Lorenzo Fontana e la famiglia. Se quella tradizionale, oggi, ormai in Europa non esiste più

16.10.2022 – 18.51 – Dicono e scrivono che Lorenzo Fontana, neo presidente della Camera dei deputati, oltre a commettere sviste sull’ortografia sia “sempre stato contro le donne” e “omofobo”. Si rilanciano i tweet in cui scriveva: ‘le famiglie gay non esistono, ora meno aborti’, ‘il nostro popolo è sotto attacco’, ‘i gay vogliono dominarci’. La nuova legislatura non sembra iniziare in modo facile, e più che per gli attacchi da parte dei parlamentari Zan e Scarpa, che non potevano non esserci, o l’ira di Enrico Letta che deve conservare un posto al sole (in fin dei conti però non fa nulla di diverso da ciò che dovrebbe: fa opposizione), l’alleanza di destra sembra incepparsi al suo interno, con malumori e frizioni che hanno segnato in pratica tutte le giornate dal 26 di settembre a oggi e che per ora non si smorzano. Vedremo come va: le aspettative dei cittadini andati alle urne sono molte, forse troppe; i bisogni del paese concreti e immediati (la guerra in Ucraina e le bollette da pagare, le speculazioni sui beni di consumo, il cuneo fiscale estremo, il piano di ripresa e resilienza). I flussi che hanno visto più uno spostamento di voti interno alla destra che un’attrazione di nuovo consenso dal centro o da sinistra sono stati analizzati in maniera abbastanza chiara, e le prime settimane di Giorgia Meloni al governo non saranno certamente facili: c’è da sciogliere ancora il toto-ministri, gli italiani (anche quelli che hanno votato Meloni) un altro governo di tecnici dopo Mario Draghi non lo vogliono e quest’ostacolo, presentatosi da subito, è difficile da saltare, quasi impossibile da aggirare.

Tornando però a Lorenzo Fontana, che non entusiasma le donne italiane (e neppure un bel po’ di uomini), le bombe sono le solite e al centro del tutto, croce sul bersaglio e motivo di fondo, c’è la cosiddetta “famiglia tradizionale”. Questa famiglia la neoeletta destra la vorrebbe, da sempre, legata alla storia, in particolare a quella italiana (forse un po’ statunitense, e non la chiamiamo latina per una ragione della quale scriveremo più in basso): un uomo, una donna, i figli meglio due (e i legami di sangue con chi c’era prima e chi verrà dopo). La sinistra la vorrebbe, da sempre, deregolamentata (per Marx, la famiglia è uno strumento del Capitalismo con la ‘c’ maiuscola, che causa diseguaglianza sociale), con una donna pari all’uomo in pace e in guerra (le Valentina Tereshkova, le Vera Belik). Una sinistra più contemporanea, quella appena estromessasi dal Governo e che non si rifà alle tradizioni sovietiche, la famiglia l’ha allargata, aggiungendoci molte consonanti e qualche simbolo matematico. Al centro (dov’è?) ci sarebbe la Chiesa, con un Papa oggi piuttosto progressista e una larga maggioranza di persone che riconoscono che tutto è cambiato; però si cade sull’aborto e sulle adozioni se la coppia è gay, e la donna libera sì, però proprio alla pari no. Parlando d’adozioni, poi, la parola, se si va alla tradizione latina, aveva un significato molto potente su uno sfondo molto diverso dal concetto di “famiglia tradizionale” al quale ci richiamiamo oggi: a Roma antica un figlio biologico poteva essere disconosciuto a favore dell’adozione di un figlio non biologico, per una varietà di ragioni, e la discendenza di sangue non era un fattore che determinava un diritto o legame permanente. Era piuttosto il figlio adottivo, il figlio scelto, rispetto a quello biologico, a esser stato veramente desiderato dai genitori (a volte dal genitore singolo uomo o donna); per questo motivo sarebbe rimasto per sempre parte della famiglia in cui era entrato, senza possibilità di disconoscimento (quello biologico, concepito magari per caso e non voluto, avrebbe trovato miglior fortuna da qualche altra parte, ed ecco quello a cui ci riferivamo all’inizio).

Parlare di famiglia nel clima politico attuale è tanto rischioso quanto entrare in un campo di El Alamein a dicembre 1942; ci proviamo proprio perché la politica ha a che fare con la comunità degli uomini e delle donne, e può ospitare il dialogo. L’osservazione da cui partiamo è che la famiglia degli anni 2020 coincide con un insieme di persone di non facile definizione, e quel ‘tradizionale’ ormai è diventato, piaccia o non piaccia, un’etichetta. La famiglia è un concetto universale, che esiste da quando esistiamo; ma non ha mai avuto le forme primarie e le sovrastrutture immutabili che le attribuiamo e alle quali ci richiamiamo oggi. Come tutte le istituzioni, è un prodotto della società: oggi è così, domani sarà diversa. Il considerare “tradizionale” una famiglia quando in essa ci sono un uomo, una donna e uno o più figli è quindi una consuetudine: è la nostra da molti secoli, è quella in cui la larga maggioranza degli italiani si riconosce ancora, non ha nulla di negativo. A dispetto di Marx, la famiglia fatta da donna, uomo, figli ha resistito oltre il Novecento e le rivoluzioni, aveva già resistito prima, e resisterà ancora, perché è vicina al cuore della maggior parte di noi. L’inizio del Secondo millennio, di cambiamenti ne ha portato molti, compresi quelli, irreversibili, generatisi dall’evolvere del ruolo della donna, in particolare negli ultimi cinquant’anni: perché prima, almeno così dice il consenso degli antropologi e degli storiografi moderni, nessun vero matriarcato diffuso e stabile, al di là del ruolo di singole donne influenti o piccole comunità, è mai per davvero esistito, tranne forse che fra i nativi americani e in alcune zone del Vietnam.
La famiglia tradizionale della nostra società è oggi una famiglia di singoli, dentro la quale i vecchi non hanno più spazio, né possono entrare fratelli, cugini, nipoti o vedovi. Molto diversa, quindi, da quella di cent’anni fa, numerosa, facente perno su una sola casa e pronta ad accogliere i consanguinei. Era quella, la famiglia italiana che forse ricordiamo oggi, e che in alcuni casi arrivava persino a diverse decine di componenti. Oggi aver figli è raro, ancor più raro averne più di uno: la famiglia è quindi la coppia e basta, è una trasformazione iniziata nella vecchia (ormai non solo di nome) Europa e propagatosi nel resto del mondo. Un piccolo cenno di ritorno verso una famiglia che non è composta più solo dalla coppia è il fenomeno degli eterni giovani, ovvero i figli che non studiano e non lavorano né cercano un lavoro: è un tema diverso, e non ne parleremo oggi. Di conseguenza, se la famiglia moderna – quando c’è – è diventata di due individui con al massimo un figlio (il Sogno Americano ne avrebbe voluti due, incorniciati in una foto di papà, mamma, figlio e figlia), non ha più spiccato senso economico considerarla una unità sociale. Per unità sociale si intende un insieme di persone in qualche modo legate (di solito per condizione sociale o appartenenza geografica) che vivono nello stesso luogo: tutti i bisogni fisici e sociali vengono soddisfatti all’interno di essa, e ci sono poche necessità di interazione con l’esterno. Questo tipo di unità sociale, oggi, ha perso significato, siamo diventati più individualisti e molto più rivolti allo sviluppo di aspirazioni indipendenti dal gruppo. Oggi persino i due componenti di una coppia possono risiedere in luoghi diversi, anche molto distanti fra loro; essere diversamente occupati, autonomi, realizzati e soddisfatti d’incontrarsi solo di tanto in tanto o di comunicare via Internet.

Oltre alla ricerca della soddisfazione delle aspirazioni personali, il fattore di cambiamento che ha definitivamente cancellato la vecchia struttura familiare è l’evoluzione del ruolo della donna nella società dal momento in cui Ludwig Haberlandt – ma fu completamente ignorato – e poi la Worcester Foundation sul finire degli anni Cinquanta sperimentarono un preparato con mestranolo e noretinodrel, ovvero la pillola anticoncezionale, a oggi. Prima della metà del Novecento, la donna (le eccezioni non fanno una regola) aveva sempre occupato una posizione secondaria nella struttura familiare: più o meno in basso, ma mai alla pari, portatrice della vita sì ma di quella vita decisa da altri, e sempre in lotta per il riconoscimento di qualche diritto in più che le rendesse meno soggette all’autorità e al controllo maschile. Banalizzare il tutto e dire: “Fu solo la pillola” è naturalmente sbagliato: è un’iperbole, una figura retorica. Un dire qualcosa per dare il via a una riflessione: la conquista del controllo sulla propria sessualità e sul concepimento fu per la donna un momento cruciale, che unito alla rivoluzione intellettuale degli anni Sessanta (e al fatto che, da qualche decennio prima, con un’arma da fuoco una donna aveva potuto iniziare a difendersi) cambiò il mondo. Il percorso è stato lungo ma la donna di oggi è una donna che, in Europa, ha quasi (sottolineiamolo perché ancora al cento per cento non ci siamo) gli stessi diritti dell’uomo (gli Stati Uniti, dopo gli episodi recenti, li lasciamo un attimo in sospeso e ne riparleremo, e da altre parti la strada sembra ancora lunga). La donna ora è compagna e non devota; la donna può decidere e parlare, e non deve solo ascoltare. La donna può divorziare nello stesso modo in cui l’uomo poteva prima divorziare da lei, può denunciare un uomo, può decidere di vivere con un’altra donna. Può rinunciare alla gravidanza anche solo perché non la desidera (giusto o sbagliato sono, qui, fuori luogo). È economicamente indipendente, mentre un concetto di questo tipo nella famiglia tradizionale precedente non esisteva (il poter avere risorse economiche proprie e non intestate al marito è, per una donna, qualcosa di recente). Ecco che se il formare una famiglia, per una giovane donna di solo cinquant’anni fa – quel “cercarsi un uomo” per non ritrovarsi da sola ai margini della società, ancor peggio se aveva avuto un figlio rimanendo poi madre nubile – era un obbligo, oggi è diventata una libera scelta. Come ogni libera scelta può essere fatta o meno, e non dipende, essendo la donna diventata (l’abbiamo detto) autosufficiente e lavoratrice, da sole motivazioni economiche. E i figli? Ci sono donne che scelgono di non avere figli semplicemente perché la maternità non è più un dovere sociale; ci sono donne che scelgono di non avere uomini accanto a loro perché non ne sentono il bisogno. Lo avrebbero fatto, forse, anche prima – ma prima non avevano scelta. Pensare al Welfare e agevolare le condizioni di vita di una coppia che decide di aver figli, sostenendola nel modo giusto, è d’obbligo per una nazione che voglia essere etica e all’altezza delle altre in Europa, ma ciò non può invertire la tendenza alla denatalità perché essa si radica in altre ragioni e non solo in quella economica: la denatalità è sistemica, è culturale. Se non ci sono figli e non c’è un uomo, non c’è una famiglia, e ci troviamo di fronte a un’unità sociale di tipo diverso che oggi è ormai protagonista e di fronte alla quale è d’obbligo riflettere: il singolo. Spiace allo Stato? Comprensibilmente, si: diventa tutto molto più difficile da gestire, molto più costoso, e apre il tema dell’immigrazione (ma anche di questo non parleremo). Spiace anche agli uomini di oggi? Certo, e diciamocelo senza vergogna: dai cinquanta in su, ci sentiamo soli, non siamo più quelli di prima – di noi c’è bisogno in modo molto diverso, non abbiamo più una rotta da seguire. Ma tant’è, e cercare di riportare indietro gli orologi a colpi di leggi (c’è chi ci prova, anche in stati europei vicini a noi) non può essere una buona scelta, non fosse altro perché non può funzionare. Sono gli ultimi colpi di coda di un modello sociale che finirà con la Generazione X.

Il declino del controllo religioso e dell’influenza della Chiesa è un altro fattore che ha contribuito allo sfaldarsi della famiglia che conoscevamo. Se quella tradizionale era una famiglia che almeno la domenica a messa andava sempre, quella di oggi, anche se credente, osserva riti più intimi, e non ama tanto il trovarsi in mezzo agli altri. Il matrimonio è diventato un contratto più che un sacramento, e può essere risolto in poco tempo: al “fin che morte non ci separi” non crede più nessuno. In Europa l’autorità, fosse anche morale, della religione su matrimonio e divorzio è scomparsa, diventando l’eccezione; il divorzio, anche ripetuto, è la norma e se, guardiamo all’Italia, Trieste ne è la città simbolo. Era proprio il matrimonio a essere invece la base della famiglia di un tempo, spesso un accordo fatto già dai genitori che impegnava figli ancora bambini; anch’esso era una decisione maschile, al padre si chiedeva il permesso. Lo si fa a volte ancora oggi perché qualcosa, dentro, è rimasto, ma il padre della sposa ahilui deve prepararsi anche a doverla accompagnare di fronte all’ufficiale civile più volte nel corso della vita. Più che una promessa eterna il matrimonio è diventato, gradualmente e senza nessuna forzatura, una festa: “Oggi ci sei, domani no, faremo di nuovo festa e se vorrai t’inviterò”. Che c’è di male, in fondo: può non piacere, però è nel menu. Finiamo il percorso con l’economia, che pure abbiamo già sfiorato: la famiglia di un tempo faceva tante cose, quella di oggi ne fa molto meno e la maggior parte delle attività necessarie sono state prese in carico dai singoli e spessissimo da persone esterne alle quali i singoli le delegano. La cura degli anziani; la cura della casa, dell’aspetto, dell’abbigliamento, dei figli, le pulizie, l’educazione, la difesa. È stato tutto trasferito, nel tempo, allo Stato, all’industria, alla società dei servizi. La nuova famiglia, quando c’è, si occupa solo di poche cose essenziali, il resto va all’esterno. Ecco che se la famiglia tradizionale di allora era un centro di produzione ma anche di consumo di beni, e tutti i suoi membri attivi erano occupati in qualcosa in modo che tutto potesse esser fatto autonomamente – era, in una parola, autosufficiente – quella di oggi è totalmente dipendente dagli altri, e ha cessato di produrre, perché tutto può essere trovato sul mercato. Che cos’ha, quindi, una famiglia di oggi, di diverso dal singolo? Nulla. Arrestando le iperboli dire che la famiglia di oggi non ha alcun significato economico sarebbe sbagliato e non vero, ma affermare che la natura dell’economia familiare si è radicalmente trasformata avvicinandosi a quella del singolo tanto sbagliato non è; anzi.

Arrivati fin qui ci si potrebbe attendere che la conclusione del ragionamento non possa che essere un: “La famiglia non serve più”. E invece no, perché essa, pur profondamente modificata in senso sociale, economico, persino biologico tornando alla maternità, per uno Stato mantiene ancora un importantissimo ruolo di istituzione strategica, tolta la quale immaginare una società che non sia un caos diventa veramente difficile. E di questo, di fronte a molte derive, a un deragliamento dei ‘#me’ e fra un ‘genitore 1-2-5’ e un ‘papà e mamma’ che non stonano affatto come parole non fosse altro perché sono fra le prime, dopo dodici mesi, a trasformarsi in un bambino in intenzioni (anche se a come fare con le adozioni dobbiamo pensarci), occorre essere consapevoli. Dello Stato e di una società siamo parte, e non possiamo ricordarcene solo quando chiediamo cose. Il punto è che più che reagire, forse – o provare a reagire al cambiamento con lacci e leggiciole e tweet – sarebbe più sensato prender atto del ruolo che come uomini e donne, in questa nuova famiglia, oggi abbiamo. Prender atto dei singoli, del fatto che sono loro a esser diventati il mattone della società; di com’è la vita sentimentale e sessuale oggi, e togliere, alla famiglia, quel ‘tradizionale’, immaginando un futuro che provi a continuare sulla strada dei cambiamenti iniziati in Italia e in Europa cercando di fare allo stesso tempo in modo di non trasformarli in utopie altrettanto negative. Riconciliare le visioni, piuttosto che rischiare di radicalizzarle, lasciando stare sia i simboli matematici e le bandiere arcobaleno che i santi del giorno via Twitter con tanto di foto o le sentinelle in piedi. Certo non è facile; il resto però è forse tempo perso, con fallimento e caduta di consenso dietro l’angolo. È un po’ come per Greta: è il momento della logica.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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