24.12.2019 – 12.27 – Allarme riservatezza sul fronte smartphone. Rimossa dallo store Apple, con raccomandazione agli utenti di disinstallarla, dopo l’indagine del New York Times che ha scoperto come la App fosse in realtà uno strumento utilizzato dal governo degli Emirati Arabi Uniti per sorvegliare i cittadini attraverso campionamento, raccolta e analisi dei dati. È il destino di “ToTok”, un’applicazione utilizzata da milioni di utenti in tutto il mondo, Europa compresa, che offre previsioni meteo ma che, così sembra, è più interessata ai contatti e alle abitudini di chi la usa piuttosto che al tempo che fa. L’elaborazione delle informazioni fatta con “ToTok” risulterebbe essere un vero e proprio data mining, ovvero la pratica di esaminare grandi quantità di dati per generare informazioni nuove attraverso algoritmi, che identifichino, ad esempio, un comportamento di una persona. Analisi fatte da una società di Abu Dhabi, appunto per conto del governo, per reprimere dissenso politico interno al paese arabo: attraverso la App, questa l’accusa, il governo degli emiri era in grado di identificare chi rilasciasse informazioni non gradite ai giornalisti o su Facebook.
Immediatamente la memoria corre alle altre applicazioni segnalate, sempre dagli Stati Uniti, come pericolose e utilizzate dal governo cinese, e alle supposte backdoor nei dispositivi mobili e nel 5G, fino ad arrivare all’ipotesi che il Partito Comunista Cinese stesso sia in grado di determinare la posizione di ciascun cittadino (sono quasi 1,4 miliardi) in qualsiasi momento e in tempo reale. Difficile, ma crediamoci; senza dimenticare che fu l’NSA statunitense, dieci anni fa, a spiare il cellulare del cancelliere tedesco Angela Merkel e a utilizzare, secondo la testata “Der Spiegel”, l’ambasciata americana di Berlino come ‘posto d’ascolto’ per attività di sorveglianza a raggio molto ampio. Nella nuova ‘guerra delle spie’, che si fa a colpi di smartphone, gli Stati Uniti sembrano essere semplicemente rimasti un po’ indietro: gli analisti riferiscono di circa 4 o 5 anni di arretratezza tecnologica rispetto alla Cina e di alcune inferiorità anche nei confronti della Russia, in particolare per quanto riguarda le reti a banda molto larga. Nel mondo dell’Internet globale, un’eternità: probabilmente da qui la corsa all’allarme sui media, con gli Emirati Arabi ora sotto i riflettori. Certo le terre degli emiri non sono un esempio per quanto riguarda i diritti umani, però allo stesso tempo stanno avendo relazioni difficili con l’Arabia Saudita, diventata da più di qualche anno alleato strategico degli Stati Uniti con affari da oltre cento miliardi di dollari per la sola vendita di armi. Insomma lo scacchiere strategico delle comunicazioni è complesso e, quando le società con sedi legali da una parte o dall’altra dicono qualcosa, occorre sempre ragionarci un po’ su, con mente aperta. Magari, nel frattempo, disinstallando le App sospette: reinstallarle se certificate come sicure è cosa veloce.
E da noi, in Italia, tutto a posto? Dipende. Sta diventando un verbo comune, quando si parla di tecnologia e di tutela dei dati. È di pochi giorni fa la bocciatura da parte del ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini – più che bocciatura, si tratta di un ‘ci rivediamo a settembre’ o per l’esattezza all’anno prossimo – del Piano per l’Innovazione digitale presentato da Paola Pisano, ministro 5 Stelle: le motivazioni di Franceschini, “c’è bisogno di un approfondimento e le norme, frutto di un’intesa nella maggioranza, potranno essere inserite in un emendamento”. Il Partito Democratico quindi, principalmente con l’appoggio di “Italia Viva” quindi di Matteo Renzi, blocca l’agenda del Movimento 5 Stelle, contestata anche per la “consulenza” di Davide Casaleggio, spesso al centro di supposizioni di interessi privati. Non va dimenticato che al fianco di Renzi c’è stato e c’è spesso Marco Carrai, definito il suo ‘uomo ombra’ e anch’egli molto addentro al settore digitale; e non va trascurato il fatto che il piano digitale non viene bocciato per un rifiuto di principio, quanto per necessità di accordo fra PD e 5 Stelle e per dubbi, oggetto dell’accordo da fare, su quali e quanti dati dei cittadini verrebbero raccolti e soprattutto su come verrebbe tutelata la riservatezza.
Cosa contiene il Piano per l’innovazione digitale del Movimento 5 Stelle? Molte cose, però fra tutte spicca la creazione di una vera e propria ‘spina dorsale informatica‘ capace di sostenere una rete di condivisione d’informazioni direttamente gestita da Roma, da un gruppo di lavoro basato, questa l’ipotesi, a Palazzo Chigi: del cittadino e delle attività sue e delle sue imprese questa task force dovrebbe sapere tutto. Come hanno sottolineato le testate giornalistiche del settore e i quotidiani, i dati sui cittadini, in Italia, non scarseggiano affatto: dati pubblici come quelli relativi a salute, lavoro e previdenza sociale, dati privati come quelli relativi alla mobilità raccolti da società come quelle per i trasporti pubblici e la logistica per le proprie attività di ogni giorno, dati di pubblica sicurezza come quelli relativi a soste contravvenzioni e telecamere installate per motivi di sicurezza reali o ipotetici, dati economici come quelli relativi alle dichiarazioni dei redditi e ai conti bancari. All’interno dello scopo del piano, quello di stilare un accordo con comuni, province e regioni per uniformare il ‘blob’ costituito da questa mole enorme di dati e sviluppare servizi innovativi, al servizio delle istituzioni e del cittadino stesso, con un documento d’identità digitale unico che a quanto pare è in conflitto con la carta d’identità digitale già esistente.
L’altro lato della medaglia, rispetto ai vantaggi di una forte digitalizzazione dei rapporti fra cittadini e Stato, c’è. Ad esempio l’Agenzia delle Entrate, con il nuovo corso alla lotta all’evasione e il piano fiscale inserito nella legge di Bilancio 2020, può ora incrociare le informazioni delle banche dati esistenti, incluse le fatture elettroniche e gli allegati che riguardano una transazione, e lo scopo è dare un voto ai contribuenti sulla base di criteri stabiliti internamente. E anche fin qua, sembrerebbe, al di là della sensazione d’inquietudine che si prova nel ricevere un voto da uno stato (cosa molto criticata, ad esempio, perché già avviata proprio in Cina), tutto ok se è per il recupero di un enorme credito dovuto a tasse dovute e non pagate. Attenzione, però, perché – come ben sa chi, per un criterio informatico di qualche tipo non rispettato, si è trovato nella disperazione di non poter ottenere il mutuo bancario per acquistare la prima casa – le pagelle con numeri che si scostano, per qualsiasi motivo, da quelli che la Guardia di Finanza si aspetta possono di fatto far precipitare un’impresa, un’azienda in un incubo. La Guardia di Finanza potrà controllare tutti i profili dei contribuenti: di fatto è istituita la possibilità di creazione di un enorme archivio di dati finanziari e va a cadere la tutela dei dati personali dei contribuenti, in quanto la lotta all’evasione è definita “priorità per l’interesse pubblico”. Nonostante i molti richiami del Garante per la Privacy sull’argomento (il vecchio adagio: “se non hai nulla da nascondere, non temere”, nella storia, non ha dato buona prova di sé), avanti a tutto vapore verso la perdita della riservatezza anche in Italia. E anche senza “ToTok”.
[r.s.]


