Vivere di musica e di romanticismo si può: Joy Jenkins e Jimmy Bolco sono l’esempio per le generazioni future di talenti musicali

Ci hanno insegnato che nella vita non si può avere tutto, che i sogni spesso restano nel cassetto e che le passioni sono trappole velenose che scattano se si sceglie di osare un po’ di più. All’attuale generazione dei trentenni, i genitori, il sistema e la scuola hanno insegnato che l’arte in tutta la sua completezza è un hobby (che parola ripugnante!) e non più un lavoro, quindi se nasci con un talento che ti invade il cuore, mettilo da parte per il tempo libero (se ne avrai) e cercati un lavoro sicuro, fai l’università, preparati al futuro con un attestato di studi in mano, possibilmente la scelta deve essere tra le categorie più tecniche possibili. Studia ingegneria, informatica, medicina, evita lettere, filosofia, arte poi non ne parliamo. Il conservatorio? Si, ma poi cosa fai?

Una pantomima assodata, al punto tale da aver convinto moltissimi giovani talenti che non sarebbero mai riusciti a vivere di arte, che il fallimento e la sconfitta appartengono solo ai perdenti, che il mondo del lavoro vero è dentro un ufficio e in nessun altro posto, che le passioni ti fanno perdere di vista l’obiettivo da raggiungere: casa, sicurezza economica e famiglia. Se ti resta tempo poi, puoi sempre suonare. O cantare. Ma solo nel tempo libero, mi raccomando.

Fortunatamente, ogni contraddizione in termini, ogni abitudine al sistema ha le sue eccezioni che possono fungere da lume per i nuovi talenti, i dubbiosi, gli scettici, e Trieste accoglie proprio due di queste perle rare tra i nomi più riconosciuti del panorama musicale locale e regionale: il batterista Jimmy Bolco e la cantante e insegnante di canto Joy Jenkins (Stefania Camiolo).

Lavorano insieme, vivono insieme da sedici anni, condividono insieme la dura dimensione degli artisti, travolti dalle loro passioni, ma presenti nella loro quotidianità con tutti i problemi del caso, a cui neanche gli artisti sono risparmiati. Loro, però, hanno la differenza di averci creduto e basta. Jimmy (37 anni) è cresciuto in una famiglia di musicisti che l’ha sempre sostenuto nella sua passione innata per la musica. Da piccolo prende lezioni di pianoforte con scarsi risultati fino a quando, un giorno, vede Fulvio Zafret alla batteria e dice a suo padre: “Da grande voglio fare quello!” – Ed è esattamente quello che farà. Inizia a prendere lezioni di batteria alla scuola di Musica 55, la stessa dentro cui oggi insegna lui stesso ai suoi allievi. In casa arriva la sua prima batteria, in soffitta, dove si chiude per ore di fila a fare i tanto amati e odiati paradiddle, senza stancarsi mai abbastanza. Frequenta il conservatorio Tartini di Trieste e inizia a collaborare con la scuola di Musica 55, in via dei Capitelli, fino a creare anche un suo corso privato.
“Se non avessi avuto la passione – dice Jimmy – non avrei sopportato tutte le difficoltà incontrate in questo mestiere. Per riuscire a vivere di questo prima di ogni altra cosa ci deve essere una grande passione, deve venire da dentro. È una certezza che senti ogni giorno.”

La bella Joy (38 anni), con la sua voce potente e spiazzante, invece si è avvicinata alla musica a tredici anni, ma da quando era bambina diceva che da grande avrebbe fatto la cantante. Nonostante non sia stata supportata dalla famiglia come Jimmy, ce l’ha fatta. Ha incontrato la sua insegnante di canto, Silvia Zafer (moglie di Fulvio Zafret) che le ha donato tutto il materiale tecnico ed emotivo che poteva aver sentito come mancanza da parte della famiglia e, ironia della sorte, ad oggi Joy è un’insegnate di canto ed è sposata con un batterista (Jimmy) proprio come la sua insegnante Silvia. Insieme a Jimmy inizia ad esplorare i teatri, gli spettacoli di fronte ad un pubblico più vasto di quello a cui era abituata con i saggi della scuola di musica. Per qualche anno lavora nel sociale e frequenta l’università di psicologia, ma continua a prendere lezioni di canto e a usare qualunque utensile possibile come microfono per imitare Aretha Franklin o Raffaella Carrà e presto lascia gli studi per dedicarsi completamente al suo sogno. Bella, determinata, audace: tutte caratteristiche che fondono la sua personalità con la sua voce. “Per farcela – confessa Joy – non si deve pensare che basta prepararsi i pezzi e occuparsi solo della parte artistica, anzi. Bisogna essere un po’ imprenditori di se stessi, muoversi a cercare contatti, proporsi con coraggio e umiltà allo stesso tempo, accogliere proposte, anche quelle che possono sembrare poco stimolanti, ma poi si rivelano determinanti per il proprio percorso. Poi quando arrivi al punto di sentire che puoi scegliere tu cosa accogliere oppure no, allora vuol dire che hai ottenuto da te stesso quello che volevi. C’è da dire che non finisce qui, bisogna continuare a studiare, ad ascoltare musica, a mettersi in relazione con le altre persone, con gli altri artisti. Bisogna imparare sempre. Per un anno intero ho studiato Vacanze romane, un anno! Così funziona, per me. La tecnica della precisione, del dettaglio sono necessarie per trovare poi il proprio timbro e il proprio portamento, ma prima bisogna studiare.”

Ad oggi Joy ha una vasta schiera di allievi che da anni la seguono, molti dei quali hanno scelto di continuare a prendere le sue lezioni di canto anche quando lei li spingeva ad andare oltre, a spiccare il volo. Le soddisfazioni non sono mancate in questi anni di insegnamento tra un’allieva che ha visto il primo X-Factor sloveno e due altre giovani cantanti che frequentano, sotto consiglio di Joy, una tra le più prestigiose scuole di Musica di Londra. Oltre ad insegnare, Joy ha collaborato con Al Castellana, Branduardi, Ghemon e ha contribuito alla creazione di un progetto musicale in onore di Aretha Franklin.

Insieme, Jimmy e Joy suonano nel gruppo Canto Libero, creato e ideato da Fabio “Red” Rosso, migliore amico di Jimmy che è stato il primo ad essere coinvolto nel progetto d’amore dedicato a Lucio Battisti. Di conseguenza anche Joy è stata coinvolta come corista; inizialmente i tre amici pensavano fosse per puro divertimento e passione, ma poi Canto Libero ha iniziato ad essere notato dai teatri come Il Rossetti di Trieste, Il Teatro Nuovo Giovanni da Udine, il Teatro romano di Verona. Iniziano a vedere i primi sold-out, la presenza di Mogol sul palco con loro per ben tre volte, la necessità di affidarsi ad un’agenzia mentre il gruppo continuava a crescere con un numero di musicisti affermati, realizzando così l’obiettivo musicale di Joy e Jimmy: suonare con gli strumenti veri e le persone vere, non con le basi, poiché nulla può sostituire un artista che suona insieme ad un altro, la necessità dell’ascolto dal vivo, della simbiosi che si crea, la comunicazione del corpo e dello strumento, oltre alla risposta del pubblico che si rivela sempre più alta di fronte alla musica dal vivo piuttosto che all’artificio di essa.

Se a tutto questo successo, si aggiunge anche l’amore che entrambi provano l’uno verso l’altro, che non ha finzioni o bisogni espliciti di doverlo affermare o sottolineare, l’appartenenza reciproca si traduce in autentica vita dentro una cornice fatta di musica, sostegno e rispetto, per il loro amore e per la loro individualità, sia come artisti, sia come persone. E si sente. Quando parlano e si guardano, chi li ascolta lo sente che la rarità del sogno sognato appartiene a loro e che altri, come loro, lo possono ottenere, ma per farlo Joy e Jimmy negano la certezza suggerita dal sistema, l’iper stimolazione che i genitori di oggi riversano sui figli, tra scuola di nuoto, pallavolo, pallacanestro, danza e musica. “I bambini vanno lasciati nella noia ogni tanto – dicono Jimmy e Joy – e noia non vuol dire essere degli sfaticati, ma investire ore non contate del proprio tempo a suonare, o a scrivere, o a disegnare. A seconda di quello che un bambino sente suo. Invece vengono sopraffatti da continui stimoli, molto spesso non richiesti dai bambini stessi, e il risultato finale è che saltano le lezioni di musica o se le seguono spesso sono distratti, perché non sanno neanche loro che cosa gli piace veramente fra tutte le cose che possono fare. I ragazzi più grandi, invece, devono buttare via i cellulari e cercare la musica dentro i musicisti veri, quelli di una volta, come hanno fatto tutti i grandi musicisti di oggi. Chiudersi sei ore di fila nella soffitta di mio padre – dice Jimmy – per imparare e imparare ancora, è stato un tempo che non potevo contare sull’orologio. Molte cose della mia vita non le ricordo così bene, ma il tempo impiegato a suonare, a cercare di migliorare, a ritrovarmi con amici e persone per suonare insieme, le ore che passo ancora ad ascoltare e a cercare la musica per potermi ancora migliorare, bè sono tutti aspetti della mia vita che non hanno prezzo.”

L’arte può essere un lavoro ancora oggi e forse è l’unico mestiere che può fare veramente la differenza in un mondo fagocitato dalla rincorsa alla materia e il lusso, dall’abbandono delle passioni in nome di un’idea perbenista, conformista e stagnante che anestetizzare le menti, i sentimenti. E i talenti.

Francesca Schillaci

 

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