31.05.2022 – 08.30 – Il 28 maggio è stato isolato il virus del vaiolo delle scimmie al laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle Bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Il monkeypoxvirus è responsabile del vaiolo delle scimmie, in Europa segnalato per la prima volta il 7 maggio dal Regno Unito all’Organizzazione mondiale della sanità in una persona che era stata in Nigeria nelle settimane precedenti l’insorgenza dei sintomi. Il 20 maggio è stato confermato il primo caso in Italia in un uomo che ha chiesto l’ospedalizzazione, ma casi della malattia sono stati confermati anche in Spagna, Portogallo, Svezia, Germania, Francia.
Sebbene da alcune settimane la malattia stia facendo preoccupare mezza Europa che teme “una nuova pandemia”, il vaiolo delle scimmie non è una malattia inedita come lo era il virus da Covid-19 agli inizi del 2020; il primo caso umano confermato risale al 1970, e come riporta un articolo di Scienza in Rete, la malattia è endemica in alcune regioni dell’Africa centrale e occidentale; sappiamo per certo che il virus si trasmette soprattutto mediante contatto stretto con una persona sintomatica, o mediante il contatto con superfici contaminate, ad esempio indumenti, lenzuola o asciugamani infetti – i droplets di saliva sarebbero tuttavia i principali vettori del contagio; sul contagio mediante trasmissione sessuale, invece, di certo si sa ancora poco. Il Ministero della Salute dichiara che “l’eruzione cutanea, i fluidi corporei (come liquido, pus o sangue da lesioni cutanee) e le croste sono particolarmente infettivi” e che il virus può essere trasmesso anche con contatto diretto tra le lesioni durante le attività sessuali; sappiamo che i sintomi tipici sono simili a quelli del vaiolo: febbre, dolori muscolari, cefalea, ingrossamento dei linfonodi, pustole sulla pelle; sappiamo che il tasso di mortalità della malattia varia dall’1 al 10% a seconda del ceppo, e sembrerebbe che il tasso di letalità del ceppo in circolazione nelle ultime settimane sia più vicino all’1%; stando poi alle dichiarazioni del sottosegretario alla Salute Andrea Costa, chi è stato vaccinato contro il vaiolo umano (il 40% della popolazione italiana) ha già una protezione dell’85% contro il vaiolo delle scimmie, mentre ai primi mesi del 2020 non vi era nessun vaccino disponibile contro il virus da Covid-19, e la comunità scientifica non aveva ancora informazioni e mezzi sufficienti per poterlo ipotizzare; sono disponibili delle terapie contro la malattia come il Tecovirimat, (un farmaco antivirale già approvato dalla Food and Drug Administration per il trattamento del vaiolo umano e approvato anche per il trattamento del vaiolo delle scimmie), il cidofovir, il Vaccinia Immune Globulin.
“Per quanto ne sappiamo, questo non è un virus che si diffonde nella popolazione come il covid-19: serve davvero un contatto ravvicinato per la trasmissione da persona a persona”, ha spiegato l’epidemiologa Andrea McCollum dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie. Il Ministero della Sanità avverte tuttavia che chi viene contagiato dal vaiolo delle scimmie dovrà avere a che fare con una malattia impegnativa, per cui occorrono un periodo di cura e attenzione nei confronti delle persone più vicine.
Il fatto di aver vissuto tutte le fasi di una pandemia sotto i nostri occhi e nelle nostre vite ha contribuito ad accendere la nostra attenzione sui casi di vaiolo delle scimmie in Europa e sulle possibili conseguenze di una sua diffusione. Il rischio del contagio si è depositato sul fondo della coscienza collettiva: molto prima del Covid-19, è la nostra percezione del virus a essere diventata endemica: è il lascito di questi ultimi anni di difficile convivenza con un virus pericoloso e altamente infettivo. Ma quando si intravedono le avvisaglie di un nuovo virus, occorre informarsi, comprendere le differenze, fare dei distinguo, per non innescare nuove psicosi.
[r.m]


