di Arianna Francesca Brasca
29.11.2022 – 10.30 – La rotta balcanica non smette di essere oggetto di acceso dibattito per l’arrivo di migranti provenienti da Paesi terzi all’Unione europea. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex, da gennaio a ottobre sono stati rilevati 281.000 ingressi irregolari alle frontiere esterne dell’Unione. Ciò rappresenta un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso ed è il più alto dal 2016. La rotta dei Balcani occidentali rimane, in questo, la più attiva. Solamente nel mese di ottobre sono stati registrati oltre 22.300 rilevamenti, quasi il triplo rispetto a un anno fa. Diverse crisi internazionali si nascondono dietro questi numeri: dall’Afghanistan all’Ucraina, dalla Turchia alla Siria.

Se ci concentriamo sul conflitto perdurante tra Mosca e Kiev, dall’inizio della guerra, sono più di 7,8 milioni le persone che hanno lasciato l’Ucraina dirette verso l’Europa Occidentale e Meridionale, attraversando l’Ucraina stessa e la Moldavia, e che si trovano a risiedere in maniera temporanea o permanente nei Paesi della regione.
Secondo le stime UNHCR al 22 novembre, in Albania si contano 2.500 rifugiati, in Croazia 19.134, in Montenegro 28.639, in Slovenia 8.490 e in Bosnia Erzegovina 132. La situazione ha reso necessario l’intervento dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che a giugno 2022 ha organizzato un incontro con i vertici della polizia di frontiera al fine di promuovere la cooperazione interregionale di gestione dell’emergenza migratoria.
Alcuni Stati, in cui spiccano comunità russe attive nella cittadinanza, come il Montenegro e la Serbia, hanno anche visto l’arrivo di numerosi flussi di cittadinanza russa, creando un fronte migratorio duplice, che non risparmia nessuno degli schieramenti che si contendono il primato sul campo di battaglia.
Il governo serbo stima infatti che ben 45mila russi siano entrati in Serbia a partire da febbraio. In 4000 avrebbero poi fatto domanda per ottenere il permesso di soggiorno. Inoltre, sarebbero più di 1000 le aziende aperte in loco da expat russi, principalmente nel settore informatico. Paradossalmente migliaia di russi in esilio perché dissidenti sono approdati nel Paese quasi-europeo che più appoggia la Russia di Putin. Qui, come in tutte le realtà della regione, dove ucraini e russi si trovano a convivere, anche a causa della crisi che non accenna a terminare, l’integrazione fatica ad arrivare. Inizialmente, russi e ucraini protestavamo insieme, ma dopo il massacro di Bucha si sono innestate fratture che sembrano insanabili, con un flusso di arrivi che è drasticamente aumentato nei giorni successivi alla mobilitazione parziale annunciata da Vladimir Putin lo scorso 21 settembre.
A livello regionale, tra l’altro, il voto per le sanzioni contro la Russia in sede ONU ha segnato una spaccatura all’interno dei Balcani, con la Serbia isolata su posizioni se non di assoluzione, quanto meno di neutralità verso i responsabili del conflitto.

La minaccia alla sicurezza regionale sconvolta dalla guerra rischia quindi di aggravare l’instabilità politica delle vecchie fratture interetniche e delle istanze nazionaliste mai del tutto risolte. Il contesto più incerto, in questo senso, si registra in Bosnia Eregovina, dove hanno ripreso nuova forza le pressioni secessioniste della Repubblica serba di Bosnia (Repubblica Srspka), quando il membro serbo della Presidenza della Bosnia Erzegovina, Milorad Dodik, ha posto il proprio veto all’allineamento alle sanzioni europee contro Mosca, gettando il Paese in una fase di stallo.
Il Kosovo, invece, a maggio ha presentato ufficialmente domanda di adesione al Consiglio d’Europa e, parallelamente, ha richiesto l’installazione permanente di una base NATO sul proprio territorio. La richiesta viene spiegata dalle preoccupazioni del primo ministro, Albin Kurti, che i Balcani possano rappresentare una naturale estensione del conflitto attraverso guerre di procura e che la Russia possa minacciare la difficile unità del Kosovo con il pretesto di proteggere le popolazioni serbe presenti sul territorio.
Paure non del tutto infondate, visto che i Balcani sono uno dei contesti in cui, negli ultimi anni, la Russia di Putin è intervenuta maggiormente per strutturare una polarizzazione alternativa a quella dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Dalla creazione di un “Centro umanitario russo-serbo” a Niš nel 2012, al tentativo di colpo di stato denunciato dal Montenegro nel 2016, passando per le proteste in Macedonia nel Nord nel 2018, non sono evidentemente mancati i tentavi del Cremlino di modificare a proprio favore il quadro geopolitico della regione.
La guerra che si combatte alle porte d’accesso dell’Europa esercita dunque sui Paesi della regione un impatto economico e sociale capace di radicalizzare le differenze e problematizzare i dualismi, facendo emergere la contraddittorietà di una regione chiusa geograficamente all’interno dell’Europa, ma fuori dall’Unione europea, che non può negare un passato storico-culturale condiviso con la Russia, ma che si proietta – chi più, chi meno – all’interno dei valori europei. In questo, la scommessa dei Balcani Occidentali non è molto diversa da quella ucraina.
a.b


