08.03.2024 – 08.00 – Non la chiamiamo più ‘festa’. Oggi, 8 marzo 2024, è la Giornata internazionale della donna. Come da tradizione, non partiamo dalla storia, bensì dai concetti e dalle definizioni: questa giornata, stando all’ONU, celebra e “riconosce i successi delle donne, senza distinzione di nazionalità, etnia, religione, cultura, lingua, status economico o orientamento politico”. E qui apriamo una – dovuta – parentesi. L’apriamo perché, se guardiamo all’anno passato, pare non ci sia granché da celebrare; è stato un anno di violenze e di denunce, in cui le donne hanno alzato la voce, sono scese in piazza, squarciate, ferite e unite da una sola parola: femminicidio. Una parola che definisce le “uccisioni delle donne da parte degli uomini per il fatto di essere donne”. Una parola che, con una donna al Governo, è diventata un tema politico. Si sono rafforzate le misure di tutela, si sono inasprite le pene, si è investito in piani anti-violenza.
L’anno che è passato ha segnato anche l’esatta metà del percorso, scandito dall’agenda imposta dalla Commissione Europea, verso il raggiungimento della parità di genere. La Camera dei Deputati lo scrive chiaro: “Finora nessuno Stato membro ha realizzato la parità tra uomini e donne”. A portare avanti con impegno questo obiettivo sono le Consigliere di parità nazionali, regionali e comunali. Si tratta di una figura istituita dal Governo per la promozione e il controllo dell’attuazione dei principi di uguaglianza, di opportunità e di non discriminazione tra uomini e donne. Margherita Paglino, presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Trieste, è una di queste.
Presidente Paglino, stando ai dati raccolti dal Ministero dell’interno, il numero delle vittime donne uccise dal partner o ex partner sta diminuendo, anche se di poco, rispetto allo scorso anno.
Qui si apre un capitolo gigantesco. La questione dei femminicidi è intollerabile e i riflettori sono puntati sul tema come non mai. Il fattore è sempre culturale e si sta lavorando tantissimo nella direzione del cambiamento, a partire dalla percezione che i più giovani hanno della donna. Uno dei problemi più grossi sta nell’oggettivizzazione della donna e dobbiamo sradicare queste forme di possesso. I dati registrano una diminuzione ma parliamo, ad esempio, di denunce. Quante denunciano? Quante sono le donne che riescono a denunciare? Bisogna mettere le cose in prospettiva.
Gli strumenti a disposizione delle donne per raggiungere la parità hanno fatto il loro corso? Rimangono attuali strumenti come le quote rosa?
Le quote rosa in particolare sono state sicuramente uno strumento utile in passato, lo trovo meno utile nel presente. Guardiamo al 2022: succede che, per la prima volta in Italia, abbiamo una donna al Governo, non grazie alle quote rosa ma grazie al merito. La quota rosa era utile a suo tempo perché rappresentava una novità, utile per aprire le porte alle donne in quegli ambienti tradizionalmente appannaggio del mondo maschile. Ma parlare di quote rosa oggi ci riporta un po’ indietro. Non siamo più le suffraggette alle prime armi che devono mettere in atto un cambio di paradigma. La presenza delle donne, in ogni ambiente, ormai dovrebbe essere standardizzata. Dovrebbe avvenire in maniera naturale. Non è detto che, in quanto donne, siamo migliori degli uomini: ci saranno un uomo migliore e una donna migliore, ed è giusto che i migliori – uomini e donne – abbiano le stesse opportunità. Le soluzioni in tasca, ovviamente, non le abbiamo e c’è anche il grande rischio di diventare autoreferenziali.
Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha varato il decreto che individua per l’anno 2024 i settori e le professioni caratterizzati da un tasso di disparità uomo-donna che supera almeno del 25% il valore medio annuo, ai quali applicare incentivi all’assunzione.
Il decreto varato è lo strumento tecnico: non ti metto li perché sei donna, ti do la possibilità di essere al pari. Ma il problema è comunque culturale: la donna è messa in grado, a livello sociale, anche se ha uno strumento come il decreto, di lasciare a casa quei figli che ancora, nell’ideale comune, ricadono sotto le “competenze della donna”? Io, donna, sono in grado di lasciare i miei bambini senza senso di colpa, senza l’angoscia? Quindi gli strumenti da questo punto di vista sono fondamentali. Le donne devono essere indipendenti e devono essere messe in grado di fare questo tipo di scelte a cuor leggero; le istituzioni, dal canto loro, devono mettere a disposizione strumenti come, ad esempio, gli asili. Infine, c’è la responsabilità della donna di autodeterminarsi e di cambiare mentalità. Ritrovare la propria autostima e crearsi la propria indipendenza.
È questa la riflessione proposta in questa Giornata internazionale della donna: iniziare a occupare lo spazio che ci spetta, quello che avremmo sempre dovuto occupare, all’interno della società. Quello che stiamo vivendo è un tempo di cambiamento, di passaggio. Dobbiamo rivedere gli strumenti che ci vengono messi a disposizione e mettere da parte la paura d’essere invadenti, chiassose, scomode. Con coraggio.
mb.r


