CoPerSaMM ‘Il paradigma riparativo’, una forma di giustizia rivolta alla comunità

05.12.2023 – 14.05 – “Ogni volta che viene commesso un reato, salta una promessa di mutuo soccorso; qualcuno – anziché aiutarci – ci ha sfruttato”.
Giovanni Grandi, filosofo e professore associato di filosofia morale all’Università di Trieste, evidenzia, così, il concetto di giustizia riparativa al centro dell’incontro “Il paradigma riparativo: la giustizia dell’incontro. Una nuova strada per fare giustizia”, promosso dall’associazione CoPerSaMM-Conf.Basaglia.
Ripensare a nuove modalità per risanare le fratture sociali che coinvolgono la comunità a seguito della commissione di un reato da parte di un singolo è, infatti, uno degli obiettivi della giustizia riparativa: un metodo contraddistinto da un percorso di mediazione ed accompagnamento orientato alla messa in sicurezza della relazione tra la vittima e l’autore del reato.

“Attraverso questo paradigma si vuole passare dalla responsabilità per la violazione di una norma penale alla responsabilizzazione di una comunità colpita dalla rottura di un patto di cittadinanza” – sottolinea Marcello Balestrieri, mediatore e presidente di DIKE-Cooperativa per la mediazione dei conflitti.
Il metodo riparativo comincia con alcuni colloqui preliminari tra le parti per arrivare – se viene rilasciato un consenso – ad un incontro mediato.
‘Si deve intuire una possibilità di recupero della relazione in almeno due persone’ – afferma Laura Vaira, mediatrice, criminologa e socia di DIKE-Cooperativa per la mediazione dei conflitti. La fase finale prevede, poi, un’attività riparativa, per favorire un riconoscimento reciproco tra le parti: una riparazione che ha una valenza anche per la comunità che vi ruota attorno.

Un caso di giustizia riparativa efficace è avvenuto, ad esempio, nel Carcere di Padova dove un’aggressione violenta tra due detenuti è stata risanata grazie ad una mediazione, testimoniata a posteriori dal racconto del detenuto responsabile dell’aggressione, consultabile su ‘Ristretti Orizzonti’, il Giornale della Casa di Reclusione di Padova.
L’attività riparativa, nel caso specifico, ha previsto un lavoro condiviso di ristrutturazione d’arredi affinché il ripristino della relazione tra le parti venisse resa nota anche alla comunità carceraria. Il paradigma riparativo può essere, inoltre, uno strumento importante all’interno degli istituti penitenziari non solo per i detenuti, ma anche per mediare conflittualità tra detenuti e operatori o tra gli operatori stessi.

‘Come diceva Aristotele, vivere insieme socialmente significa proteggerci dalla mancanza: situazioni di fragilità, povertà o sventure’ – sottolinea il filosofo Giovanni Grandi.
Fare rete permette di arginare questa condizione di privazione, legata fortemente al concetto di ingiustizia: un’esperienza della sottrazione che coinvolge l’umano dall’infanzia fino alla maturità, nel momento in cui si sente privato dei diritti. Le due forme originarie di giustizia testimoniano la dimensione sociale del reato; scambio e distribuzione erano, infatti, i due gesti più frequenti nell’antichità, in contrasto con la successiva legge del taglione che propende verso un’amplificazione del male, una reazione a catena a cui si oppone la giustizia riparativa.

L’incontro tra la vittima e l’autore del reato può essere una possibilità per la vittima di fare delle domande all’autore; è un modo per liberarsi dalla sofferenza o dalla mancanza di risposte a cui si può aderire volontariamente. Dibattuta, però, è questa metodologia nel caso della violenza sulle donne, dove l’incontro tra vittima e l’autore non è ancora concesso dalla Convenzione di Istanbul.
Cosa significa, quindi, essere sicuri nelle comunità? Esiste una possibilità di redenzione collettiva attraverso un paradigma consensuale orientato ad una mediazione tra le parti?

L’iniziativa è promossa nel contesto del progetto “Cambiare dentro/Costruire fuori – Emancipazione, inclusione, salute mentale per le persone private della libertà”.
Il progetto, promosso da CoPerSaMM-Conf.Basaglia, indaga la condizione della salute mentale nella Casa Circondariale di Trieste. Propone, inoltre, diversi laboratori alle persone detenute per vincere ”l’ozio non scelto” – espressione di Giovanna del Giudice, presidente di CoPerSaMM-, coinvolgendo la polizia penitenziaria e trattamentale, gli operatori e i volontari. Come obiettivo ultimo del progetto è fondamentale, infine, l’apertura alla città e alla cittadinanza per accorciare la distanza tra le istituzioni totali come il carcere e la società civile.

[m.p]

 

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