24.08.2019 – 08.45 – La cattiva tenuta della pavimentazione di Piazza dell’Unità in seguito al restyling dei primi duemila ha evidenziato da tempo l’importanza di conservare il materiale originario, solitamente della migliore qualità. Ciò, a sua volta, ha posto la questione di dove siano finiti i masegni che un tempo pavimentavano una larga parte di Trieste. Una questione che le associazioni dei cittadini si sono posti specie a fronte della distruzione di così tante piazze snaturate dall’originale forma: da Piazza Vittorio Veneto, a Piazza Goldoni, a Piazza Venezia, a Piazza Puecher. Il dilemma rischia ora di ripresentarsi con il recupero del Porto Vecchio, laddove nelle aree degli interventi sono stati ritrovati i masegni un tempo in uso per il selciato. Italia Nostra – sezione di Trieste interviene a questo proposito, richiedendo di salvare le preziose pietre e utilizzarle in maniera conforme all’originario assetto portuale, senza stravolgimenti.

“I masegni – informa la dichiarazione di Italia Nostra – sono lì accatastati da decenni, come lo testimoniano le foto allegate, a seguito di lavori di adeguamento strutturale o come i banchinamenti del bacino antistante i magazzini 24 e 25, dove si trovavano anche le bitte storiche che ora sono negli spazi davanti al magazzino 26.

“Diligentemente salvati, – prosegue Italia Nostra – questi masegni devono essere riutilizzati in Porto vecchio, e non in altre zone della città, nella riqualificazione dell’intero sito anche per evitare il patchwork nelle pavimentazioni, nel rispetto dei vincoli che prescrivono le pavimentazioni in pietra e l’utilizzo degli stessi materiali anche nei nuovi interventi.
La lastricazione con pietra arenaria è stata una delle principali caratterizzazioni dell’intero distretto storico portuale. La superficie lastricata in generale aveva una pendenza (4-6 %) che andava dal singolo magazzino verso la cunetta stradale esistente. Le lastre, alcune provenienti dalle cave di Muggia, venivano lavorate così come dettavano le norme dell’epoca per le costruzioni stradali. Avevano una lunghezza minima di 70 cm, una larghezza costante di 50 cm e uno spessore di 25 cm, e si adattavano a molte lavorazioni nelle opere marittime e portuali. In caso di nuove o aggiuntive lastricazioni, le singole lastre venivano sollevate e spuntate per poi essere riposizionate previa aggiunte di una quantità di sabbia necessaria per ripristinare le livellazioni. Le parti residue dei masegni non venivano gettate ma utilizzate per adattamenti ai boccaporti dei canali e delle aperture sulle strade”.

“Italia Nostra, – conclude la presidente di Italia Nostra – sezione di Trieste, Antonella Caroli – nel rispetto dei vincoli e dell’identità del Porto vecchio, chiede quindi con forza che non vengano realizzati interventi “patchwork”, dissonanti dal contesto storico, che andrebbero non solo a snaturare il luogo ma a renderlo irriconoscibile”.

Ricordiamo a questo proposito come Trieste All News avesse già indagato la peculiare storia dei “masegni” triestini e dell’utilizzo della pietra bianca da Muggia in un apposito articolo, Trieste xe stada fata in piera de Muja!” Le cave tra ‘700 e ‘800.