21.08.2021 – 07.00 – “Qui sento: Ma a questi tempi in cui il verso: “Le magnifiche sorti e progressive de’ mortali” non è più parodia, come parve a Leopardi, salvo nella bellezza della lingua, proprio ora che i raggi X, ladri benigni che furano il velo della menzogna materiale onde si coprono altri corpi, e vanno a sorprendere l’ignoto recando alla luce anche le cose occulte del nostro essere, pensare a giardini, ad anticaglie?”
Il poeta triestino Filippo Zamboni commentava così, dal suo esilio a Vienna, la scoperta dei raggi X nel 1895, definendoli con entusiasmo “la nuova scoperta dell’invisibile”. Per un repubblicano garibaldino che aveva combattuto tutta la sua vita contro i clericali e per un romantico che amava mescolare la fantasia con la scienza, i raggi X erano un’irresistibile novità. E nello scriverne Zamboni ebbe un moto di originalità, perché ne immaginò le possibili applicazioni all’archeologia, per evitare le distruzioni di tombe e templi a cui aveva assistito nell’Italia preda dell’industrializzazione. Ingenuità positiviste di quegli anni, quando un’Europa ancora fiduciosa in sé stessa procedeva a tutto vapore verso il futuro.
La storia della radiologia s’intreccia a Trieste con l’applicazione dell’elettricità nelle strutture sanitarie, a partire dall’Ospedale Civico, oggi Maggiore. I primi passi avvennero nel 1887, quando si inaugurò una “ambulanza elettroterapica” annessa all’VIII Divisione per la Psichiatria, diretta dal primario dott. Luigi de Canestrini. Si trattò di un’assoluta sperimentazione, considerando come l’illuminazione stradale risalisse a Trieste al 1898 e le prime lampade nell’ospedale appena al 1903. I primi utilizzi dei raggi X in ambito medico avvennero a seguito delle scoperte del fisico tedesco Wilhelm Conrad Röntgen/Roentgen, nel dicembre 1895. La Germania, che dalla sconfitta della Francia di Napoleone III andava assumendo un ruolo di guida in Europa in campo scientifico (proprio durante le battaglie della guerra franco prussiana i medici tedeschi si distinsero per abilità e tecniche all’avanguardia), fu infatti la prima a sviluppare tecniche di radiodiagnostica e la cosiddetta “roentgenterapia”, oggigiorno corrispondente alla moderna radiologia. Le ricerche si diffusero ad Amburgo, con Albers-Schonberg, a Berlino con Immelmann e presto trovarono applicazione anche nei territori meridionali della Germania con Rieder a Monaco e infine nella stessa Austria-Ungheria, con Holzknecht a Vienna.
La scoperta dei raggi, a seguito della pubblicazione sul giornale Die Presse, si diffuse presto anche a Trieste, sebbene se ne fraintendesse l’utilità: la maggior parte dei cittadini la considerava una forma eccentrica di tecnica fotografica. La drogheria Arturo Fazzini, all’epoca specializzata in apparecchi fotografici, scrisse ad esempio alla Physikalisch-medizinische Gellschaft di Wurzburg per ricevere informazioni sui nuovi macchinari, chiedendo addirittura un listino per l’acquisto.

Il primo medico a interessarsi di quanto oggi definiremmo la radiologia fu il dott. Ventura Romanin (1844-1924), il quale aveva non a caso un background viennese, avendo lavorato per due famose cliniche chirurgiche. Romanin gestiva uno studio privato dove aveva sperimentato con “un piccolo apparato di Ruhmkorff e con un piccolo tubo di Crookes in congiunzione con esso, usando successivamente un buon apparecchio fornitogli dalla ditta Wohtoh di Monaco”. Romanin era tra i pochi ad avere competenze adatte al nuovo ambito clinico, considerando come lo stesso presidente del collegio medico, il dott. Alessandro de Manussi gli domandasse se aveva modo di prestare le sue apparecchiature al primario oculista Brettauer, “per la mancanza di un apparecchio Roentgen idoneo” (21 gennaio 1901).
Il gabinetto radioscopico comunale, intanto, aperto nel settembre 1898, aveva eseguito durante i primi quattro mesi di attività nove radiografie, ad opera del dott. Edoardo Menz, assistente della Divisione di Psichiatria. L’Ospedale stesso, per meglio comprendere come utilizzare la nuova strumentazione, aveva mandato Menz nella lontana Berlino per un viaggio-studio di un mese, con un sussidio di 200 fiorini. Le radiografie venivano utilizzate principalmente per migliorare la diagnosi nei casi considerati più complessi. Il primario Lorenzo Lorenzutti riferiva ad esempio all’associazione medica di un caso granguignolesco di “trasposizione completa dei visceri, complicato da aneurisma dell’aorta ascendente” e ringraziava il dott. Menz per la radiografia che aveva chiarito il caso.
Il numero delle radiografie rimase infatti molto basso: appena 44 nel 1899, 25 nel 1900 e 46 tra radiografie e radioscopie nel 1901. I medici triestini mantenevano un cauto scetticismo: il nuovo metodo, si lamentava il dott. E. Morupugo, potrebbe “portare ad incerte diagnosi per troppa fede nel radiogramma”. Durante una seduta dell’Associazione Medica il dott. Vittorio Cominotti avvertiva che “sul valore diagnostico dei raggi Roentgen mi sembra il giudizio degli autori non ancora definito”.
Nonostante le difficoltà, l’Ospedale scelse di rinnovare le apparecchiature per le radiografie, ormai sorpassate. L’energia elettrica stava infatti entrando nelle case e nelle piazze delle città; e presto lo stesso Ospedale chiese di sostituire le macchine “elettroterapiche” chiedendo di aggiornare l’accumulatore utilizzato per alimentare il sistema. Il Collegio Medico a sua volta comunicò al Magistrato Civico, in data 15 febbraio 1901, che avrebbe mantenuto alla guida del gabinetto radiologico il primario psichiatra Canestrini, ritenuto “versatissimo” in materia. Come osservarono Euro Ponte e Marinuzzi, era chiaro come l’Ospedale non sapesse come gestire questo nuovo servizio, del tutto inedito. Chi assumere? Quale tariffe imporre?
Si domandò pertanto agli Ospedali del Regno d’Italia, tra i quali il meglio organizzato, ovvero quello di Milano, rispose che si rivolgeva al “medico elettricista”, con un proprio gabinetto privato. L’Italia ancora reduce dell’epopea risorgimentale arrancava sulla scia dei cugini del nord; solo l’Ospedale Maggiore di S. Giovanni Battista di Torino disponeva di un gabinetto radiologico pubblico, con regolamenti, tariffe e orari di funzionamento.
Verso l’entroterra, in Austria, l’Allgemeines Krankenhaus di Graz commissionava le radiografie ai medici della Clinica Medica, mentre la direzione dell‘Allgemeines Krankenhaus di Vienna preferiva utilizzare gli apparecchi universitari, manovrati da un giovane (entusiasta) medico che lavorava senza compenso.
Tra gli Ospedali occorre anche segnalare quello di Praga, il “Rudolf” che impiegava per la “skiaskopie und skiagraphie” gli assistenti delle cliniche. La risposta è particolarmente interessante, perchè “skiagrafia” è la pittura con distribuzione di luci e ombre. È evidente dunque come non fosse ancora chiaro come funzionasse la radiologia o in quale ambito dovesse rientrare; a volte foto; a volte diagnosi; a volte gioco.
Nel 1903 si decise di fondare un istituto radiologico a sé stante, senza limitarsi a singole stanze gestite da volenterosi o a privatizzare il servizio. Un aiuto insostituibile giunse nel 1904 quando la baronessa Caterina de Ralli donò all’Ospedale 1300 corone per l’acquisto di nuove attrezzature. Si ricercò poi una figura apposita, individuando con felice intuizione “un medico triestino” che aveva trovato lavoro a Vienna. Sarà quel Massimiliano Gortan oggigiorno considerato il padre della radiologia triestina.
Dopo essere nato a Trieste nel 1873, Gortan si laureò in medicina a Vienna, rapidamente appassionandosi alla radiologia con una delle eccellenze scientifiche dell’epoca, Guido Holzknecht. Gortan, dopo essere stato nominato direttore del nuovo istituto di radiologia triestina, viaggio in lungo e in largo per l’Europa, frequentando Monaco, Berlino, Heidelberg, Bonn, Amburgo e Copenaghen. Le capitali “dei raggi X” presso cui – spesso con incoscienza – si adoperavano maggiormente le radiografie. Grazie all’esperienza maturata, Gortan trasformò l’Istituto triestino in un centro di eccellenza. Nel 1909 fu il relatore ufficiale al XIX Congresso della Società Italiana di Medicina Interna a Milano; nel 1925 fu presidente al VI Congresso Nazionale della Società Italiana di Radiologia Medica. Gortan era intanto divenuto primario (1928) ed era stata istituita, nel primo dopoguerra, la Sezione della Lega Italiana per la lotta contro i tumori, per la quale Gortan si adoperò ad acquistare il radium, fatto che a sua volta consentirà la nascita del primo istituto di radiumterapia, oggi radioterapia (28 aprile 1928).
Il presidente del nuovo Istituto di radioterapia fu quello stesso Guido Manni che aveva guidato la Sezione della Lega Italiana triestina. A sua volta Manni, il 2 novembre 1938, scelse di dimettersi dall’incarico a seguito della proclamazione delle leggi razziali. Nell’occasione, discutendo una commemorazione in memoria di Roetgen e Curie, si propose di affidare il discorso al dott. Gortan, salvo poi rinunciare perché “gravemente malato”. Come altri prima di lui, anche Massimiliano Gortan era infatti caduto “vittima dell’invisibile raggio ultravioletto”.
I raggi X negli ultimi anni gli avevano devastato le belle mani da chirurgo un tempo così salde; e successivamente, quale conseguenza dell’esposizione continua alle radiazioni, venne colpito da un mortale cancro al polmone. Perì “sui difficili campi del sapere” il 5 novembre 1938, qualche giorno dopo le dimissioni (probabilmente obbligate dall’alto), del collega Manni.
Fonti: Filippo Zamboni, Gli Ezzelini, Dante e gli schiavi: (Roma e la schiavitù personale domestica), Firenze, S. Landi, 1897
La morte del prof. Massimiliano Gortan, in Le ultime notizie: il piccolo delle ore diciotto, 7 novembre 1938
Aldo Marinuzzi e Euro Ponte, La Radiologia a Trieste dagli albori al 1938, in Il Lanternino: bimestrale di storia della medicina e medicina sociale, numero 6, 1989
[z.s.]
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