È un successo il ritorno di Nabucco al Teatro Verdi di Trieste

24.03.2024 – 10:00 – Nabucco torna al Teatro Verdi di Trieste e lo fa con un sold out. Se ne capiscono le ragioni, considerato che il primo successo di Verdi resta un titolo di grande richiamo e visto il calibro dei nomi in locandina, buon indicatore del processo di rinascita inaugurato dal teatro triestino nell’ultimo periodo dopo anni davvero difficili. In quest’ottica anche il ritorno di Daniel Oren sul podio dell’orchestra di casa, in splendida forma, assicura coesione, tenuta e un bel furore barricadiero. Si sente poi, in ogni prova di Oren, una visione d’insieme che va dalla distribuzione del cast, sempre assemblati a privilegiare voci di un certo peso, fino al lavoro di cesello nei chiaroscuri e nelle dinamiche del canto. Lavoro che viene recepito con diversi gradi di compliance caso per caso, ma che è sempre ben evidente almeno nelle intenzioni e nel modo in cui l’orchestra detta e accompagna il palco.

È in tal senso maiuscola la prova del protagonista, Roman Burdenko, che ha voce sana e ampia ma non di meno ben plasmata in un canto vario che non trascura la sfumatura e la mezzavoce, soprattutto a partire dal terz’atto. Più monolitica, ancorché solidissima, Maria José Siri, la quale ha una canna d’acciaio e regge senza colpo ferire la tremenda scrittura di Abigaille. Sorprende infatti che nel finale il soprano sia sparito dalla scena – pare per un’improvvisa indisposizione – lasciando il posto alla cover, Olga Maslova, che si è presentata alla ribalta finale, senza alcun annuncio ufficiale.

È più ordinario Rafał Siwek, Zaccaria, anch’egli chiamato a destreggiarsi in una delle parti più impervie che Verdi abbia steso per la corda di basso, così com’è più che positiva la prova di Carlo Ventre, uno squillante Ismaele. La Fenena di Elmina Hasan è un’ulteriore conferma di un ufficio casting che ha ripreso a funzionare a dovere: giovane, voce di timbro prezioso e gran classe nel porgere; non è difficile preverdere per lei una brillante carriera. È altresì positivo il contributo delle parti di fianco, da Elisabetta Zizzo, un vero e proprio lusso per il personaggio di Anna, al possente Sacerdote di Belo di Cristian Saitta, così come è sempre una sicurezza Christian Collia, Abdallo.

Resta da dire dello spettacolo firmato da Giancarlo del Monaco, che non convince. L’idea portante, in vero tutt’altro che fresca, regge sullo spostamento della vicenda dall’antica Babilonia all’Italia risorgimentale, che cerca di svincolarsi dal dominio asburgico. I problemi tuttavia sono due. Il primo è che il dato politico nell’opera è marginale rispetto al conflitto etnico-religioso e la trasposizione adottata non lo accentua né lo magnifica, ma si limita a modificare la cornice di una vicenda che per il resto prosegue come in qualsiasi Nabucco di tradizione. Il secondo è prettamente tecnico. È vero che Nabucco, come la gran parte del repertorio del primo Ottocento, pone delle sfide quasi insormontabili per un regista, proprio per la struttura stessa a numeri chiusi e per la staticità intrinseca di molti degli stessi, ma lo spettacolo sembra sforzarsi ben poco di smuovere questo immobilismo e procede stancamente, ulteriormente appesantito da cambi scena a sipario chiuso troppo lunghi.

Va infine segnalata la buona prova del coro del Verdi preparato da Paolo Longo, salutato trionfalmente dal pubblico. Le recite di Nabucco al Teatro Verdi proseguono fino al 30 marzo 2024. Approfittando del doppio cast arruolato per la produzione, il teatro ha messo in cartellone un Requiem di Verdi per giovedì 28, che sarà affidato alla bacchetta di Jordi Bernàcer. Maggiori informazioni sul sito.

(p.l.)

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