I confini dello Stato-nazione alla prova della guerra in Ucraina

di Arianna Francesca Brasca 
07.11.2022 – 10.31 – Il conflitto in corso in Ucraina rappresenta la più radicale messa in discussione dei confini post-sovietici dal 1991 a oggi, facendo riemergere con urgenza la natura irrisolta delle frontiere – terrestri e culturali – delineatesi dalla dissoluzione dell’URSS e ponendo l’urgenza di una riflessione più generale sul concetto stesso di “confine”.
Gli Accordi di Belovezh, che hanno proclamato nel 1991 la creazione della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) hanno consentito, da un lato, che la dissoluzione di un secolare Impero multietnico avvenisse quasi ovunque pacificamente; dall’altro, hanno alimentato tensioni nascoste e hanno portato alla nascita di Stati dalla scarsa legittimità storica e istituzionale, popolati da minoranze che spesso ancora oggi non si riconoscono nelle statualità così stabilite. Nello specifico, lo vediamo sul campo: oltre alla Crimea e al Donbass, è il caso dell’intera Ucraina meridionale e centrale con Odessa e Kiev.

Quella post-sovietica è infatti una suddivisione governativa in forte contrasto con la sensibilità europea dell’assoluta inviolabilità dello Stato-nazione, che deriva da un’insopprimibile specificità geografica e storico-culturale. L’antropologia politica che viene da oriente, da Mosca in particolare, ospita una concezione del limes che non può prescindere dal ruolo della geografia, dalle risorse, dall’estensione amministrativa e dalla ricchezza etnica dello spazio eurasiatico. Il territorio influenza profondamente le identità, le strutture istituzionali, le questioni di sicurezza e d’interscambio tra centro e periferia nel regime zarista, in quello sovietico e anche nella Russia di oggi. Come mostra l’evoluzione degli eventi ucraini, le implicazioni di queste tensioni regionali sulle relazioni internazionali dipendono dalla percezione che la Russia moderna, ancora attore regionale trainante, ha del proprio ruolo nei confronti degli stati confinanti e non solo. 

Nella regione dei Balcani, nello specifico, si sono consumate nella violenza le conseguenze del crollo del muro di Berlino e del tramonto dell’alternativa socialista proprio a partire dal 1991. Proprio il timore che l’instabilità nel suo immediato vicinato provocasse un’altrettanta “balcanizzazione” dell’Europa ha fatto sì che la dissoluzione della Jugoslavia e la guerra in Kosovo accelerassero il processo di allargamento dell’Ue ai Paesi dell’Europa centrale e orientale emersi dal crollo dell’Urss. Nei Balcani, dunque, si è giocata e si gioca tutt’ora la complessa partita dialettica tra lo Stato-nazione e il principio sovranazionale, oltre alla contesa questione dei confini stessi dell’Unione Europea, tanto sul piano storico-politico quanto su quello geografico.
L’incertezza sul futuro di questi Paesi – liminari tra il Vecchio Continente e l’Asia – rispetto alla loro ammissione in Europa, ha sempre scomodato la scomoda questione dell’“altro” che sta più a oriente. La questione dei confini europei, con le sue classificazioni militari e culturali, è pertanto dipendente dall’eternamente sfuggente definizione dei Balcani, crocevia di più mondi, come lo spazio post-sovietico oggi così sconvolto dal conflitto in Ucraina.

La società europea tutta è messa alla prova in questa complessa partita di definizione che si sta giocando al confine – appunto – ucraino. L’Europa nata dal secondo conflitto mondiale aveva incanalato le rigidità delle sovranità nazionali indipendenti – anche oggi al centro dello scontro ideologico tra Mosca e Kiev – all’interno della federazione europea. Proprio la realizzazione di una federazione simile frizionava con i sentimenti patriottici che nel corso della storia avevano contribuito a plasmare lo spazio europeo dagli invasori, quello stesso spazio che si pretendeva di unificare, secondo un progetto di mappatura che è una traduzione in termini spaziali di un progetto politico, di una precisa identità filosofica sul senso della storia. Il tentativo di escludere l’eredità musulmana e ortodossa di queste terre avrebbe guidato l’Unione Europea nel selezionare gli Sati-nazione dell’ex-Jugoslavia degni di entrare a far parte dell’Ue e della Nato, quasi a voler radicalmente asserire la cacciata dell’“altro orientale” dal cuore dell’Europa.

Col crollo del muro di Berlino, questa alterità rischiava di riversarsi all’interno dell’Europa, sollevando la questione dell’“altro asiatico” e in simili rimaneggiamenti di confini l’Europa si comportava verso Est come un grande nazionalismo: le violenze del Novecento nei Balcani ponevano l’Europa di fronte a se stessa e al problema filosofico di essere fondata sullo Stato-nazione. La nazione è una soggettività politica che solo la forma statuale e la connessa acquisizione di una sovranità rende attuale, trasformando una comunanza di lingua e di tradizioni culturali in una comunità di destino politica ed economica. Nella vicenda europea, un popolo diventa perciò compiutamente nazione solo in quanto Stato o, almeno, in quanto dotato della volontà politica di divenire tale. In Europa, l’unica forma di esistenza dello Stato sovrano rimane così quella nazionale, anche se in una forma vincolata dai limiti a cui ciascun Paese è sottoposto dall’avanzato grado d’integrazione giuridica ed economica.

L’Europa orientale e i suoi vicini, ancora più a Est, non smettono, invece, di essere conglomerati di comunità religiose, linguistiche, culturali; ed è proprio questa promiscuità a far mancare loro i tratti caratteristici del moderno Stato-nazione che tanto assilla Bruxelles. In questo, l’esperienza balcanica è più simile alla fluidità delle frontiere post-sovietiche per instabilità della regione e per complessità sociale. Il fatto che la triade politica-statualità-democrazia rimanga identificato in Europa in una dimensione, quella nazionale, oggi non riesce però a cogliere la portata delle sfide globali e nemmeno l’essenza di uno scontro di civiltà come quello che si sta consumando sul suolo ucraino. La guerra in corso è allora un banco di prova per il futuro delle organizzazioni regionali e transnazionali e dei processi d’integrazione in questa fetta di mondo crocevia di vecchi imperi. È necessario pensare a forme d’identificazione multiple e non mutuamente esclusive, in linea con la costruzione di una sfera pubblica che superi i confini dello Stato-nazione e si fondi su una solidarietà civica de-nazionalizzata.

[af.b]

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