Liz Truss cade, prima di lei è caduta l’economia. Domino in chiave record show

21.10.2022 – 08.19 – In crisi economica ed energetica fortissima, scosso dalle inquietudini irlandesi (di più) e scozzesi (meno) che potrebbero, per davvero, contribuire alla fine dell’unione, dilaniata dagli effetti della Brexit che ha (di stretta misura) voluto ma che si è trasformata in una frana che non riesce a contenere, e impegnato sul fronte militare come uno dei principali sostenitori di Kiev con quasi sei miliardi di sterline impegnate in sostegno economico diretto o indiretto alla guerra, fra prestiti, garanzie e trasferimenti diretti. È il Regno Unito che oggi, in una giornata tale da lasciare a bocca aperta persino chi si sforza di mantenere il proverbiale aplomb, perde dopo appena un mese e mezzo dall’elezione Liz Truss, primo ministro donna candidatasi a prendere il posto di un Boris Johnson travolto dagli scandali (i festini, il Covid, le nomine importanti elargite a protagonisti di scandali sessuali) e finito nel ridicolo. Auspicava, Truss, di far rinverdire il mito di Margaret Thatcher, e si era dichiarata pronta a girare la chiave dell’arma atomica se la situazione in Ucraina l’avesse richiesto. Più che la Lady di ferro che aveva impersonato in una recita scolastica, però, Truss (1975, ultraliberale, madre di due figlie, cresciuta in una famiglia di sinistra, criticata per aver avuto un lungo affaire extraconiugale con un collega della Camera dei Comuni) se ne va inseguita da critiche che la disegnano come una leonessa di carta. La bomba atomica, lanciata però sul suo stesso governo, è stata la politica economica che ha fortemente voluto, incentrata su un piano di sviluppo basato su tagli alle tasse non sostenuti da coperture (che rischiavano di portar beneficio ai ricchi rendendo più poveri gli umili) e voluta da nessuno (neppure dai suoi compagni di partito) se non dalla sua stretta cerchia di fedelissimi; che ha provato, l’uno dopo l’altro (in particolare il suo ministro per l’economia Kwasi Kwarteng) a sacrificare all’altare della sopravvivenza politica, senza però salvarsi.

Truss diventa emblema di come a volte i numeri, pur pilastro del consenso, possano variare con facilità in un attimo, e non bastino se manca un programma politico solido, condiviso. Memoria di come la politica stessa continui a essere l’arte del compromesso o la scienza dell’opportunismo, un teatro dove alzare la voce spesso non funziona o porta male, e di quanto gli impegni bellici delle alleanze scelte e la crisi che ne deriva pesino, ora che sono diventati, nel nostro Vecchio Continente, il vero elemento di frattura. Truss lascia il suo partito, i Conservatori, ancora al potere, ma diviso e debolissimo, e la sua nazione con una moneta, la sterlina, ai minimi storici (quasi 1 a 1 col dollaro a inizio mese, per poi esser risalita un po’) e con un prossimo primo ministro che verrà ancora una volta nominato probabilmente entro la settimana prossima senza elezioni generali (chi sarà rimane ancora un mistero: forse Penny Mordaunt, difficile sia Rishi Sunak che si è pur rifatto avanti e però non piace, e si riparla di Boris Johnson però anche per lui è una strada in salita). Del resto i Conservatori non avrebbero nessuna speranza di vincerle, le elezioni, nel malumore crescente dell’opinione pubblica che ha visto intaccate le pensioni e aumentati i mutui per la casa.

Pur cadendo il Regno Unito con fracasso, l’Economist ci prende in giro accostando Liz Truss all’Italia, e non si capisce perché: stavolta chi sta oltremanica ci ha superati, e di buona misura. Funziona però indirettamente come invito a riflettere su un’Europa che sotto pressioni esterne si sta sgretolando, che cerca capri espiatori e che continua a sbagliare. Un’Europa dove una donna premier progressista, in Finlandia, parla di costruire muri per tener fuori i profughi dando un colpo di spugna alle tradizioni d’ospitalità (e alle ventate di gioventù); un’Europa all’interno della quale per ora l’Italia, ancora senza una squadra di governo, non brilla. Anche se c’è, nel cuore del continente, chi fa molto peggio di noi, dimenticando la parità fra donna e uomo, minando le fondamenta della separazione dei poteri, minacciando la libertà di stampa e i giornalisti, e così annacquando quei valori comuni che francamente c’erano nella storia di prima ma non si vedono oggi, a meno di non volerli identificare in un ricordo della Fiat 126 e di un Papa che parlava dell’Uomo richiamandosi a Tommaso d’Aquino. Un Uomo che, con il suo pensiero libero, esisteva e agiva, senza che ciò andasse contro il disegno di Dio; Uomo del quale però, oggi, non c’è più nessuna notizia.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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