Candance Owens, ”Floyd non è il mio martire”. Attivista afroamericana minacciata di morte

07.06.2020 – 19:00 – Continuano senza sosta le proteste in tutti gli Stati Uniti per la morte del 46enne afroamericano George Floyd, barbaramente ucciso da un agente bianco nell’ambito di un controllo di polizia. Nelle ultime ore, una rete di protezione alta 3 metri è stata collocata lungo tutto il perimetro del parco della Casa Bianca (quasi 3 chilometri), per difendere la residenza presidenziale dai manifestanti radunatisi nella capitale per chiedere la parità di diritti tra afroamericani e cittadini statunitensi bianchi all’interno di ogni contesto sociale; nel corso delle proteste si sono infatti verificati episodi di violenza anche molto grave. Se da un lato le proteste di piazza dei manifestanti appaiono più che legittime, non si può dire altrettanto dei comportamenti messi in atto da una frangia degli stessi per raggiungere questo l’obiettivo di una reale parità di trattamento e la cessazione delle violenze perpetrate, in particolare nei confronti delle minoranze di colore e ispaniche, dalla polizia. Non c’è una grande città degli Stati Uniti che nelle ultime settimane sia stata risparmiata dai danneggiamenti a opera alle frange più calde dei manifestanti, con furti, rapine, e danni a cose e persone all’interno di negozi, banche, ristoranti di lusso e centri commerciali. Emblemi, secondo gli esponenti anarchici, del ‘demoniaco capitalismo bianco occidentale’. che hanno forse fatto perdere di vista il vero e proprio motivo per cui la manifestazione di piazza era nata.

Se sia giusto identificare l’afroamericano George Floyd come un martire, un’icona di libertà, un modello da seguire per le generazioni future affinché non ci siano mai più episodi di razzismo di tale brutalità e caratura, e se sia ammissibile compiere violenze gratuite per protestare contro la sua morte, rimane argomento oggetto di forte dibattito: la risposta non può essere a quanto pare un ‘si’ e non è né semplice, né diretta. George Floyd è stato ucciso, l’autopsia l’ha confermato, e una giustificazione a un omicidio non può esistere. In ogni caso, le domande sull’opportunità o meno dell’identificare Floyd come emblema della parità razziale sono state pronunciate in sordina, rispettando il politicamente corretto che si identifica spesso in grandi famiglie industriali ed esponenti del mondo dello sport e dello spettacolo, molto distanti da Floyd stesso e dalla condizione dei neri d’America. Le raccolte fondi milionarie per associazioni che a volte sono solo apparentemente no-profit si sono rivelate in più di una occasione nella filantropia e nei diritti umani una facciata: di passi avanti, verso l’uguaglianza, se ne sono poi fatti pochi, e i fondi raccolti sono stati usati per altro, spesso per cause politiche. Chi ha provato ad alzare la voce, esponendo la propria tesi circa la presunta ‘’santità’’ di George Floyd, è stata l’attivista e conservatrice afroamericana Candace Owens: dopo aver proposto la propria opinione sulla questione, Owens è stata però immediatamente etichettata con il termine dispregiativo di ‘’House Nigger’’, ossia, ‘’Negro da Cortile’’, un chiaro riferimento allo stato di servitù e sottomissione ai bianchi degli schiavi neri che, tra il Settecento e l’Ottocento, lavoravano nei poderi dei grossi proprietari terrieri: appellativi di spregio e discriminazione utilizzati proprio da coloro che parlano di uguaglianza e dell’antirazzismo. La Owens, dal canto suo, si è dichiarata abituata a subire insulti e attacchi personali (spesso sessisti) di questo genere e, pertanto, si è definita decisa a portare avanti la sua tesi, esponendola in un filmato dalla durata di 18 minuti, diventato virale nelle ultime ore. “Non mi devo scusare per nulla”, ha dichiarato: “George Foyd non è il mio martire. Può essere il vostro, forse”. Nel videoclip condanna apertamente i poliziotti autori dell’omicidio, con l’augurio che vengano adeguatamente puniti per le loro azioni. “Tutti fingono che quest’uomo conducesse uno stile di vita eroico“, prosegue però Owens, “siamo fonte di imbarazzo per noi stessi. Nessuno vuole dire la verità come sta; la verità che tutti i media conoscono e che si rifiutano di portare alla luce è che Floyd era stato condannato per ben cinque volte a una pena detentiva e che nel 2007 aveva fatto irruzione in un’abitazione privata in cui giaceva una donna incinta e l’aveva minacciata con una pistola. Il giorno della sua morte”, ha asserito l’attivista afroamericana, “Floyd era strafatto di Fentanyl e metanfetamine. Non proprio un comportamento da angelo vendicatore dei torti subiti dagli afroamericani che tutti gli hanno voluto affibbiare dopo la morte”. Condanne reali, quelle a cui Owens si riferisce: George Floyd aveva effettivamente scontato la pena per rapina a mano armata dopo essersi dichiarato colpevole. Le condanne precedenti erano per episodi lievi, come il possesso di cocaina (ma un solo grammo); le testimonianze raccolte dalla stampa statunitense parlano di un uomo che aveva pagato il suo debito e che si era trasferito per provare a rifarsi una vita. Il giorno in cui è stato ucciso, per aver tentato di usare una banconota falsa, Floyd era disarmato e inoffensivo ma non era completamente lucido: che fosse Fentanyl, come afferma Owens, o semplice marijuana, tracce della quale sono state trovate nel suo sangue, va ancora stabilito, ma qualcosa c’era. Del passato di Floyd però Derek Chauvin, il poliziotto, non sapeva assolutamente nulla.

Per le dichiarazioni effettuate nel suo filmato, la trentenne Candice Owens ha ricevuto quello che è parso un trattamento riservato storicamente ai cosiddetti ‘’neri traditori’’, ossia quelli che decidono di non avvicinare il proprio pensiero con quello degli afroamericani indignati. “Sei una cagna al servizio dell’uomo bianco” le scrivono gli haters sui social, assieme a minacce di morte, e auspici di stupro di ogni sorta; episodi che, negli anni Sessanta del “Black power”, si erano già verificati e che il potere del Social Network infiamma di nuovo: immagini che parlano di passato e non di progresso. Nel frattempo, in Europa, centinaia di cittadini del vecchio continente si sono riversati nelle piazze, alzando un pugno al cielo per 8 minuti e 46 secondi, lo stesso tempo in cui George Floyd è rimasto a terra, schiacciato dal ginocchio del poliziotto di Minneapolis che così l’ha ucciso. Per tutti questi minuti le piazze hanno continuato ad urlare, simulando gli ultimi attimi di vita dell’afroamericano: “I Can’t Breathe”, ‘’Non Respiro’’. Poi tutti si sono alzati al grido di “No al razzismo!”.

[g.t.]

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