I Venerdì per il Futuro. Con i ragazzi, oltre gli scioperi: un cambiamento è iniziato per davvero.

29.09.2019 – 16.23 – Sono i “ragazzi del venerdì“. Striscioni fatti in casa con slogan come “Salvate il mio futuro”. Cartelli che sono il fondo di uno scatolone, con scritto sopra in pennarello: “Non esiste un Pianeta B”. Megafoni che urlano: “È colpa vostra e voi dovete rimettere le cose a posto”. La protesta è rumorosa, spontanea, anche irriverente; un carnevale di chi ci crede, con l’entusiasmo senza filtri della prima gioventù. Che è diventato, in meno di due anni, un movimento di massa che vuole azione, fatti concreti: “Dicevano che saremmo stati quattro gatti”; il commento si coglie al volo, camminandoci in mezzo. A qualcuno i ‘ragazzi del venerdì’ danno fastidio; altri, i più, solidarizzano. In altri ancora, fa crescer dentro inquietudine, e per buone ragioni.

Dopotutto, Greta Thunberg tecnicamente è una ragazza che marina la scuola ogni venerdì, con il permesso dei genitori ma fuori dalle regole della regolatissima Svezia. La Svezia attentissima all’ambiente che l’elettricità la fa per metà con il nucleare. Eppure ha ricevuto il plauso della commissione europea e la platea dell’ONU e di Davos: Greta come astro – o meteora, questo si vedrà: il mondo di Internet santifica in un attimo, il mondo di Internet uccide in un secondo – ascesa in un tempo rapidissimo fino al firmamento dei super eroi globali. Un modello a cui ispirarsi, tanto che altre ragazze dei ‘Fridays for Future’ vestono come lei, parlano come lei e portano ora la treccia allo stesso modo. Questa salita al firmamento fatta da Greta – reggerà, Greta, all’enorme pressione che porta ora sulle spalle vedendo la sua foto da tutte le parti? Non c’è niente di dolce, nel medio termine, in questo tipo di popolarità – pone però anche una sfida reale ai governi che non è solo quella del rispondere adeguatamente sul clima, ma è anche un: quanto liberi sono i ragazzi? Possono decidere di non andare a scuola? Chi da’ loro il permesso di fare una cosa piuttosto che l’altra, chi ha la responsabilità per quello che fanno e quello che dicono, chi può confrontarsi con loro senza passare attraverso i genitori e su quali basi? È il caso o non è il caso di dire che ormai i diciott’anni sono obsoleti e l’età del consenso va abbassata, oppure si rischia tantissimo, troppo? Domande che non hanno una risposta facile; interrogativi stretti fra madri e padri che non vogliono il loro figlio fuori di casa la notte, neppure se di anni ne ha venti o venticinque, e fra padri e madri che sono orgogliosi di vedere la loro figlia quattordicenne affrontare il mondo del palcoscenico da sola, magari negli Stati Uniti. Senza dimenticare i molti non padri e non madri di una generazione, quella dei Sessanta e Settanta, che di figli proprio non ne ha, e molte cose, fra un aperitivo al venerdì al posto dello sciopero sul clima e una discoteca al mercoledì in mezzo a chi ha vent’anni di meno, non le riesce a capire. E lo Stato, in questo, che cosa può dire? Che cosa deve dire? Incoraggiare, facilitare, oppure scoraggiare e punire?

È un movimento, quello dei ‘ragazzi del venerdì’, che si organizza e comunica attraverso i Social Network e Internet, entrando in contatto non solo con altri ragazzi ma con adulti e persone che non hanno mai visto: i rischi di frode, i pericoli insiti nei gruppi di consenso online sono ben noti. Se i ragazzi hanno tutte le più buone intenzioni del mondo, non sempre chi sta dall’altra parte del sito in bianco e blu le ha. Questi, del resto, sono i rischi di un movimento guidato dai più giovani: le incitazioni allo sciopero, i materiali promozionali, i messaggi da veicolare che arrivano attraverso Internet saranno veramente messaggi di loro coetanei? Loro, i ragazzi, non lo sanno, o se lo sanno non sanno tutto né potrebbero saperlo. E tendono a fidarsi. Senza gli adulti, è un campo minato: con gli adulti diventa qualcosa di diverso e non più loro, non gradito. È chiaro che Greta, che in questo modo è diventata un simbolo ed è ora tesa verso una comunicazione dai toni molto più aggressivi di prima, che hanno suscitato forti critiche, non è solo fumo: c’è sostanza, gli scioperi sul clima hanno dimostrato quanto la questione climatica sia sentita fra la gente e l’adesione, non solo in termini di partecipazione ma di sostegno, è stata enorme. Poca presenza della stampa, alla conferenza stampa del ‘Fridays for Future’ di Trieste prima dello sciopero di venerdì 27 settembre; giornalisti, quasi nessuno. Alla prossima ce ne saranno sicuramente di più. La questione chiave, ora, è infatti come risponderanno gli adulti: il cambiamento climatico e l’attenzione per il pianeta non possono essere ridotti a un’etichetta di ‘destra’ o ‘sinistra’.  Togliere attenzione al movimento parlando solo di folla di giovani in vacanza dalla scuola, cercare di stroncarlo attraverso proibizioni, smontare la sua credibilità con foto di cartelli con le scritte spesso alterate e sostituite con altre, o pubblicate fuori contesto, non è la strada giusta, non offre probabilità di successo. Alcune scuole e insegnanti, in più nazioni, hanno deciso di favorire la partecipazione degli studenti alle proteste del venerdì: come a Dublino, ma non in tutte le scuole irlandesi. Altre le hanno punite su un piano disciplinare, come in Germania, ma non in tutte le scuole tedesche. In Italia c’è stata una circolare del neoministro per l’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che ha invitato a considerare giustificate le assenze dei ragazzi; ma è una circolare che lascia autonomia alle scuole, e quindi al di là della posizione politica, rilevante, non esprime altro: decisioni delegate ai presidi che portano comunque un peso non solo in termini di ore non destinate all’istruzione ma anche economico su una scuola che si sa essere già senza risorse. Con un immediato commento sui Social: “Piuttosto che pensare a giustificare le assenze, occupatevi di fare in modo che gli insegnanti ci siano già dal primo giorno”.

Per i politici, di fatto, il come reagire di fronte ai ragazzi di Greta è diventato un enigma e un pericoloso trabocchetto: troppa forza e autorità, e si rischia l’impopolarità, esemplificata da Donald Trump che anche a causa del clima e dell’iniziale scherno di fronte a Greta ha subito in pochi giorni un crollo di consenso enorme: “Non so che diavolo sia successo al nostro paese”, ha dichiarato il governatore della California, Gavin Newsom alla cerimonia d’apertura della settimana sul clima, “Non so cosa sia successo per farci avere il presidente che abbiamo. Sono assolutamente umiliato”. Trump stesso, che non può scrollarsi di dosso la critica di aver cambiato la politica degli Stati Uniti abbandonando nel 2017 l’accordo di Parigi e di aver sempre negato che ci sia un cambiamento climatico in atto, ha cercato alla fine di rimediare con un: “Non ho snobbato gli incontri, assolutamente. È che sono molto impegnato. Tutto è molto importante. Il clima è molto importante”. E al contempo, apparire remissivi, com’è accaduto proprio a Trump che alla fine contro Greta Thunberg ha perso il match della comunicazione, e ad alcuni parlamentari negli Stati Uniti e in Danimarca, di fronte ai ragazzi trasmette un segno di debolezza che diventa immediatamente virale sui Social: scolari delle medie e ragazzi e ragazze ai primi anni delle scuole superiori più forti del presidente degli Stati Uniti. E questa non è una visione che trasmette sicurezza. Occasione prontamente colta da Vladimir Putin che all’accordo di Parigi, a sorpresa, con la sua Russia ha improvvisamente aderito: “emissioni zero entro il 2050”. Anche Angela Merkel, in una Germania dove il consenso dei Verdi cresce e che guarda con favore alle azioni per l’ambiente e il clima, ha avuto la sua parte di difficoltà con la folla dei ragazzi dei ‘Fridays’: la sua risposta: “Ciò che distingue la politica dalla scienza e dai giovani impazienti è che la politica è quello che è possibile” è apparsa debole e non ha avuto buon riscontro, tanto da esser stata presa come pretesto per la richiesta di nuove elezioni. Forse la risposta più grande è quella attesa proprio nei genitori, o più in generale da noi, adulti di quell’una o due generazioni che si sono trovate a fare da ponte fra un mondo e l’altro, e che di fronte agli allarmi che la natura mandava in termini di clima non ha saputo fare molto, se non osservare in maniera perplessa. Fare in modo che i ragazzi possano essere essi stessi gli agenti del cambiamento, riempiendo un vuoto culturale, può essere una strada: forse è necessario ascoltare, capire, imparare, fare anche propria l’azione smorzando l’aggressività, accompagnare e adoperarsi per tenere le strumentalizzazioni, che non sono più dietro l’angolo ma già sedute in mezzo a loro, il più lontano possibile. La partita è ben più grande dell’insegnare la raccolta differenziata o il non bere dalla bottiglia di plastica: è la ‘Generazione X’ a dover dimostrare di avere altrettanta forza morale quanto quella dei loro ragazzi. Prima che a guidarli siano gli interessi di altri.

“Fridays for Future” è un movimento che non è un’entità legale; nessuno può rispondere delle sue azioni, non ha uno statuto o un gruppo dirigente ma solo dei portavoce – e non sempre gli stessi – impegnati in un’azione comune e regolati da quella che è una democrazia delle origini, una cumunanza di idee di base, senza struttura. A volte, non c’è neppure un indirizzo email ufficiale: tutte le comunicazioni sono virtuali, digitali. Sono tutte cose che in parte si sono già viste con i movimento politici nati a cavallo del 2000 e avranno bisogno di una risposta. Presto il movimento dei ragazzi dovrà fare qualcosa di più che provare gioia per il proprio successo: dietro le quinte sono già comparsi denaro, potere, influenza politica. In Germania i partiti di sinistra più spinta hanno già provato ad assorbire intere parti di “Fridays for Future”: il movimento stesso è riuscito a difendersi e a dimostrare che i suoi anticorpi sono forti. La stessa cosa è accaduta, sta accadendo, anche da noi, e i ‘ragazzi del venerdì’ non hanno nascosto le difficoltà fatte di siti Internet prima indipendenti e caduti poi in mano a un partito, di bandiere che non si volevano, di persone che nessuno ha invitato. Sul fronte opposto, attivisti di destra più estrema si sono intrufolati nelle Chat e nei gruppi WhatsApp per portare confusione, pubblicare foto e slogan manipolati per far leva sul supposto mancato rispetto dell’ordine pubblico, fare allusioni sessuali e paragonare Greta a una scimmia. Cose che non mancano mai, che sono ormai abbastanza trite e ritrite e che quando cadono nel sessista o nel razzista diventano veramente banali. Ma la necessità di strutturarsi arriverà, e presto; non sarà facile. Nel frattempo, i ‘ragazzi del venerdì’ continuano a manifestare. Gli scioperi, da soli, al clima non servono. E a noi ‘diversamente ragazzi’, chiamati a rispondere, rimane il cerino in mano.

[r.s.][foto: terzo sciopero globale del 27 settembre 2019, Piazza della Borsa, Trieste]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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