mostrano che l’Italia presenta un tasso di disoccupazione giovanile (15-25 anni) del 19,3% (dato 2024), valore che si attesta ben al di sopra della media dell’Unione Europea (14,8%). Il Friuli-Venezia Giulia si posiziona quinto tra le regioni italiane, con un tasso di disoccupazione giovanile pari a 11,3%. Positivo è il fatto che questi valori hanno subito un calo rilevante; infatti, il tasso di disoccupazione giovanile nazionale una decina di anni fa era di 40,3%: in nove anni si è più che dimezzato. Tra i fattori che hanno aiutato, oltre a una generale ripresa dell’economia, troviamo anche l’avvio di una legislazione orientata all’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro (il Jobs Act e gli sgravi contributivi). Un buon punto di partenza, ma siamo ben lontano dal poterci ritenere soddisfatti. È importante continuare ad agire per cercare di diminuire ulteriormente questo valore.
Partiamo da una considerazione: all’interno dell’UE, dove i confini fra i diversi paesi non rappresentano più una barriera per i giovani che decidono di trasferirsi, l’unica discriminante sono le diverse condizioni di vita e di lavoro. Ciò significa che i giovani, laureati e non, decidono di emigrare dal proprio paese di origine quando sanno di poter migliorare la qualità della propria posizione lavorativa, che, come conseguenza diretta, comporta un miglioramento nelle condizioni di vita. Secondo l’OCSE la qualità del lavoro è influenzata principalmente da tre fattori: guadagno, sicurezza del mercato del lavoro e ambiente lavorativo. Riguardo al primo ambito, viene specificato che non si tratta solo del livello di stipendio, ma anche della relativa distribuzione: delle ricerche hanno rivelato che le persone dimostrano avversione quando c’è un’elevata disuguaglianza all’interno della società. La sicurezza del mercato del lavoro invece, si riferisce alla possibilità di diminuire il rischio di essere disoccupati. Sembra che la soddisfazione generale della vita sia influenzata maggiormente da un rischio elevato di essere disoccupati piuttosto che dall’effetto diretto di essere disoccupati. Infine, l’ultimo elemento si riferisce a una serie di aspetti non economici quali la natura e il contenuto del lavoro, l’orario di lavoro, le relazioni con i colleghi e le opportunità di formazione. A tal riguardo l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile riporta che: “Secondo il nuovo report Gallup, solo il 6% dei lavoratori italiani si sente coinvolto, contro una media europea del 13% e globale del 21%. Stress e scarsa soddisfazione frenano la crescita […]”.
Date queste premesse, è necessario trovare un modo concreto per raggiungere lo status di paese che attrae i giovani e non più un paese dal quale i giovani scappano. Sicuramente un nodo da sciogliere per poter poi attuare delle azioni significative è rendere più efficaci e più snelli i Centri per l’Impiego, così che possano svolgere l’attività di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Infatti, nella quotidianità del contesto italiano, il passaparola continua ad avere un ruolo davvero rilevante come fonte di informazione sull’offerta e sulla domanda di lavoro. Ma sul passaparola non si può intervenire. Inoltre, è un elemento direttamente dipendente dalle condizioni sociodemografiche, che si distinguono in modo significativo tra le diverse aree d’Italia. Quindi migliorare il ruolo dei CPI potrebbe essere il punto di partenza in cui investire per attuare, in futuro, un programma che possa avere risultati più concreti. Oltre a questo, è necessario che le imprese si impegnino attivamente nell’offerta di posti di lavoro che siano sempre più in linea con gli elementi considerati dall’OCSE nella misurazione della qualità del lavoro.
L’occupazione giovanile deve raggiungere livelli migliori, se non altro perché è un’ottima soluzione a una quasi irreparabile condizione demografica. Deve esserci la voglia di vivere e lavorare in Italia. Non basta contare sulle condizioni climatiche miti o sulla ricchezza architettonica e paesaggistica del paese. La qualità del lavoro per i giovani è essenziale e per questo deve essere centrale nelle scelte di investimento di imprese e Stato. Ma ancora più importante è riuscire a trovare l’opportunità lavorativa più adatta al proprio percorso di studio, ai propri interessi e alle proprie capacità. L’efficientamento dei CPI è un passaggio cruciale per raggiungere questi obiettivi.
[m.z.]


